"Parlare di Musica è come ballare di architettura" Frank Zappa

12 set 2015

I SENSI DI COLPA DI MIKAEL AKERFELDT NEGLI INCIPIT DEGLI ALBUM DEGLI OPETH (parte prima)




L’incipit di un album (o di un film, o di un romanzo, o di qualsiasi altro “prodotto” artistico) è un momento molto delicato. Per via del suo ego sensibile, o per la sua spocchia, o per le sue insicurezze, l’artista pone un’estrema attenzione a questi primi istanti durante i quali entra in rapporto con il suo pubblico. Come verrà giudicata la sua opera? Quei primi maledetti istanti sono in genere un momento ad alto tasso di tensione, in cui egli si sente valutato: i primi sguardi, i primi commenti son quelli che più di ogni altra cosa gli interessa, perché egli cerca subito il consenso, le conferme, l’approvazione, non ce la fa ad aspettare, vuole immediatamente scorgere sorrisi ed occhi sognanti, o pollici alzati al cielo: il meritato premio per il sudato lavoro.    


Secondo i canoni classici del metal, l’album dovrebbe iniziare con un brano di grande impatto, meglio ancora se preceduto da una breve introduzione strumentale, che può essere un arpeggio, o un giro di tastiere, o un qualcosa di atmosferico capace di generare le giuste aspettative. I Metallica - e lo dimostra il triplete “Fight Fire with Fire” (da “Ride the Lighting”), “Battery” (da “Master of Puppets”) e “Blackened” (da “…And Justice for All”) - erano dei veri maestri nell’aprire le danze. Idem gli Iron Maiden, che quanto ad opening-track non hanno avuto eguali nella storia del metal, almeno nel corso degli anni ottanta. Basti citare “Aces High” (da “Powerslave”), brano adrenalinico dal ritornello epocale e che si apre con uno dei riff più celebri dell’heavy metal tutto. Se poi, terminato il pezzo, ne attacca un altro che si chiama“2 Minutes to Midnight”, capite bene che c’è gente che sa il fatto suo in tema di inizi di album.

Ma erano altri tempi. Oggi la band cambiano spesso pelle e quindi ogni volta devono regolarsi in modo diverso anche su come costruire l’incipit dei propri album, che non si sviluppano più come una semplice raccolta di canzoni. Il concetto stesso di opening-track si è un po’ perso per la strada, e non è infrequente incorrere in grandi album che partono in sordina (perché magari l’obiettivo è quello di generare un coinvolgimento crescente mano a mano che si procede con l’ascolto), o che non partono proprio (si guardi alle introduzioni experimental/drone/ambient che possono anche solcare i venti minuti di niente). Più in generale, sono i tempi odierni ad essere meno cerimoniosi: pensate, per esempio, al sempre maggior numero di film in cui vengono omessi i titoli di testa, oramai soppiantati da quelli di coda.

Per quanto riguarda gli Opeth, almeno nella prima parte della loro carriera, non c’è un granché da dire in merito agli incipit dei loro album: una band che scrive pezzi che in media durano dieci minuti, nei quali mediamente accade di tutto, il significato dei primi due/tre minuti si ridimensiona fortemente se si guarda all’economia complessiva delle sensazioni che l’album può suscitare nella sua interezza. E in effetti i pur bellissimi album degli Opeth non brillano certo per i loro istanti iniziali. Facciamo una veloce carrellata per comprendere meglio quanto stiamo sostenendo ed anticipare il vero tema, che verrà trattato nella seconda parte di questo nostro scritto.

Per “Orchid” sono sufficienti due ravvicinatissimi rintocchi di batteria per introdurre il riff portante del primo brano (“In Mist She Was Standing” – quasi un quarto d’ora di durata!). Idem per “Morningrise”: questa volta bastano due soli tocchi di piatto per far partire in gran carriera il riffone iniziale della mitica “Advent”(quasi quattordici minuti!).

In “My Arms, Your Hearse” ci si concede addirittura il lusso di un minuto (scarso) di pianoforte (“Prologue”), ma solo perché si tratta di un concept (e il galateo richiede almeno uno staccio di introduzione quando si parla di concept!). I due minuti e mezzo di chitarre arpeggiate che aprono “The Moor” (traccia iniziale di oltre dieci minuti di “Still Life”), potranno a questo punto sembrare un’overture sinfonica eseguita da un’orchestra di novanta elementi, ma anche in questo caso ci sentiamo di minimizzare: l’album conterrà almeno altri duecento situazioni di quel tipo e dunque quegli arpeggi non sono certo un’eccezione nell’economia dell’album (come invece fu il bell’inizio arpeggiato di “Beneath the Remains” dei Sepultura). Un breve effetto atmosferico di pochi secondi è stato scelto infine per introdurre i dieci minuti e passa di “The Leper Affinity”, coinvolgente opener di “Blackwater Park”.

Con questo album si concludeva la prima parte della carriera degli Opeth, che, fino a quel momento potevano ancora definirsi una band. Raggiunta la consacrazione definitiva, la spensieratezza verrà persa irrimediabilmente ed ogni scelta successiva dovrà in qualche modo essere ponderata e giustificata. Mikael Akerfeldt, il cui ego aveva iniziato a gonfiarsi fra le trame di una formazione compatta ed affiatata, grazie anche all’amicizia/sinergia artistica con Steven Wilson (un altro che a ego non era messo male), iniziò a percepirsi, non dico un artista, ma almeno un pezzo molto importante del metal del terzo millennio.

Ma prego, signori, proseguiamo con la nostra analisi. L’album successivo, “Deliverance”, si apre ancora una volta senza clamore con una rullata di batteria e il classico riff portante (a dimostrazione che formula che vince non si cambia). Il pezzo si chiama “Wreath” (altri undici minuti di roba) e l’album è il primo metallico tomo di un esperimento che vedeva per la prima volta scissi i due volti degli Opeth: l’anno successivo uscirà l’alter ego acustico “Damnation”: cambia lo stile, ma non l’approccio, visto che anche in questo caso non si sceglie una partenza ad effetto (la bella “Windowpane” si apre con il suo arpeggio portante e con esso procede più o meno per tutta la sua durata).

Logico che dopo un esperimento del genere il passo successivo diviene un tantino più delicato. Ma la mano ancora non trema, perché gli Opeth all’epoca erano ancora una band coesa e compatta, forte di un’ammirazione incondizionata da parte di critica e fan, e con un “tesoretto” di stima e rispetto difficile da depauperare. Impossibile dunque sbagliare dopo due spari a salve, soprattutto se si rischia zero e si sforna un album che si limita a perfezionare la vecchia ricetta. “Ghost Reveries” è infatti la naturale prosecuzione di “Blackwater Park” e l’incipit della canzone “Ghost of Perdition”(dieci minuti e mezzo di durata complessiva) si compone appena di qualche secondo di arpeggio: poi arriva il growl ottenebrante di Akerfeldt che ci tranquillizza e ci dice tutto a posto, siamo sempre i vecchi Opeth.

Con il successivo “Watershed” mezza formazione se ne va a puttane: lasciano Lopez ed addirittura Lindgren, cofondatore della band e compagno di avventura fin dagli inizi per Akerfeldt. Il quale avrà pensato: ok, sono comunque il meglio, ‘fanculo chi non è con me, io tiro avanti anche da solo. Però (sotto sotto forse avrà pensato) ce la farò per davvero senza Lopez e Lindgren? E così, sentendosi il fiato dei fan sul collo, si pone qualche domanda in più su come iniziare l’album: test importantissimo per la sua prima effettiva prova solista innanzi al mondo. L’album parte così (al nono album!) con una soluzione insolita: “Coil” è un brano breve (poco più di tre minuti) interamente acustico e con l’ausilio (per la prima volta!) di una voce femminile. Tutto allestito dunque alla perfezione, affinché nessuno si possa lamentare, ma anzi tutti possano dire grande Akerfeldt che ci continui a stupir: eri tu, e solo tu, il nostro mito! Attenzione però: come seconda traccia seguirà (riflesso gastrico per aver osato tanto) “Heir Apparent”, un brano assai duro di quasi nove minuti in cui non compare nemmeno uno straccio di voce pulita. Come a dire: state tranquilli, anche senza Lopez e Lindgren sono ancora capace di pestare. Se non si tratta ancora di veri e propri sensi di colpa, è evidente che qualcosa sia innegabilmente cambiato nella serena gestione dell’evoluzione artistica della band.  

E’ l’inizio della fine: il candore dei vecchi Opeth verrà irrimediabilmente perduto. Da qui in poi l’arte degli Opeth diverrà un dialogo nella testa di Akerfeldt sempre più solo al comando della band, ed anche sempre più solo come essere umano. E solissimo come artista.

To be continued….