"Parlare di Musica è come ballare di architettura" Frank Zappa

1 apr 2020

IL METAL AI TEMPI DEL CORONA VIRUS: "EPIDEMIC OF VIOLENCE" (DEMOLITION HAMMER)


Tragica fatalità quella che ha investito il povero Vinny Daze, batterista dei Demolition Hammer, morto nel 1996 intossicato mangiando un pesce palla durante un viaggio in Africa. Tragica e paradossale, aggiungo io, se si raffronta la singolare causa di questo decesso agli immani spargimenti di sangue dipinti in “Epidemic of Violence”, anno 1992. Cioè, evochi con la tua band strazianti scenari apocalittici dove tutti si ammazzano fra di loro nei modi più truculenti che mente umana possa immaginare, e poi muori per via di un pesce palla? 

Nel corso di questa rassegna il metal si è confermato un mero veicolo di cliché, mostrando una pressoché assente capacità di leggere un fenomeno come quello dell’epidemia e restituire in una forma efficace, seppur metaforica, le sensazioni ad esso legate. Ed oggi più che mai, visto che la minaccia di una epidemia è divenuta cosa reale e tangibile, gettando una distanza incolmabile fra esperienza personale e “nozione teorica”.


Con i Demolition Hammer, tuttavia, non possiamo essere troppo severi, in fondo essi manco ci parlano di epidemia in senso stretto: la loro epidemia di violenza è un’iperbole atta a ritrarre un mondo afflitto da indicibili brutalità, non si capisce bene se con l’intento di denunciare un degrado che affligge realmente la società (e ci potrebbe stare, visto che i Nostri vengono dal Bronx) o più semplicemente come scusa per inanellare immagini splatter (cosa assai comune in ambito thrash e death). 

I newyorchesi ci parlano così di un barbaro vortice di violenza che infesta il mondo intero, ridotto ad uno stato di depravata anarchia in cui orde di assalitori seminano morte in modo scriteriato: un groviglio informe di carnefici e vittime che diventano a loro volta carnefici, pandemonio di gesti efferati, corpi straziati o in decomposizione e cecchini che cercano di domare il degenero. Uno scenario, questo, alquanto diverso da quello che stiamo vivendo, in cui la minaccia è tanto subdola e strisciante da costringerci al distanziamento sociale e a ridurre al minimo i contatti umani, mentre nelle corsie degli ospedali la dimensione è quella dell’isolamento estremo e della morte in solitudine. 

E se di epidemia si deve parlare, allora l’epidemia dei Demolition Hammer non è un morbo che uccide, bensì che ti spinge ad uccidere, come una sorta di rabbia canina che passa da individuo ad individuo (non vengono chiarite le modalità, ma non si fatica ad ipotizzare che la via del contagio sia proprio il contatto umano, che in questa occasione sembra contemplare molto sangue). 

Violenza che genera altra violenza in una escalation che non lascia scampo alcuno. Dell’epidemia c’è solo l’idea di un qualcosa che si propaga, a quanto pare con effetti immediati: una reazione a catena, un effetto domino a livello globale che porta necessariamente al caos. Ma le analogie finiscono qua, perché ai Demolition Hammer interessa solo pestare (e c’è da dire che lo fanno assai bene), non curandosi di rendere a livello musicale una sensazione specifica. Se ne ha una conferma saltando qua e là nella track-list dell’album, dove la solfa non cambia nonostante si tocchino altri temi, anche solo intuibili dai titoli dei brani (“Skull Fracturing Nightmare”, “Human Dissection”, “Carnivorous Obsession”, “Aborticide” e così via).

A dimostrazione di quello che si diceva all'inizio: il metal ha altre priorità, non quella di modellarsi, musicalmente e liricamente, con il fine di comunicare sensazioni specifiche di specifiche situazioni. Il metal, soprattutto quello estremo della prima ora, si muove con l'accetta (o con il martello, se preferite!), ritrae sì sensazioni, ma in modo astratto, fermandosi alla suggestione ed all'inquadramento di macro-aree dello spettro emotivo umano (paura, terrore, ansia ecc.).

Una nota a margine: un effetto collaterale di tutta la situazione innescata dal coronavirus, che ci ha costretto in modo drastico a cambiare abitudini (il modo di vedere il lavoro, lo stare con gli altri, le stesse consuetudini domestiche), è farci dimenticare di tutti gli altri problemi della vita. Ma non è che essi, in realtà, smettono di esistere, soprattutto quelli legati alla salute. Ci si concentra esclusivamente sull’azione del virus come se la Morte adesso lo avesse eletto a corsia preferenziale, smettendo Essa di battere altre vie. Focalizzati su sintomi quali febbre e tosse, snobbiamo quel dolore che ci tormenta nel basso ventre, quel mal di testa insistente, attraversiamo la strada in modo più disinvolto, ci alcolizziamo nelle quattro pareti di casa: un cambio di prospettiva che ci fa dimenticare, in realtà, che la Morte non ha affatto smesso di operare, che Essa continua ad essere ovunque e che potrebbe anzi celarsi nei luoghi più impensabili. 

Chissà, magari proprio nel pesce palla che ci appropinquiamo a mangiare...

To be continued...