"Parlare di Musica è come ballare di architettura" Frank Zappa

14 lug 2026

QUELLI CHE ASPETTANO IL "FIFTY SOMETHING" TOUR - UNA RETROSPETTIVA SUI RUSH (4/10)



Chiusi come meglio non si poteva gli anni settanta, il trio canadese entra di prepotenza negli eighties e, nell'arco di 13 mesi, assestano una doppietta di album fuori-scala.

Andiamoli a conoscere...

Permanent Waves” (14/01/1980): gli anni ottanta non sono nemmeno cominciati che i Rush ne anticipano le tendenze. "Permanent Waves" è un disco ricco di melodie scintillanti, 35’ di un hard rock progressivo che riesce nella difficilissima operazione di mantenere una scrittura ricca e articolata per farla andare a braccetto con immediatezza e fruibilità da classifica. I 10’ iniziali dell’accoppiata “The Spirit of Radio” – “Freewill” esemplifica plasticamente quanto su descritto. Brani che arrivano subito, al cuore e alla pancia, con ritornelli cantabili e linee melodiche levigate (grazie al massiccio utilizzo dei synth). In pochi giri di lancetta, i Tre Moschettieri non lesinano però divagazioni strumentali, a volte anche aspre, per poi ritornare ai motivi portanti. Attenzione, non siamo davanti né a un album AOR né di semplice rock commerciale: tutt’altro. E il terzo brano, i 7’ e mezzo di “Jacob’s Ladder”, sono subito lì a ricordarci che siamo sempre davanti a un album a marchio Rush: oscura, obliqua, squarciata da improvvise divagazioni chitarristiche di Alex e un trascendentale intermezzo sci-fi a base di sintetizzatori. 

Si sbaglierebbe, poi, a liquidare come semplice riempitivo l’accoppiata “Entre Nous” – “Different Strings” perché questi 8’ e mezzo sono l’ennesima dimostrazione della classe dei canadesi e della loro capacità di essere concisi ma ricchi di idee e soluzioni, immediati ma per vie ‘traverse’. Due brani che, personalmente, amo molto. E che preparano come meglio non si potrebbe al piatto forte: i conclusivi 9’ della mini-suite “Natural Science”, strutturata in tre movimenti di cui l’ultimo, che porta il titolo dell’album stesso, è sicuramente la parte che si distacca per bellezza.

Un altro, ennesimo, centro pieno per i Rush…

Voto: 8,5

Moving Pictures” (12/02/1981): A modern-day warrior / Mean, mean stride / Today's Tom Sawyer / Mean, mean pride

L’incipit, musica e testo, di “Tom Sawyer” è probabilmente il più famoso e iconico di un album dei Rush. Il disco è un rosario di hit immortali (la rivista Ultimate Classic Rock inserisce sul podio all-time dei brani dei canadesi tre canzoni tratte tutte da "Moving Pictures") ma la sua importanza, peraltro, va al di là della sua oggettiva bellezza: è una sorta di template, un album epitomico di come sarebbero suonati, e avrebbero dovuto suonare, gli album rock, prog o meno che fossero, negli eighties.

Al contempo, esso è un punto di arrivo e partenza per gli stessi Rush. Di arrivo, in quanto segna la perfetta definizione di quanto rilasciato fino ad allora: quel mix ‘ossimorico’, di cui abbiamo già parlato poco sopra, di fluida complessità, articolata semplicità, di musica colta e popolare assieme. E poi esso è anche un punto di partenza perché, proprio il suo essere ideal-tipico, fungerà per la band da “stampo” per tutti i lavori a venire della decade ottantiana.

I brani sono quasi tutti sotto i 5’ di durata. Eccezion fatta per “Red Barchetta” che colpisce subito al cuore nonostante sia un assemblaggio di ritmi, armonie e fraseggi continuamente cangiante. E l’immancabile suite che qui prende forma nella meravigliosa “The Camera Eye”, 11’ (sarà l’ultimo brano, in un album in studio, a superare i dieci minuti) durante i quali Peart riesce a trasporre in musica e testi le sensazioni provate nel girovagare in due grandi metropoli (New York e Londra). Nota di merito per la conclusiva “Vital Signs”, con un lavoro enorme di Lee al basso che rasenta il reggae, influenza che verrà riproposta negli album successivi.

Un ‘must have’, ça va sans dire!

Voto: 9

Grazie al successo immediato ricevuto dopo la pubblicazione di “Moving Pictures”, i Rush, come avevano fatto dopo “2112”, pubblicano, sempre nel 1981, il loro secondo live album, titolato “Exit…Stage Left”, anche in questo caso doppio. Spazio a tutti i 6 anni di carriera della band, con intelligente alternanza di brani più immediati e brevi alle loro suite più riuscite, sia quelle dal minutaggio medio (“Jacob’s Ladder”, “YYZ”) che quelle dalla durata più elevata (“Xanadu” e “La Villa Strangiato”). Un’altra fotografia di un momento d’oro per la band, da ascoltare non solo per i “completisti".

(to be continued...)

A cura di Morningrise

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