"Parlare di Musica è come ballare di architettura" Frank Zappa

23 ago 2026

VIAGGIO NEL DUNGEON SYNTH: DIM

Viaggio nel tempo senza freni: DIM , "Compendium Reliquiae" (2021)


La sigla DIM è da considerare un caso a parte nel panorama del dungeon synth dei nostri giorni. Si è visto come negli ultimi anni siano proliferate estrinsecazioni artistiche che si sono allontanate sempre di più dal nucleo di stilemi attorno al quale il genere aveva preso inizialmente forma.

Fra queste estrinsecazioni, il canadese Josiah Wilkinson sposta il discorso di una ulteriore tacca rispetto alle coordinate classiche del dungeon synth, proponendo una formula che vede coesistere elettronica e strumenti acustici. Non proprio una musica da camera, ma quasi, e per questo il progetto DIM potrebbe accattivarsi le simpatie più al di fuori che dentro la popolazione del dungeon synth. 

Josiah Wilkinson, di stanza nella suggestiva Nuova Scozia, definisce la sua arte "sacral medievalist electronics”, un incrocio fra dungeon synth, “neo-medieval folk” e “sacral electronics”, sempre per usare espressioni utilizzate dall'autore stesso: insieme di assunti, questo, che descrivono chiaramente la sua visione artistica. 

Compositore, poli-strumentista, sound-designer e produttore, Wilkinson, come tutti coloro che si sono cimentati nel dungeon synth, intende creare scenari sonori di grande suggestione che possano traghettare altrove con la mente l’ascoltatore. Non a caso indica la sua musica come l’ideale colonna sonora per videogiochi e film fantasy.

Fra le varie fonti di ispirazione vengono citate le tradizioni medievali, la musica sacra, i pionieri dell’elettronica come Geir Jenssen e Tangerine Dream e la letteratura fantasy (in particolare quella di Robert Jordan). Curiosamente fra questi riferimenti, esplicitati dall'artista stesso, figura anche il black metal, ma bisogna aggiungere che questa influenza non appare centrale nella sua musica, fatta eccezione per l’ultimo “Dark Age Decadence”. Questo parto discografico targato 2025 rappresenta (almeno per il momento) una eccezione dove in modo del tutto inaspettato si scatenano forze furibonde. E chissà se questo capitolo rimarrà un episodio isolato oppure una anticipazione di quello che sarà il futuro del percorso artistico del musicista canadese. Al momento ci sentiamo di accantonare questi pensieri in quanto non ci occuperemo dello scorcio finale di carriera del progetto DIM, bensì delle origini. 

I primi lavori del progetto vengono etichettati come “Compendium”, seguiti da un numero romano. In effetti, più che album autonomi, sembrano essere la raccolta di materiale accumulatosi nel corso del tempo, sorta di “zibaldoni” dove riversare idee ed esperimenti. Da qui un suono variegato e frammentario fatto di tracce il più delle volte brevi, poco più che bozzetti in cui si tentano diverse soluzioni sonore. “Compendium I” (2017), “Compendium II” (2018), “Compendium III” (2020) rappresentano nel complesso una importante mole di materiale ove ovviamente possiamo intercettare spunti vincenti ma anche idee incompiute. Entro l’orizzonte di questo modus operandi, la nostra scelta si dirige verso il quarto lavoro “Compendium Reliquiae”, del 2021: un’opera imponente (un’ora e dieci la durata) nonché un'utile sintesi in cui le varie anime dell’autore si incontrano armoniosamente restituendoci una visione d’insieme soddisfacente e con picchi di bellezza non indifferenti. 

Potremmo considerare l’album come diviso in due parti. I primi dieci brani offrono una esaustiva panoramica dell’estro artistico del canadese, in particolare la destrezza con cui elementi elettronici si sposano con strumenti veri e propri. I poker di brani iniziali è già un bell’assaggio di quello che possiamo attenderci dall'ascolto. L’openerArrow Of Things Deceptive” rompe il ghiaccio con una irruenza che viaggia sulle corde di una chitarra classica: si tratta di una energica ballata che, se non fosse per qualche timido intervento di tastiere, sembrerebbe uscire dalle mani di un menestrello medievale. La seconda “To Look Back Upon A Stony Gate” - che a parere di chi scrive rimane il miglior episodio del lotto - offre un suono orchestrale ed ottimi arrangiamenti che sanno mettere epicamente insieme clavicembalo, pianoforte, xilofono, tastiere: il tutto ci riporta dalle parti del dungeon classico, ma anche a certo neo-folk (personalmente parlando, mi sono venuti in mente i Sol Invictus). 

Unto The Great Well”, invece, mostra il lato più elettronico del progetto sviluppandosi attraverso pattern ricorsivi di tastiere che svelano l’ammirazione dell’autore per la musica cosmica dei Tangerine Dream. “Dwellers Of That Miserable Valley”, infine, aggiunge ulteriori colori ad una ricchissima palette di fiati, pianoforte ed un andamento sornione ai limiti del jazz (sta troppo male evocare Miles Davis??).

Il resto della scaletta viene spartita fra gioielli folk che vedono sempre in primo piano clavicembalo, pianoforte e chitarra (“The Boulder In The Shade”, “A Beard Long And Mixed With White”. “End”) e momenti più rarefatti, ai limiti della psichedelia (“Therefore I Stayed My Feet”, “No Great Noise In The Tomb”, “The Mountain Cometh Not To My Memory”). 

V'è poi la seconda parte dell’album occupata interamente dai 31 minuti di “Atmospheres”, apoteosi del carattere immersivo della visione artistica di Wilkinson. Più che una composizione, si tratta di un insieme di scenari che, fra ambient e squarci di avanguardia situazionista, si dischiudono con delicatezza, tratteggiando il mondo di un’epoca lontana: un vero transfer psichico per l’ascoltatore disposto ad abbandonarsi al potere suggestionante di questa musica. 

Field recordings ed in particolare il cinguettio degli uccellini ci invitano a fare una passeggiata in una placida mattinata di primavera lungo le strade di un borgo medievale collocato al confine di una foresta. Cori gregoriani nel sottofondo e sporadici rintocchi di campana introducono una atmosfera sacrale - componente fondamentale nel progetto DIM. Un’arpa pizzicata, fraseggi di tastiera creano un senso di sospensione, di sogno, qualcosa che, musicalmente parlando, si posiziona a metà strada fra i primi King Crimson (si abbia in mente un brano come “Moonchild” dal capolavoro “In the Court of the Crimson King) e i Popol Vuh di “Hosianna Mantra”. La connotazione sacrale della composizione si acuisce nel finale con angelici cori femminili, suggello definitivo ad un brano capolavoro che deve essere ascoltato con il cuore più che con le orecchie. 

Come dicevo sopra, probabilmente quella targata DIM è una proposta che verrà vista con interesse più da coloro che sono amanti della musica folcloristica che dai patiti del dungeon synth, i quali tuttavia non rimarranno delusi, sempre che del genere non preferiscano l’indole più minimale ed oscura. A coloro che apprezzeranno “Compendium Reliquiae” consiglio sicuramente anche “The Holy Crag”, sempre del 2021: un tomo di quaranta minuti diviso in due lunghe tracce di circa venti minuti l’una e che esprime tutto il buono che è stato sopra descritto.

Agli amanti del dungeon synth in senso più classico suggerisco i più recenti “Steeped Sky, Stained Light” (2022), “Parachrism” (2024) e il già citato “Dark Age Decadence” del 2025: un cammino dalla luce alle tenebre che, come si diceva in precedenza, sfocerà in pulsioni esplicitamente black metal. Si tratta di opere più compatte da un punto di vista formale e sicuramente più elaborate da un punto di vista della scrittura, ma a mio parere risultano più ingessate e nel complesso meno convincenti. Ho come l'impressione infatti che Wilkinson si muova meglio in territori anarchici e senza regole dove vengono esaltate le sue qualità di poli-strumentista e musicista estemporaneo, mentre in un contesto di maggiore rigore concettuale e formale si percepisce in modo più acuto quando il Nostro perde la bussola. 

Questione di gusti: nella discografia vergata DIM si casca sempre bene, ma a parete del sottoscritto il lavoro più affascinante e capace di rapire la mente dell'ascoltatore rimane questo “Compendium Reliquiae”. 

Buon viaggio (nel tempo)!