Per larga parte della critica, l'accoppiata di album che ci accingiamo a trattare nel post odierno è considerata poco riuscita, nell'ambito della discografia dei canadesi.
Di parere diverso sono parecchi fan che invece apprezzano, per diverse ragioni, questi due dischi pubblicati in una fase storica molto delicata, quella tra fine ottanta e inizio novanta.
Proviamo a offrire il nostro punto di vista sulla questione.
“Presto” (17/11/1989): arrivati a fine decade, i
Rush paiono subodorare lo spirito del tempo e il cambiamento che stava
arrivando in ambito rock. Cambiata etichetta (si passa dalla Mercury
alla Atlantic) si cambia pure produttore, da Collins a Rupert Hine, che aveva collaborato negli anni precedenti con artisti pop del calibro
di Howard Jones, Bob Geldof e Tina Turner. Ne risulta un sound meno
synth-oriented, meno patinato e levigato. Le chitarre di Lifeson tornano in
primo piano pur in un contesto sonoro poco heavy e più spiccatamente pop-rock
(pop-progressivo, potremmo definirlo). Nonostante la critica, e tanto
pubblico, non lo esalti e lo consideri come un album di transizione, quando non
“minore”, a chi scrive “Presto” piace assai, al netto di un paio di brani non
riuscitissimi (ma lontani dal potersi considerare filler) come “Superconductor” o “Scars”. Nondimeno la classe di scrittura dei
Nostri, pur non al top, è lungi dall’insufficienza e nel resto della tracklist
troviamo disseminate diverse canzoni molto belle, a partire dall’uno-due
iniziale (“Show Don’t Tell” – “Chain Lightning”), che ci
fa entrare nel mood dell’album in modo coinvolgente, e degli highlights quali “The Pass”, la title track o l’apocalittica, nei temi,
“Red Tide”.
Lasciate da parte le critiche di “leggerezza” o “semplicità” che si
leggono in rete: “Presto” è un signor album che guida i Rush da una decade
all’altra con intelligenza, coerente evoluzione e consueta eleganza
compositiva.
Voto: 7,5
“Roll the Bones” (03/09/1991): prosegue la collaborazione
con Hine e prosegue, parallelamente, il percorso di distacco dal periodo
ottantiano synth-oriented. Siamo entranti nei ninenties e i Rush,
coerentemente, scrivono un album di transizione in cui il loro inconfondibile
marchio non tralascia tutto il percorso fatto negli ultimi 15 anni: il modus
componendi prog si fa più lineare, asciutto, diretto; andando a braccetto con
il pop e l’hard rock (chi ha detto A.O.R.?). Come accaduto in passato con il
reggae, non si disdegnano incursioni in mondi paralleli, su tutti il funk
(genere che io detesto) ma che, innervato a piccole dosi in modo intelligente,
riesce a rendere gustosi e interessanti pezzi quali la title track che, se dopo
un paio di ascolti mi avevano lasciato perplesso, si è rivelata col passare del
tempo il migliore del lotto. E questo nonostante, o forse proprio perché,
degli intermezzi rap (cantati sempre da Geddy) che di primo acchito spiazzano
non poco. Nella tracklist composta da 10 brani, spiccano poi l’opener “Dreamline”, la seguente “Bravado” e l’anthemica “Heresy” il cui chorus All
those wasted years / all those precious wasted years / Who will pay? vi si
ficcherà piacevolmente tra le meningi, così come quello di “Neurotica”, altro
vero e proprio tormentone.
Ecco, forse siamo un filo sotto gli album precedenti ma “Roll the Bones”
rimane un album gradevolissimo, senza pasticci o canzoni tirate via, baciato
dalla consueta classe compositiva dei canadesi. Solo, forse, a questo giro,
leggermente più manieristi…
Disco non imprescindibile per i non-completisti ma sicuramente da
avere per tutti i die-hard fans rushiani.
Voto: 7
A cura di Morningrise
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