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05 lug 2015

MASTODON: A CACCIA DI BALENE CON I MASTODONTI DI ATLANTA


I MIGLIORI DIECI ALBUM DEL “NUOVO METAL”
5° CLASSIFICATO: “LEVIATHAN”

Anno 2004: un nuovo big-bang sconvolge l’universo dell’heavy metal. Esce “Leviathan” e i suoi autori, i Mastodon, sono la nuova sensazione. Quali sono i meriti del quartetto di Atlanta? Scopriamolo insieme addentrandoci nella top-five della nostra classifica dedicata al “Nuovo Metal”.


In principio furono i Neurosis. Poi vennero Isis e Cult of Luna ad aggiungere colori alla tavolozza, arricchendo quella che era stata la più grande rivoluzione che il metal avesse conosciuto negli ultimi venti anni: l’avvento del post-hardcore. Fra i tanti che decisero di seguire le orme di Steve Von Till, Scott Kelly e compagni c’erano anche loro, i Mastodon, firmatari di un buon debutto, “Remission”, rilasciato nel 2002. Essi tuttavia, rispetto a molti altri colleghi, decisero presto di dirigersi verso altri lidi.

Per certi aspetti l’operazione compiuta dai quattro di Atlanta era animata da una pulsione conservatrice. Per loro il post-hardcore fu un trampolino di lancio utile a spiccare il volo. Ma già con l’opera seconda, il presente “Leviathan”, i Mastodon ebbero modo di imporsi sulla concorrenza grazie ad una formula che, conservando la furia e l’immediatezza dell’hardcore, sapeva addentrarsi in territori più classicamente heavy, sfoggiando per altro una voracità stilistica che li avrebbe condotti al progressive prima ed alla psichedelia successivamente.

Dirò di più: si fece incetta di stilemi “classici” che avevano iniziato a puzzare nel corso degli anni novanta, ma che rimanevano indelebilmente scolpiti nel DNA del metallaro medio. Ovvio che fu salutata con gioia l’idea di annettere, in una impalcatura post-hardcore, un po’ di fottuto heavy metal vecchia maniera: vuoi certe armonie ed atmosfere epiche che evocavano gli Iron Maiden (eresia!), vuoi l’adozione di un modus operandi in grado di abbinare potenza e melodia, proprio come facevano i vecchi Metallica (doppia eresia!), vuoi il recupero di una chirurgia esecutiva ed un rifferama mutuati direttamente dai Death del mai troppo compianto Chuck Schuldiner (sia lodato il Cielo!). Aggiungiamo infine l’impeto progressivo suggerito dalla band emblema del progressive metal, ossia i Rush, e il quadretto si fa decisamente interessante.

Ovviamente i Mastodon non piacquero a tutti, perché il popolo metallico sa essere stronzo come pochi. Nemmeno io gridai al miracolo, ma l’esperienza Mastodon poteva essere una bella occasione per riconciliarci e tornare a volerci tutti bene: conservatori, progressisti e rivoluzionari. Ma come spesso capita quando si genera troppo clamore intorno ad un fenomeno, rispunta fuori l’atavico “ce-l’ho-più-lungo-di-tutti” del metallaro, che deve sempre schifare quello che piace a tanti, a troppi. I Mastodon sono quindi sopravvalutati? Non inventano nulla? Copiano a destra e a manca, per poi cucire tutto insieme? Dite quello che vi pare, “Leviathan” fu disco dell'anno 2004 per molte rinomate testate giornalistiche. Che sia stato tutto frutto di una fantasia collettiva?

Sociologicamente parlando, il maggior pregio dei Mastodon, in un periodo storico complesso per il metal, fu di aver esercitato un potere rassicurante nei confronti dell’irrequieto e sconsolato popolo metallico. Il metallaro viveva da troppi anni nell’incertezza, aggirandosi fra i cocci di un mondo frantumato. Era frustrante guardare sempre indietro, ma il Nuovo non riusciva ad imporsi con la stessa magia del glorioso e mitico Passato. Le cose migliori, il metal, le sfornava oramai in territori borderline; fiorivano opere d’arte bellissime, ma non per tutti appaganti, in quanto spesso di nicchia: o perché si trattava di lavori troppo complicati, il cui ascolto richiedeva un eccessivo sforzo celebrale, o perché quegli stessi lavori erano espressione di un disagio che alla lunga poteva risultare indigesto. Tanto per aggiungere merda alla merda, nel 2003 (l'anno precedente di “Leviathan”) usciva “St. Anger”. Non si sapeva più a che santo votarsi.
Ecco che, in un’epoca di copertine ritraenti foto di discariche abusive, scatti in bianco e nero di loschi figuri immortalati con la bocca spalancata, o crude disposizioni di simboli esoterici, i Mastodon recuperavano l’artwork bello e gratificante alla vista, curato e rifinito nel dettaglio: un bel dipinto in pastello dai colori vivaci che aveva per oggetto un’avvincente scena marina, lotta furibonda fra le onde di un bianco cetaceo ed un vascello. Quella copertina dice già tutto: dinamismo, epicità, violenza, ma anche profondità.

Allo stesso modo il concept adottato ebbe su molti un potere rasserenante: il “Moby Dick” di Herman Melville non è solo un capolavoro letterario ed un romanzo bellissimo a tutti i livelli ed alla portata di molti, ma anche una storia di fantasia universalmente nota, perfettamente calibrata sul background culturale del metallaro medio. Ovviamente la narrazione dei Mastodon si arricchisce di simboli, metafore, non è una semplice enunciazione di fatti, perché se il punto di partenza, per certi aspetti, non è il massimo dell’originalità, sono i suoi sviluppi ad essere avvincenti.

I Mastodon, più semplicemente, sanno suonare ed è in questo terzo ed ultimo punto (dopo quello iconografico e quello concettuale) che risiede la ragione del loro successo. Troy Sanders (basso e voce), Brent Hinds (chitarra e voce), Bill Kelliher (chitarra) e Brann Dailor (batteria) danno del tu ai propri strumenti. E ciò non si traduce in spocchiosa e sterile esposizione di tecnicismi, bensì nell'esatto contrario: un sound compatto in cui la tecnica individuale è un mezzo e non un fine. Un discorso a parte va fatto comunque per Dailor (ex Today is the Day, insieme a Kelliher) la cui prova dietro alle pelli è qualcosa di straordinario persino in un contesto straordinario qual è quello costituito dalla “famiglia” Mastodon. Dailor è il motore pulsante della loro musica: potente, intricato, capace di dare il giusto andamento a brani dinamici e mutevoli, senza mai rubare la scena ai compagni, sempre al servizio di tutti.

Classici ed innovativi al tempo stesso, i Mastodon sembrano capaci di fare tutto, ma lo fanno con una disinvoltura tale che non li fa neppure sembrare i mostri di tecnica che sono. E, cosa da non sottovalutare, edificano brani originali e ricchissimi di spunti in spazi veramente contenuti: a parte la suite di oltre tredici minuti “Hearts Alive” (che comunque va giù come un bicchier d'acqua da quanto scorre bene), il minutaggio dei singoli pezzi si assesta fra i tre e i quattro minuti, in totale antitesi con i dettami del post-hardcore, che preferisce muoversi in tempi lunghi, spesso giocando con la reiterazione e la dispersione. I Mastodon, al contrario, sanno e vogliono far fruttare ogni singolo minuto, aiutati dall'impeccabile lavoro di Dailor e da una fantasia/creatività fuori dal comune, capace di dipingere in vivide immagini la pazzia sucida del capitano Achab come la furia indomabile della mitica Balena Bianca, incarnazione del Male. Sostenere che il loro “Leviathan” è una riuscita unione fra “Orion” di “Master of Puppets” e “The Rime of the Ancient Mariner” di “Powerslave”, rilette entrambe in salsa Neurosis, non è poi così azzardato.

I Mastodon sanno dunque suonare, ma non sanno cantare. La dimensione vocale è il vero punto debole della formula impeccabile della band, non tanto su questo “Leviathan”, in cui i Nostri continuano a fare la voce grossa (anche se il cantato rimane anonimo), ma nei lavori successivi, nei quali i legami con l'universo post-hardcore si allenteranno ulteriormente, per spostarsi su una dimensione maggiormente melodica e complessa, non supportata adeguatamente dalle claudicanti voci pulite dei vari componenti, che si alterneranno dietro al microfono. Non è un caso che i brividi si hanno nell'incursione vocale del sodale Scott Kelly (prestato dai padrini Neurosis) in “Aqua Dementia”.

Tolta questa pecca, che comunque non inficia la qualità complessiva della proposta, il sound dei Mastodon si impone principalmente per la sua freschezza: il recupero del passato non puzza di dietrologia, le novità sul piatto sono innegabilmente superiori. I Mastodon raccolgono le energie di una reazione che il metal doveva prima o poi esprimere, ma per poterlo fare in modo credibile, vi era bisogna di una band fuori dal comune. Con i Mastodon si ritorna ad immaginare il metal come una musica “gioiosa” (e non intendo l'happy-metal di Helloween e compagnia crucca), una musica “suonata” e non solo pensata, concepita ed eseguita grazie all’esercizio, allo scambio, alle prove in cantina ed al sudore versato sul palco. Il metal non è il grunge, non è cantautorato, non è ambient, anche se qualcuno ci aveva indotto a pensare che la via della redenzione passasse necessariamente da quelle parti: il “Nuovo Metal” può essere ancora una musica potente, che vuole coinvolgerti, trascinarti, allietarti con cambi di tempo, sorprenderti con un assolo, farti riprendere fiato con un arpeggio ed annichilirti di nuovo con un riff. Non sono questi dei passi indietro, ma la riaffermazione forte e sincera dell’identità di un genere musicale in forte crisi esistenziale.

Laddove l’incrocio dei generi è stato un inevitabile percorso evolutivo, il salto di qualità dei Mastodon consiste nell’adozione dei nuovi schemi (post-hardcore, post-metal), senza rinnegare quelli vecchi (thrash, death, heavy metal classico), finendo per giocare fuori dagli schemi stessi (stoner, space-rock, progressive), in un contesto di omogeneità e continuità naturale fra gli elementi: un po’ come il fuoriclasse che segna il goal tirando di punta, sebbene da sempre ci dicano che non si può fare. Quello dei Mastodon è dunque un altro possibile “Nuovo Metal” che sa essere un luogo in cui passato e presente convivono ed insieme, armoniosamente, costruiscono l’avvenire: un futuro fatto di libertà, ricerca, ricchezza di suoni e soluzioni, a metà strada fra rock libertario e pragmatismo metal.

Ma sarà questione di un attimo: la mastodontica balena, distrutto il vascello fra gli schizzi inverecondi delle onde, calerà nuovamente la sua testa sotto la superficie dell'oceano per cambiare direzione e rintanarsi negli abissi del proprio inconscio. Per poi riemergere e tentare la scalata della Montagna Sacra. Oppure, cambiando forma, per librarsi in volo reincarnata in un uccello di fuoco Uscendo dalla metafora: già con il successivo “Blood Montain” (2006) e ancora di più con “Crack the Skye” (2009) l’originaria forza d’urto andrà a stemperarsi per lasciare spazio ad una ricerca che proietterà i Mastodon lungo un tracciato che avrà sempre meno a che fare con il metal pesante e sempre più con una forma allucinante, acida e spaziale di rock di ispirazione settantiana.


Fra i loro figli troveremo quei Baroness (artisti post-hardcore oramai di quarta generazione) che, nel loro capolavoro “Yellow & Green”, sapranno chiudere il cerchio tornando al principio di tutto: quel grunge/stoner che non fu altro che riscoperta degli anni settanta, appunto, e tempesta che sconvolse il vecchio metal.