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27 ago 2019

VIAGGIO NEL METAL ASIATICO: IL PAKISTAN DAL PROGRESSIVE ALL'AUTOFAGIA


In Pakistan l'intenzione c'è e si vede dal grande numero di gruppi presenti. Una caratteristica panoramica da tener subito presente, inoltre, è che qui il metal nelle sue forme classiche è molto rappresentato, dalle sonorità alla Iron Maiden al power britannico in generale, fino al thrash metal della decade ottantiana.

Oltre all’intenzione ed alle radici si nota anche un discreto entusiasmo


Può capitare che questo entusiasmo faccia partire in quarta, come per gli Zanskar (thrash melodico) finché a qualcuno non viene in mente un dettaglio: “Ehi, ragazzi, ci siamo scordati del cantante!”. Succede anche nei migliori gruppi, i Megadeth per esempio...come dite? Hanno il cantante? Vabbé, ricordo male io allora... comunque,anche come strumentale la musica degli Zanskar funziona. La cosa però diventa un trend: i Reckoning Storm raccolgono la sfida e propongono un disco strumentale di metal progressivo incentrato sulla chitarra. Gli Orion propongono un metal strumentale con parti rumoristiche ed ambient ...poi però sanno anche suonare e fanno cose serie, di impronta thrash o progressive. 

Sapete una cosa? Qui in Pakistan il thrash deve aver lasciato un'impronta. Dopo qualche ora di metal pakistano, sarà una mia impressione, ma mi pare di aver riconosciuto cinque o sei volte il riff di "One" dei Metallica, quello “a mitraglia”, e altrettante il riff marziale del break centrale di “Disposable Heroes”, sempre dei Metallica. Non a caso gli Orion, autori di “Dove le balene vanno a morire” potrebbero alludere, sia nel nome che nel titolo, ai maestri rinnegati del thrash...

I Jangli Jaggas cambiano stile, ma il mutismo regna sovrano: “Melodic Fantasy Metal”, dal sapore un po' sintetico: sinfonico, ma sottile sottile.

Se vogliono, tuttavia, i pakistani accendono anche la laringe. Ne sanno qualcosa i “I See Insanity” che urlano in maniera muscolosa in “False Gods”, sempre in ambito thrash, o i Tabahi, più thrash-death oriented. Idem i Downfall of Humanity, con un cantante che ricorda Chuck Billy. E ci tolgono ogni dubbio sia il death metal secco degli Witchspawn, sia i “Vomito dell’Anima” (Soul Vomit), su cui, confesso, avevo riposto molte speranze in base al nome. L’anima gli rimane invece a mezza gola, per quanto gli sforzi di stomaco siano apprezzabili. 

Oltre a questi, ci sono anche i gruppi dallo stile polivalente. I Messiah sono un esempio di questa poliedricità spontanea; o i Dusk, i quali inspiegabilmente partono da un death-doom per virare poi sul prog e quindi atterrare nuovamente su territori death-thrash. Fra le soluzioni polivalenti ci può anche scappare il nuovo genere, perché le vere idee nuove non nascono mai dai filoni che migrano dai generi originari, quanto dai reflussi. Dal reflusso verso una matrice originaria nascono gli innesti, le contaminazioni di ritorno che sono i semi laddove invece le sperimentazioni semplici sono una fuoriuscita dal genere verso lidi già scritti da altri.

Si può fare, per esempio, “brutal doom”? In Pakistan sì. La voce del brutal doom (da non confondere con generi contigui tipo il funeral doom o il death doom) ricorda quella di vostra nonna quando vi raccontava le fiabe della buonanotte. Bassa, magari un po' roca, con quel timbro che conciliava il sonno. Non ruvida né stridente, non schioccante né roboante, insomma quella miscela che ipnotizza. Tecnicamente l'effetto è probabilmente dato da un rallentamento doom del consueto timbro brutal, diverso dall'effetto del rallentamento death strascicato, meno “rotondo”, che infatti produce angoscia, rodimento. Si sentono echi di My Dying Bride.

I Myosis alluderanno invece all'effetto dell'oppio sulla pupilla? La miosi in effetti è appunto la diminuzione del diametro della pupilla, ma a parte questo dettaglio i loro testi paiono cercare un nesso tra il taoismo, il concetto di morte simbolica (in cui potrebbe rientrare anche l'oblio da oppio) e l'affrancamento del pensiero corrotto.

In uno split con i J di Singapore si può solo desumere che il loro pensiero sia allineato con questi ultimi. Nel pensiero corrotto i J mettono quello religioso tradizionale, strumentale al potere e fonte di incatenamento spirituale. E' curioso come l'immagine della morte (Letum) qui evochi quasi una rinascita nella serenità, mentre immagini analoghe (il fiume Lethe della perdita di conoscenza, che scorre nell'Aldilà) per gli occidentali Dark Tranquillity è un polo di disperazione e di annientamento, al termine e al culmine dell'odio per la vita. Il “Tao” di cui parlano i Myosis è l'essere all'interno del flusso perpetuo da percorrere, la dinamica fondamentale dell'essere, il suo mutare naturale su cui poi l'uomo applica la propria particolare esistenza. Tao è un termine difficile da rendere, si dice possa significare eterno flusso da percorrere, o anche semplicemente “via” a cui tutto arriva e da cui tutto nasce, o “madre di tutto”, o anche “femmina oscura”.... Quindi “Cultivating the Tao” si può tradurre con “ragazzi, cerchiamo di farcela dare”... e su quest'ultima traduzione ci fermiamo, perché tanto lo intuivo che si arrivava lì.......Noi occidentali in questo siamo più spicci e diretti. 

I Faraz Anwar ci regalano un video. Vanno in un parco o bosco, si piazzano dietro una transenna di cemento, come dire “qui non si dà noia a nessuno” e poi si mettono a suonare. Nell'intro si legge di una storia di un antico guerriero amerindo metà uomo e metà falco. Nel video si vedono alternate immagini del gruppo che suona, del cantante che incede lungo i sentieri del bosco e di una donna con al collo una specie di collana di piume. Improvvisamente accade l'irreparabile: il nostro eroe pakistano si trasforma mediante bandana in indiano nativo d'America e si muove verso l'ignara ragazza, ferma in una radura. Il video stacca sull'immagine di lui che sembra pensi: “Bah, ma questa storia dell'indiano e la trovata della bandana in capo funzioneranno?”. I Faraz Anwar vanno capiti perché devono reggere la concorrenza dei Mizraab, pare piuttosto famosi, hard rock melodico ben suonato ma solo a tratti d'interesse metallico.

Dalla frangia di metal classico peschiamo gli Odissey (altri nomi sono Black Warrant, Kain, Black Hour). Nati dalle ceneri degli Orion, ne conservano in parte l'attitudine sperimentale e propongono un metal melodico con parecchi spunti progressive, ma un'impostazione abbastanza tradizionale in fatto di sonorità, centralità chitarristica e epicità: essi rimangono, tra tutti quelli di metal classico, il gruppo che meno cade nella tentazione, tutta asiatica, di poppeggiare a tradimento. Ma alla fine anche gli Odyssey tra i loro crediti vantano quello di aver coverizzato una famosa canzone pop pakistana e nella biografia questa incisione è decantata come fosse il credito più prezioso degli Odyssey. Loro tentano di oscurare una produzione metal dignitosa con un dettaglio aberrante, altri fanno di peggio, come i Black Warrant, dal percorso assurdo: da noi siamo abituati che si inizia suonando cover per esercitarsi, poi si comincia a comporre roba originale e si arriva al primo disco. I Black Warrant invece iniziano suonando brani originali per poi cominciare a pubblicare album di cover di gruppi classici del metal, dai Metallica a Malmsteen, dopo di che entrano in stand-by dal 2010. 

Queste piccole gioie unite a tanta buona volontà fanno del Pakistan una piacevole sosta, ma anche una potenziale sorgente di nuovi generi ibridi...

A cura del Dottore

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