"Parlare di Musica è come ballare di architettura" Frank Zappa

11 apr 2020

IL METAL AI TEMPI DEL CORONA VIRUS: "CHRONIC INFECTION" - (PESTILENCE)



Come una squadra di calcio il cui bomber, dagli spogliatoi, entra in campo sempre per ultimo, eccoci alla nostra undicesima e ultima (?) puntata sul tema del Metal ai tempi del Coronavirus.

E, per quanto detto sopra, non potevamo che chiudere con i Pestilence che, non foss’altro che per il monicker, rappresentano inevitabilmente la punta di diamante del nostro Team di band che, nella loro carriera, hanno trattato i temi delle pandemie dovute alle più svariate forme di infezioni virali.

Ai Pestilence tutti noi in redazione vogliamo un gran bene. Foddis e Mameli sono due icone di un certo modo di fare death; un death che, per visione evolutiva, capacità tecniche e ispirazione compositiva, è sempre stato un passettino avanti rispetto alla maggior parte della concorrenza.

Se gli italo-olandesi sono per lo più ricordati nell’immaginario collettivo metallico per i due loro grandi capolavori “Testimony of the Ancients” (1991) e “Spheres” (1993), i Nostri si seppero imporre tra gli acts più validi in ambito death classico già con la loro “prima” fase di carriera nella quale spicca il qui presente “Consuming impulse”. Nonostante il platter si collochi, appunto, in un alveo di death tritatutto e molto serrato (ma mai “monocorde”, e vi basti ascoltare l’opener “Dehydrated” per capirlo), nondimeno faceva intravedere già delle divagazioni “illuminanti” (nelle ritmiche, negli assoli, in qualche sporadico e azzeccatissimo uso di tastiere, come ad esempio in “Suspended animation”) che saranno poi trademark della band.

Ma non siamo qui per lodare la musica dei Pestilence, quanto per sottolineare come nella song prescelta per la nostra rassegna, “Chronic infection” si annidi il grande timore che, sottopelle, sta attraversando tutti noi dall’inizio dell’emergenza Sars-CoV-2 (che, ricordiamo, qui in italia è iniziata già da giovedi 20 febbraio). E cioè: quando torneremo alla normalità? Quando potremo di nuovo tornare alle nostre vite, lavorative e sociali? L’infezione finirà? Il caldo estivo ci aiuterà a debellarla? E, se si, non è che col tornare dei primi freddi autunnali il virus tornerà a colpirci fino a farci ripiombare nell’incubo odierno? L’infezione, e con essa la precarietà delle nostre esistenze, non si cronicizzerà?

Le liriche di “Chronic infection”, tutta farina del sacco di Marco Foddis, riescono a compenetrare efficacemente sia la parte “fisico-anatomica” dell’infezione (rientrando in questo contesto nei cliché lirici del death; in tal senso la copertina dell’album è programmatica) sia la parte più squisitamente simbolica, quella che va a toccare temi che potremmo definire sociali in senso lato.

Leggiamo insieme:

Eruzione respiratoria della pelle / essi vedono con occhi sporgenti / come le caratteristiche facciali marciscano / […] Epidemia, destino fatale / uno schifoso odore delle parti in cancrena / saranno malati incurabili

Le conseguenze di ciò, saranno definitive e ineluttabili:

Rimarranno dolore e sofferenza / i corpi lentamente marciranno / incapaci di ricevere una cura / morte improvvisa, stato patologico / […] i cadaveri imputridiscono orribilmente

In questa situazione irrimediabile e “pandemica”, l’uomo tenta una via di fuga (“People escaped this unpredictable reality”) e, questo atteggiamento, apre le porte per le considerazioni finali di Foddis:

Lo smarrimento degli uomini accelera / la laicizzazione della società / i corpi dei morti si decompongono dove hanno esalato l’ultimo respiro / […] migliaia di uomini messi in isolamento / SUBISCONO L’INFEZIONE CRONICA (vi dice niente questa "immagine"?)

Ci rimane il dubbio su quella “laicizzazione della società”, forse riferita al fatto che, poco più avanti Foddis inserisca il verso “Filled with fear, death is near”, quasi a voler sottolineare che, nel momento in cui la morte è lì fuori dalle nostre quattro mura di casa, dominatrice, pronta a ghermirci, la paura ci attanaglia andando a colpire anche i rapporti di solidarietà tra simili (e l’acrimonia, il giudizio livoroso e malevolo che molti esprimono sui social in queste settimane contro chi porta a spasso il cane o chi prende una boccata d’aria, anche da solo e mantenendo il distanziamento sociale, potrebbe essere un esempio prodromico dell’eredità futura da Covid-19).

I Pestilence, quindi, plasticamente, ci rimandano attraverso “Consuming impulse”, e in particolare “Chronic infection” la dicotomia, assolutamente inscindibile, che è al centro delle elucubrazioni di molti sociologi e filosofi in queste settimane e che, anche noi nel nostro piccolo, abbiamo provato a tratteggiare con la nostra Rassegna. E cioè quella tra emergenza sanitaria ed emergenza sociale, tra paura della morte fisiologica e sospetto verso il prossimo. In definitiva, tra dolore fisico e inaridimento dell’anima.

Il tempo ci dirà se sapremo riusciti a rimanere umani…

(Vedi il resto della Rassegna)

A cura di Morningrise