"Parlare di Musica è come ballare di architettura" Frank Zappa

3 apr 2020

IL METAL AI TEMPI DEL CORONAVIRUS: "EPIDEMIC" (SLAYER)


Siamo in pieno "Reign in Blood", in pieno disco. L'ascoltatore a questo punto ha inteso che l'opera è un susseguirsi di episodi con “momenti” ricorrenti. Strutturalmente parlando in "Reign in Blood" gli Slayer costruiscono i brani proponendo prima una strofa o due con recitativo rimato, “indigeste” a livello di orecchiabilità, poi ci mettono in genere una parte cadenzata (tenete presente la struttura dell'iniziale "Angel of Death") e come ciliegina sulla torta l'urlo di Araya, qui piazzato a fine testo.

"Reign in Blood" tratta della possibilità del Male, della naturalezza del Male, della ineluttabilità del Male.

Il Male (inteso come danno o morte degli altri) può essere il risultato di una volontà organizzata di sterminio, oppure di una singola mente malata. Può essere una calamità naturale, come appunto l'epidemia: il minimo che occorre per uccidere. Oppure può essere una inutile e compiaciuta pratica della distruzione materiale, come nel caso di chi tortura o sperimenta sulla pelle di cavie umane, che è il massimo che si può fare prima di incorrere fatalmente nella morte. Ma perché ne parliamo?, si potrebbe contestare al metallaro, non c'è già abbastanza morte intorno a noi?

Ebbene, una facile risposta sarebbe che proprio antropologicamente il Culto della Morte, insistito, estremizzato e soprattutto reso consueto e scandito liturgicamente, è un modo per “sfamare” la Morte e tenerla a debita distanza, mentalmente. 

Ciò che si sfama è la paura, come illustrato in "Necrophobic", sbattendogli in faccia proprio una serie infinita e fantasiosa di immagini macabre. Senza una dimensione macabra, il mondo sarebbe a pelle scoperta, privo della consapevolezza della normalità del Male. Perché il Male è, nella visione dell'uomo, soprattutto la Morte. Al netto del Male individuale, la rappresentazione del Diavolo e della Morte sono largamente coincidenti, e il massimo “male” contro l'uomo è in fondo quello di non farlo vivere ancora. 

Da qui le danze con la Morte come rituale propiziatorio, efficaci psicologicamente proprio quando la Morte è vicina e bisogna andare avanti facendo uno slalom. Da qui i teschi dipinti sugli elmetti dei soldati del Vietnam. Ma attraverso questa “Terapia della Morte” si sopravvive e anzi si rivive continuamente, soddisfatti di esserci ("Reborn").

Nell'ambito della storia del metal "Epidemic" è segno di una evoluzione della poetica death metal, che nei primi anni sostanzialmente descrive. Finché domina il thrash metal si descrive, si affastellano atrocità, si calca la mano sui soliti luoghi comuni dell'orrore e del catastrofismo, con al massimo qualche sforzo di varietà lessicale, pari a quello che l'articolista dei giornaletti porno faceva per evitare di ripetere quaranta volte “cazzo” in capo ad uno scritto che accompagnava le foto.

Quando si passa al death metal come genere autonomo (metà anni ottanta i primi segnali del passaggio) l'analisi della morte fisica, specie quella legata a malattie, diventa più riflessiva. Non basta la morte, si scava nella morte. Se il cadavere è integro, lo si smembra. Se la causa non è chiara, si deve parlarne nello specifico. La vita materiala va smontata. E, smontandola, dove si potrà arrivare? Alla disintegrazione atomo per atomo? No, in realtà si ferma tutto prima. Ci si ferma quando si arriva al “bandolo” del ciclo vitale: il corpo in putrefazione diviene pascolo per i vermi, o per i batteri se si vuole scendere nel miscroscopico. Da qui la vita rinasce, cambia forma.

"Epidemic" parla dei batteri "opportunisti", quelli che stanno buoni a corpo vivo, ma poi quando le difese immunitarie cadono con la morte, prendono il potere e ampliano le loro colonie: 

“Cresce veloce senza nutrimento, seme dormiente che porta infezione, inizia a proliferare dentro la carcassa, lasciato in libertà di prendere il comando; in attesa di rivelarsi, si scatena senza freni, piano piano predomina su tutto, macchina di morte, che infesta il mio corpo per affermarsi”

I termini organici ci sono, ma piano piano subentra una "psicologia" della decomposizione e dell'infestazione. Questa evoluzione colpisce così tanto che da qui origineranno filoni dedicati: filoni ininfluenti sul piano dell'economia discografica ma che sono ubiquitari. 

A conferma del ruolo che la rappresentazione della Morte ha nella psicologia umana, l'affermazione della poetica death metal con venature anatomopatologiche è un genere che va per la maggiore nel terzo mondo. Hanno certamente cose più importanti a cui pensare ed invece fanno death metal a dismisura...

A cura del Dottore

To be continued...