"Parlare di Musica è come ballare di architettura" Frank Zappa

24 set 2015

ANTIMATTER: LA "SQUALLIDA POESIA DELLO SQUALLORE" DI DUNCAN PATTERSON




I MIGLIORI DIECI ALBUM NON-METAL FATTI DA BAND/ARTISTI METAL
6° CLASSIFICATO: “LIGHTS OUT”

Che vi piaccia o meno, non poteva certo mancare, nella nostra rassegna dedicata ai migliorialbum non-metal, Duncan Patterson, ex bassista degli Anathema, nonché colui che prese per mano i fratelli Cavanagh e li condusse educatamente, lungo corridoi pinkfloydiani, fuori dal death/doom di cui erano stati splendidi interpreti assieme a Paradise Lost  e My Dying Bride.

Gli Anathema sono stati fra i più brillanti protagonisti di quel flusso migratorio che ha portato, nella seconda metà degli anni novanta, molte band nate nel calderone del gothic metal verso nuovi ed impensabili lidi. C’è chi si è dato alla dark-wave, chi all’elettronica ambientale. Quanto agli Anathema, essi hanno avuto le idee chiare fin dall’inizio: dare emozioni, a prescindere dalla veste indossata.


Nel loro lungimirante percorso evolutivo i Nostri hanno mantenuto saldo il timone della transizione avendo ben in mente le lezioni dei Pink Floyd: prima cogliendone gli aspetti più cinematici, dilatati, spaziali (guardando dunque al lato più magniloquente della band inglese, alle suite infinite di album come “A Saucerful of Secrets”, “Meddle”, “Atom Heart Mother”, “Wish You Were Here”), successivamente concentrandosi sul lato più intimo e teatrale degli stessi, approccio che ha caratterizzato quella parte della discografia in cui Roger Waters detenne il più assoluto controllo della direzione artistica della band (ci riferiamo ovviamente a lavori come “The Wall” e “The Final Cut”).

In questo cammino di emancipazione progressiva dagli stilemi del metal, è stata fondamentale la penna di Duncan Patterson, ispiratore primo di questa metamorfosi. Nel già splendido EP “Pentecost III” e nel capolavoro della prima fase “The Silent Enigma” la componente pinkfloydiana (le atmosfere sognanti, l’imponenza delle orchestrazioni, le infinite code strumentali ecc.) faceva ancora a cazzotti con il monumentale catastrofismo dei Celtic Frost (altra dichiarata fonte d’ispirazione per Patterson). Ma quelli dell’Enigma Silenzioso furono gli ultimi strascichi di metal negli Anathema: già nel successivo “Eternity”, ed ancor di più in “Alternative 4”, la volontà di affrancarsi dal Reame del Metallo si sarebbe imposta con maggiore evidenza.

Ebbene, quelle appena citate sono due opere concepite e scritte per buona parte da Patterson: “Eternity”, impetuoso saggio sulla fragilità dell’esistenza umana, porta con sé quella irrequieta tensione verso l’Assoluto che caratterizzerà tutta la produzione discografica successiva del bassista. La musica degli Anathema conserva forse qualche “rozzosità” di fondo, ma nei fatti è già un flusso di emozioni che oscillano senza posa fra Sogno e (amara) Realtà: un viaggio onirico dove i suoni si fanno sempre più impalpabili e la voce di Vincent si assesta definitivamente su un sofferente pulito.

Con “Alternative 4” avviene il “sorpasso”: in questo album gli Anathema sono più prossimi alla sfera del dark o del rock progressivo che al metal in senso stretto. Essi troveranno nella ballata di piano o di chitarra acustica la loro dimensione ideale, fatta di struggenti melodie e di un’irrequietudine sottocutanea che muta velocemente dal sussurro soffocato al grido liberatorio, come insegnato dal maestro Roger Waters. Sarà proprio questo continuo indugiare su soluzioni riconducibili al repertorio dei Pink Floyd, il passeggiare con piedi malfermi sullo scivoloso terreno del plagio, a penalizzare un album che vede gli Anathema perdere parte della loro personalità nel voler forzatamente tentare nuove strade.

Si capisce che questo era un equilibrio instabile e che non avrebbe retto per molto altro tempo ancora. All’indomani della pubblicazione di “Alternative 4”, avvenne dunque l’inevitabile separazione fra le due entità degli Anathema: da un lato il fronte gilmouriano di Daniel Cavanagh (fiancheggiato dal fratello Vincent), dall’altro quello watersiano rappresentato da Duncan Patterson il sognatore, il visionario. Evidentemente troppe teste pensanti non potevano convivere nella medesima band.

E così Patterson uscirà dal gruppo fondando una “società” nuova di zecca: gli Antimatter. Essi, più che una band, saranno un progetto diviso con Mick Moss, cantante/polistrumentista di innegabile spessore. Gli album degli Antimatter vedranno spesso i due musicisti spartirsi i brani, componendo e suonando in autonomia, cosa che peraltro non ci stupisce più di tanto, considerata l’indole autoritaria e poco incline ai compromessi di Patterson. Il giochetto durerà il tempo di tre soli album, considerato che nel 2005, durante la lavorazione di “Planetary Confinement” (che sarebbe uscito poi come il parto di due band distinte), Patterson lascerà nuovamente, mentre Moss, rimasto il titolare unico del progetto, avrà l’onore e l’onere di portare avanti il discorso da solo (fra l’altro in modo credibile, almeno con l’immediatamente successivo ”Leaving Eden”, che godrà nientemeno del supporto alle sei corde dello stesso Daniel Cavanagh).

Il primo album degli Antimatter, “Saviour” (del 2001), è quello che di più si discosta dall’Anathema-sound, probabilmente perché in esso vanno a convergere quelle energie che negli Anathema non era più possibile esprimere. Le sonorità contenute in questo album vertono spericolatamente verso i lidi del trip-hop di Bristol (che ha detto Portishead?): la vena malinconica, le suggestioni pinkfloydiane permangono, ma la componente elettronica è talmente preponderante che i punti di contatto fra le due formazioni rimangono veramente poche.

Discorso diverso vale per il secondo full-lenght della band, quel “Lights Out” (del 2003) che in qualche maniera si riavvicina agli Anathema, forse perché, con maggiore serenità, Patterson avrà modo di riappropriarsi del suo mondo creativo. Proprio per questo motivo, riteniamo che sia questo episodio il meglio riuscito dell’era-Patterson: in esso le due sensibilità trovano un equilibrio che permette loro di completarsi a vicenda e non di ostacolarsi. La vena cantautoriale di Moss (splendida la sua voce, a metà strada fra Riccardo Cocciante ed Eddie Vedder dei Pearl Jam) si sposa alla perfezione con gli irrequieti landscape disegnati dal bassista, oramai in pianta stabile anche dietro alle tastiere, al pianoforte ed alle basi elettroniche.

A proposito di quest’ultime, esse abbandoneranno soprattutto nei brani a sua firma, nei quali si farà largo uso di voci femminili come da migliore tradizione pattersoniana (del resto il nostro ha tante qualità, ma non certo quella di essere dotato di un’ugola sibillina, visto che, nonostante la sua voglia di strafare in tutti i campi, egli abbia deciso di non cimentarsi al canto praticamente mai, se non in occasione di qualche sporadico sussurro, o camuffato dietro ad un vocoder). Il risultato è una sorta di musica inclassificabile che non potremmo che ricondurre all’empireo della dark-wave. In continua oscillazione fra intimo cantautorato ed oscura elettronica, il nuovo verbo di Patterson si compone di giri ossessivi di basso che misurano l’implacabile incedere di tracce spesso di estesa durata. Su di esse: il languore di voci maschili e femminili che si alterano accompagnate da gelidi sintetizzatori, organi funerei, raggelanti note di pianoforte e fraseggi elettroacustici di chitarra.   

Un esercizio per noi interessante sarebbe quello di individuare i punti di contatto fra questi Antimatter e gli Anathema per capire, al netto del contributo dei fratelli Cavanagh, qual fosse il peso specifico di Patterson in seno alla sua vecchia band. Sono dunque patrimonio del bassista quelle ambientazioni che odorano di soliloquio watersiano: un universo psicotico in cui i testi pessimisti varranno agli Antimatter l’appellativo di “the saddest band”. Da un punto di vista stilistico, le visioni di Patterson trovano espressione anche in determinati stilemi: le malinconiche note di un pianoforte suonato con attitudine minimalista, il prolungamento drammatico di un feedback di chitarra che attraversa ballate che evocano la tensione di brani come “Welcome to the Machine” e “Hey You”; i sussurri, l’eco delle parole che si dissolve velocemente, un grido liberatorio che irrompe improvviso dalla quiete. I lunghi monologhi di una voce campionata e, infine, il canto solitario e senza tempo di una fata (nenie che trovavano spazio fin dai tempi di “Crestfallen” e “Serenades”, tutta farina di Patterson, evidentemente).

Quanto alla componente trip-hop, questa è una novità assoluta. Non per il mondo metal, dato che già in passato avevamo incontrato altrove tentativi analoghi. Basti citare il bellissimo “Memoirs” dei norvegesi The Third and the Mortal che per un pelo non sono rientrati in questa classifica, soppiantati dallo stesso Patterson che, come si diceva in apertura, non poteva non essere contemplato.

Riconosciuta questa sua innegabile importanza, debbono però esserne riconosciuti i limiti. Lasciamo da parte, almeno per il momento, le carenze tecniche: come già disquisito in occasione degli Alternative 4 (sua ultima incarnazione artistica), di quelle melodie un po’ scontate, fatte con le solite note di pianoforte suonate con tocco da elefante, sinceramente non se ne può più. I limiti più gravi per un autore come Patterson, semmai, sono da un lato l’autismo/isolazionismo e dall’altro quell’approccio un po’ “frescone” ai temi esistenzialisti che si ostina a voler trattare. 

Su questo autismo, che ha portato nel tempo il Nostro ad impantanarsi nelle sabbie mobili della sterilità artistica, è già stato detto qualcosa: più invecchia, il Nostro, e più si incancrenisce nelle solite citazioni pinkfloydiane, come se tendere a brani come “Hey You” (vero ideal-tipo della canzone perfetta secondo Patterson) fosse divenuta una vera e propria ossessione, una morbosa e frustrante tensione verso un Assoluto evidentemente non alla sua portata. Appoggiarsi alle lezioni dei maestri va bene, ma poi ad un certo punto un artista deve metabolizzare quelle lezioni, rielaborarle in modo personale e procedere avanti: un po’ come hanno saputo fare gli ex colleghi Anathema, che nel tempo hanno arricchito la loro visione artistica con elementi mutuati da altre sorgenti (Radiohead e Sigur Ros, per esempio). Patterson invece no: rimane negli anni (e tuttora lo è) uguale a se stesso, ossia uno squallido poeta dello squallore, una sorta di Roger Waters de noialtri, che non riesce ad essere regista come Waters e, a dirla tutta, non dispone dei mezzi che poteva avere Waters per realizzare le sue idee.

Quanto al secondo punto, l’indugiare sui temi dell’angoscia e dell’afflizione, spiattellando le emozioni nel modo esplicito con cui lo fa lui, senza tanto amor per le metafore (siamo giunti alla fine, non c’è soluzione, ho perso il controllo sono frasi tipiche del Patterson paroliere), è una pratica che sulla lunga distanza non può che far nascere delle perplessità. In particolar modo laddove i testi sono perfettamente intellegibili alle orecchie dell’ascoltatore, o perché le basi musicali sono minimali, o perché le parole sono ben scandite. Da questo punto di vista, c’è almeno da dire che gli Anathema, anch’essi eccessivamente prosaici (con l’aggravante di essere fin troppo zuccherosi), non faranno molto di meglio.  

Che vi piaccia o meno, il contributo di Patterson alla causa della emancipazione del metal dai suoi stilemi classici rimane comunque fondamentale. Senza considerare che quando è ispirato sa sfornare capolavori del disagio come questo “Lights Out”, da pelle d’oca dalla prima all’ultima nota. Con i suoi pregi e i suoi difetti, Patterson è un artista coerente, che ha sempre lavorato con onestà, assecondando la sua urgenza comunicativa, inseguendo quelle che erano e che sono tutt’oggi le sue visioni. Uguale a se stesso, continua imperterrito a lavorare nell’oscurità per l’oscurità verso l’oscurità, teso nella direzione di quell’Eternità che gli viene beffardamente negata.

Do you think we’re forever?