"Parlare di Musica è come ballare di architettura" Frank Zappa

05 set 2015

ALCEST: DALLA FRANCIA CON AMORE



I MIGLIORI DIECI ALBUM NON-METAL FATTI DA BAND/ARTISTI METAL
9° CLASSIFICATO: “SHELTER”

Gli Alcest sono un ossimoro vivente (e suonante): se il Black Metal è oscurità, tenebre, negatività, gli Alcest sono luce, sole, energie positive. La copertina dell’album “Shelter” è la migliore rappresentazione grafica di questa evidenza sonora: e proprio questo album costituisce la nuova tappa della nostra rassegna volta a mettere in fila i migliori dieci album non-metal fatti da band metal.


E’ come se la band francese costituisse la fase terminale di un percorso che è partito da lontano e da presupposti oramai non più rintracciabili nella musica da essa oggi proposta. L’olocausto sonoro dei vari Venom, Slayer, Bathory e Celtic Frost esprimeva, nel corso degli anni ottanta, la forma più violenta, aggressiva ed oscura concepibile per il metal. Messaggio che fu accolto e rielaborato nella decade successiva da quella compagine di band per lo più scandinave (Mayhem, Darkthrone, Immortal, Burzum ecc.) che andarono ad estremizzare ulteriormente il discorso, delineando quelli che poi sarebbero divenuti gli stilemi classici del black metal. Quel black metal che è stato il punto di partenza per il giovanissimo Stéphane Paut, in arte Neige (appena ventenne al momento del suo debutto discografico, l’EP “Le Secret” del 2005). Il suo interesse era però principalmente rivolto ad una sola sezione delle potenzialità espresse dal genere, ed in particolare a certe intuizioni di Burzum e primi Ulver, che fornivano, del “feroce e malefico” black metal, un’interpretazione più intima, melodica ed introspettiva. Da qui l'inversione di tendenza...

Neige colse quel filo sottile (ma oggi evidentissimo) che univa la rarefazione sonora del black metal, l’incandescente emotività che esso era in grado di descrivere, con i riverberi, il pathos catartico dei muri di chitarra distorta ed effettata che rimane la prerogativa dello shoegaze (sotto-filone dell’indie-rock, nipote del dark e cugino del noise-rock, che, nel corso degli anni novanta,  seppe configurarsi come genere a sé stante grazie a band come My Bloody Valentine, Slowdive e Ride: gente che non temeva l'ettricità, ma che l'affrontava con un approccio etereo, contrapponendo voci angeliche e melodie cangianti ad imponenti wall-of-sound). Ma non era solo una questione di suoni: anche da un punto di vista di “atmosfera”, il black metal degli Alcest esprimeva un mood solare, luminoso, velatamente malinconico. Nasceva il blackgaze, sotto-genere destinato a conoscere una grande diffusione negli anni a seguire.

Il capolavoro “Souvenirs d’un Autre Monde” (ellepi di debutto dato alla luce nell’anno 2007) vedeva la compresenza, da un lato, di intensi intrecci di riff  di matrice black metal, ritmiche a volte ancora serrate, ma principalmente assestate su tempi medi, e, dall’altro, sognanti arpeggi, fraseggi acustici e la voce nasale e sorniona del buon Neige. Paradossalmente il tutto suonava più leggero persino dall’assalto al rumor bianco che veniva allestito da Kevin Shields, leader dei My Bloody Valentine e teorico per eccellenza dello shoegaze. Tramite gli Alcest il metal del Male era divenuto una macchina di emozioni positive, una carrellata di ricordi dell’infanzia, il richiamo a mondi di fantasia. E il truce black-metaller si tramutava di colpo in fanciullo che, con occhi sbarrati e stupefatti, assisteva con candore alle fantastiche evoluzioni di un universo magico e poetico.
 
La carriera degli Alcest proseguì per qualche tempo ancora lungo un sentiero “ibrido” in cui continuavano ad essere presenti elementi black-metal (in maniera sporadica sopravvivevano persino dei raschianti screaming) dispersi in un contesto sonoro oramai agli antipodi del black stesso. Lavori come “Ècailles de Lune” (2010) e “Les Voyages de l’Ame” (2012) si limitavano a perfezionare la formula, toccando anche traguardi ragguardevoli quanto a ricerca melodica e slancio introspettivo, ma pagavano lo scotto di non possedere più un vero target, un pubblico di riferimento. Troppo soft e raffinati anche per i metallari più aperti di mente (i quali s’iniziavano seriamente a spazientire innanzi a tali sdolcinatezze), e decisamente fuori dalla portata di un pubblico extra-metal (ammesso che chi si trovasse fuori dai circuiti della metal fosse a conoscenza dell’esistenza dalla band), gli Alcest rischiavano di impantanarsi in una palude molto pericolosa, nonostante gli innegabili meriti.

Per questo nel 2014 Neige decide di smettere di menar il can per l’aia e di rompere definitivamente gli indugi con un album di rottura come “Shelter”. Negli intenti programmatici questo album avrebbe dovuto comportare lo scollegamento definitivo dal mondo metal e l’approdo a lidi ancora più soft di quelli solcati in precedenza. Dallo shoegaze, potremmo dire, al dream-pop (sorta di sofisticato pop "in salsa malinconica" e sviluppato in direzione ethereal: per ulteriori dettagli, andarsi ad ascoltare i Cocteau Twins). Il tutto supportato da una furba campagna promozionale e da un videoclip ruffiano per il lancio dell'immancabile singolone paraculoOpale”. Non è un caso che per l’impresa viene assoldato il produttore islandese Birgir Jon Birgisson (che già aveva lavorato con Sigur Ros) e reclutato (a prestare la voce in un brano) niente meno che Neil Halstead (leader degli Slowdive).

Opale” rappresenta al meglio il nuovo volto degli Alcest. Gli ultimi residui di metal vengono spazzati via e sostituiti da sonorità dal piglio sfacciatamente radiofonico: echi di U2/Cure, suoni luccicanti ed arrangiamenti curatissimi fotografano una prova misurata in cui dominano arpeggi solari, melodie orecchiabili al limite del mieloso ed  esplosioni di un’elettricità assai contenuta, lontana anni luce dalle efferatezze di un tempo. Il tutto corredato dai ricami nebbiosi ed impalpabili della voce di Neige, che, concentrato esclusivamente sul lato emotivo della sua musica, non pare essere cresciuto né come chitarrista, né come cantante.

Tutte le tracce di “Shelter” si muoveranno sulle medesime coordinate. Le ritmiche del fido Winterhalter (unico altro membro chiamato a dare una mano al factotum Neige) sono lineari e dettano l’andamento fin troppo prevedibile di ballate eteree e crepuscolari in cui la voce diviene una flatulenza fatata in cui i vocalizzi in francese sono appena percettibili. Non vi è più forza, vigore (cosa che perlomeno ci potevamo aspettare da una band metal). In questo sforzo di emulazione/trasmigrazione ad altri lidi, compiuto senza quei sensi di colpa che affliggono solitamente il metallaro “traditore” e che lo spingono a controbilanciare la propria musica-non-più-metal con tinte oscure e forzatamente decadenti, i Nostri si spingono fin troppo in là, oltre gli stessi modelli a cui guardano (che magari qualche distorsione più fastidiosa, o qualche esplosione post-rock la possono anche prendere in considerazione). Un gruppo black-metal (ammesso che l’etichetta sia ancora utilizzabile) che fa pop è come Frankenstein che, invitato ad un aperitivo sulla spiaggia, se si deve vestire casual, getta via la giacca logora e finisce con indossare uno smoking.

La domanda nasce dunque spontanea: ma a noi, questo “Shelter”, ci piace, oppure no?

Il nostro giudizio si fa biforcuto. Se in generale gli album non-metal fatti da band metal non ci convincono fino in fondo perché in essi ritroviamo una faciloneria di fondo che inficia la resa finale del prodotto (perché in questi lavori spesso la produzione non viene curata adeguatamente, gli arrangiamenti sono dozzinali, i suoni di plastica): se tutto questo è quello che in generale ci disturba e ci fa paura più di ogni altra cosa, nel caso di “Shelter” possiamo stare tranquilli, ritrovando in esso la professionalità e la sensibilità che salvaguardano perlomeno le apparenze. “Shelter” è un prodotto ben confezionato e può essere proposto senza indugi alla nostra amica darkettona che ascolta Cure, Sigur Ros e Cocteau Twins. E questo per merito senz’altro della mano sapiente di Birgisson ed alle accortezze da lui suggerite in sede di produzione ed arrangiamento (è presente anche un set di archi ed una voce femminile ad infarcire i passaggi più intensi): a dimostrazione di come tante volte l’abito possa fare davvero il monaco. Dirò di più: a partire dalla bellissima copertina, questo album, dalle forme ammalianti e seducenti, finisce con esercitare sull’ascoltatore uno strano magnetismo, invitandolo a nuovi ascolti, a prescindere dall’effettivo spessore artistico servito sul piatto.

Se infatti si va a guardare intuizioni, contenuti, idee ecc., beh, ci ritroviamo innanzi ad un prodotto un po’ costruito, inconsistente, paradossalmente privo di particolari sussulti emotivi e soprattutto scarico di soluzioni vincenti. Ma allora, direte voi, siete proprio degli stronzi, voi di Metal Mirror: se un prodotto con questi difetti si guadagna il nono posto della classifica dei migliori dieci album non-metal fatti da band metal, vuol dire che l’intera area tematica è scadente e non valeva la pena di essere approfondita! Beh, ragazzi, nessuno vi ha detto che siamo in un bel mondo. Ricordo che la nostra è più una sfida che altro: è come dire “ricerchiamo un bel cd in un autogrill”, oppure “una bella fica ad un concerto dei Deicide”.

In questo stato di cose “Shelter” è un prodotto che può essere tranquillamente esportato in ambiti extra-metal e che indubbiamente costituisce un gradevole ascolto nei vari momenti della giornata, magari in sottofondo mentre si guida la macchina e si va al mare, o in filodiffusione a casa mentre si dà il cencio per terra. Ma per quanto riguarda le emozioni, quelle vere intendo, piuttosto andatevi ad ascoltare “Disintegration” dei Cure o “( )” dei Sigur Ros. O, meglio ancora, “Transilvanian Hunger” dei Darkthrone.  

Giusto per spezzare una lancia a nostro favore (di noi metallari, intendo) ricordo, a tutti quelli che, con un fazzolettino di seta davanti alla bocca celano un sorrisino birichino di scherno innanzi alle gesta del goffo artista metal, ricordo a costoro che certi salti non sono tanto facili da compiere. E qualora essi continuino a pensare che sia una cazzata passare dal black alla “musica leggera”, li prego di elencarmi tutte le band che sono riuscite a fare l’inverso:

…non vi viene in mente nulla?