"Parlare di Musica è come ballare di architettura" Frank Zappa

29 gen 2019

DA GENE KELLY A SCOTT KELLY: UNA SERATA CON I MASTODON - LIVE AT O2 ACADEMY BRIXTON, LONDON 25/01/2019


E' buio in sala e da qualche parte echeggia la voce di Gene Kelly che intona "Singin' in the Rain". Questa è l'introduzione che i Mastodon hanno scelto per aprire le loro esibizioni di questo nuovo tour targato 2019. Mi accingo ad affrontare l'evento con uno stato d'animo a metà strada fra l'esaltazione e la volontà di comprendere. Il motivo che mi ha spinto stasera all'O2 Academy Brixton, oltre ovviamente alla buona musica, è capire se i Mastodon, alla fine della fiera, sono dei grandi per davvero o se, sotto sotto, sono stati sopravvalutati e sospinti fino ai giorni nostri da una serie di circostanze fortunate.

Sicuramente i Mastodon sono l’ultima grande band metal capace di mettere d’accordo un po’ tutti. E la varietà del popolo che è accorso stasera a vederli è la conferma del loro successo planetario: giovani e meno giovani, esseri borchiati e pacati nerdcosplay e gente comune, metallari “vecchia scuola” e rastafari con capelli improbabili, tope e scaccia-tope, ed ovviamente quei ragazzoni con barba e camicia a quadri che rappresentano la quota di maggioranza in occasioni del genere. Insomma, non sembra mancare proprio nessuno all'appello!



I Mastodon si imposero per freschezza, tecnica e capacità compositive sopra la media, e con un lavoro come “Leviathan” da validi epigoni dei Neurosis seppero scattare in avanti con la destrezza dei veri campioni, divenendo di colpo i migliori protagonisti del metal mondiale del momento. Ma dopo i notevoli “Blood Mountain” e “Crack the Skye”, che videro una progressiva apertura al rock settantiano ed alla psichedelia, il loro è stato un percorso di normalizzazione che li ha condotti ad una veste più canonicamente stoner-rock, con episodi dal gusto radiofonico impensabili fino a qualche anno prima (basti guardare ad un singolo come “Show Yourself” dell’ultimo full-lenghtEmperor of Sand”).

Se anche i lavori migliori sono stati penalizzati da una sciatteria che faceva convivere innegabili colpi di classe a passaggi francamente tirati via, il nuovo corso della band ha avuto almeno il pregio di aver asciugato i suoni rendendoli più semplici, diretti, meglio torniti, con meno sbavature e voci finalmente intonate. Ok, in certi frangenti vengono in mente i Queens of the Stone Age (cosa che non è un male in sé), ma si capisce che i Nostri rimangono una band di una caratura superiore, vuoi anche solo per la preparazione tecnica, per il coraggio e per l'apertura mentale. E fra i giudizi contrastanti di chi li preferiva prima e chi li preferisce oggi, Metal Mirror si è sacrificato per voi, saggiandoli dal vivo, con l'obiettivo di capire qual è l’effettiva sostanza dei Nostri!

Facciamo prima due passi indietro. Sul palco ci sono i Mutoid Man. E chi cazzo sono i Mutoid Man?!?, direte voi. Apprendo dalla rete che si tratta di un super gruppo formato da Stephen Brodsky, cantante/chitarrista dei Cave in, e da Ben Koller, batterista dei Converge. Saranno dunque lo “scazzo metal” dei musicisti sopra citati, ma la loro proposta non mi pare altro che una accozzaglia sconclusionata di cliché: frattaglie thrash metal, riff doom, parti tiratissime in cui si sfiora il blast-beat, growl fatto male e momenti più piacioni fra stoner ed alternative rock, decisamente fuori luogo dato il contesto di revival ottantiano. Non manca l’ironia, sono pure simpatici i Mutoid Man e ce la mettono propria tutta per intrattenere il pubblico, ma nella sostanza fanno proprio cagare.

Decisamente meglio i Kvelertak, i quali sono la dimostrazione vivente che si può raggiungere il successo anche con un nome impronunciabile. Ma se il nome è quello che è, i Nostri recuperano a livello di impatto visivo e gestione dello spettacolo. Intanto le tre chitarre, che sono decisamente tante per un black metal che si fa spesso sedurre dal punk-rock, ma la cosa più divertente è il contrasto visivo che si viene a creare fra i musicisti, tutti più o meno dalle sembianze di impiegati del catasto, e l’attitudine nichilista ed iconoclasta del nuovo cantante Ivar Nikolaisen, sorta di via di mezzo fra Dead e Syd Vicious.

Che bellezza vedere la sua sagoma oscura (chiodo e capello lungo) che si agita scompostamente sul palco, finendo puntualmente fra il pubblico delle prime file, ritrovandosi a cantare sdraiato, rotolando a peso morto, trascinato goffamente dalle braccia dei malcapitati sotto di lui. Ma è il black metal, in definitiva, ad essere meraviglioso: le chitarre zanzarose scivolano che è una bellezza su tempi motorhediani, e i cori anthemici, prerogativa della band, non guastano per nulla (anche se quel sapore à la Van Halen di “1985” mi è sempre stato sul cazzo). Il set scorre via liscio, epico e divertente, concludendosi all’insegna dell’auto-celebrazione con Nikolaisen che, durante l'ultimo pezzo, sventolerà tronfiamente un'enorme bandiera con il logo della band.

Chissà, per molti saranno solo dei paraculi, traditori del Sacro Verbo del Metallo Nero, ma secondo il sottoscritto non è affatto un peccato mortale per una band norvegese, pur strizzando l’occhio al mercato discografico, riappropriarsi del proprio patrimonio cultural-musicale. E poi si sa, è tutta colpa dei Satyricon.

Passiamo ai Mastodon e torniamo alla domanda iniziale: sono costoro veramente dei grandi? La risposta è: ancora non lo so. Eccoci di nuovo a Gene Kelly, ma è questione di pochi secondi: irrompono bruscamente le terremotanti note di “Iron Tusk”. La scelta di aprire le danze con questo estrattone da “Leviathan” (ben cinque saranno i brani estrapolati dall’album!) fa capire che i Mastodonti stasera vogliono fare sul serio. Quel lato commerciale che era emerso nelle ultime produzioni non perviene assolutamente, salvo l’eccezione costituita dalla hitSteambreather”, che si è comunque rivelata una piacevole parentesi.

I quattro semmai punteranno su muscoli e sudore, sfoderando una prestazione che, del loro repertorio, andrà a valorizzare l’impatto e la forza d’urto, con un impeccabile Brann Dailor a dettare i tempi. La scena è catturata dall’imponente figura di Troy Sanders, mentre il buon Brent Hinds, di lato, si dedicherà principalmente alle sue sei corde, prestando la voce quando necessario. I suoni non saranno perfetti, impastandosi sovente ora in un passaggio particolarmente intricato, ora in un intreccio vocale venuto male, ma in compenso luci e apparato visuale (una serie di lunghi e sottili schermi rettangolari su cui si materializzeranno immagini psichedeliche dagli sgargianti colori) saranno di estrema suggestione.

A livello musicale, tuttavia, di psichedelico ci sarà ben poco, visto che la selezione dei brani (ben venti in scaletta, spazianti per tutta la discografia dei Nostri) privilegerà gli episodi più diretti, sacrificando la componente progressiva che avrebbe potuto conferire maggiore varietà allo spettacolo. Alla band manca la capacità di crerae il giusto climax, in quanto ogni brano sembra raccontare una storia a sé, e tutti insieme, la stessa storia. Da questo punto di vista i Nostri mi hanno un po' deluso, ma forse è stata solo una mia impressione, visto che la gente intorno mi è sembrata decisamente soddisfatta durante l'intera esibizione.

Momenti magici? Per il sottoscritto gli assoli di “Sleeping Giant” e il finale catastrofico di “Aqua Dementia”, impreziosita dall’ugola al vetriolo dello special guest Scott Kelly. Già, dimenticavo: il cantante dei Neurosis, amico e collaboratore di vecchia data dei Mastodon, si è generosamente messo a disposizione per una serie di date di questo nuovo tour. Stasera lo troveremo sul palco durante l’esecuzione di ben sette brani e devo dire che con lui a prendere le redini della situazione il volto della serata muterà nettamente.

Prima solo al microfono, poi anche alla chitarra, Kelly ha caratterizzato lo scorcio finale del concerto, dando al pregevole materiale dei suoi protetti quell’intensità che solo i Neurosis possono possedere. Il suo ingresso ha scatenato l’apocalisse in sala, un crescendo di emozioni che ha toccato l’apice nel trittico di brani finali: la mastodontica (come definirle altrimenti?) “Crack the Skye” (per il sottoscritto il momento top della serata), la lisergica “Diamond in the Witch House” e l’immancabile “Blood and Iron”, mazzata nei denti a cui è affidato l’onore di chiudere le danze.

Insomma, volendo cedere alle lusinghe di uno stupido gioco di parole, potremmo dire da Gene Kelly a Scott Kelly! Il fatto però che il positivissimo esito finale dell'evento sia stato determinato da un fattore esterno rende difficile rispondere alla domanda iniziale, ossia se i Mastodon siano davvero dei grandi o no.

Loro bravi certamente, sì…
...ma i Neurosis, francamente, sono di un altro pianeta…