Ne derivava inoltre che la
concezione spartana della forza e della violenza era che essa fosse coltivata e
convogliata a difesa della comunità: il Dio stesso era, forse per questo,
rappresentato talora “in vincoli”, come a indicare che era una forza sottomessa
ad una ragione sociale.
Se poi guardiamo alla disciplina
che gli spartani si davano, si potrebbe eccepire che Ares, nella mitologia,
fece cornuto Efesto con la moglie Afrodite. Per contrappasso, Menelao di Sparta
fu reso becco da Paride di Troia, che gli soffiò la moglie Elena, scatenando
così, secondo la versione omerica, la lunghissima guerra d’assedio alla città
asiatica, per cui tutta la Grecia si mosse in solidarietà a Sparta.
Lasciamo stare gli Huntress, che
dalla Bielorussia farneticano dicendo che The fire is in joy, noise is heard
in Troy. It’s the noise of battle done by Spartans. In senso simbolico si
potrebbe anche pensare che l’eco degli eventi delle Termopili arrivi fino a
Troia (che peraltro era stata rasa al suolo anni prima, quindi se mai una
qualche nuova città sorta al suo posto…). Sarà come dire che gli Spartani
facevano ancora paura come mille anni prima? Diamo loro il beneficio del dubbio,
dai!
In ogni caso, l’aspetto
affascinante della Sparta militare è che la città non era fortificata nella
maniera più classica, con le mura. Per una città-stato militare è cosa che oggi
sarebbe impensabile. L’idea spartana era che il diritto era garantito dal
disprezzo per la morte in battaglia, e che su questo poteva contare la Città. Nel
momento stesso in cui i soldati non fossero più stati all’altezza – in senso
assoluto, al di là del loro valore- , Sparta sarebbe stata conquistata: almeno
però così il loro valore era concepito come il massimo possibile, e il male
assoluto non era la morte in guerra, ma l’onta di una paura egoistica, vera
mostruosità sociale (fleeing, that is death – Ragenheart, The Spartan).
I soldati, quindi, non erano
tanto addestrati con l’ideale dell’attacco, come erroneamente sono spesso
rappresentati, ma della difesa. Essi erano le mura della città, al punto
che di mura vere non ce n’era bisogno. Come i Ragenheart ricordano in "The Spartan" (dal loro omonimo debut del 2010), gli spartani da bambini giocavano come spade e picche, per educarli alla
guerra in forma di gioco. Ma poi, cresciuti, divenivano soldati veri, e come
tali dovevano imparare la guerra vera, e allora ricevono in dono lo scudo,
simbolicamente (nuovo o quello del padre morto in guerra).
As a
child, he learned how to fight
his toys were swords of steel and pike
And when he grew old at the age of 18
He inherited his dead father's shield
Gli Australiani Ancient Altar
dedicano un intero album ponendo l’accento, nel titolo, sul passaggio alla “maturità”
con la tradizione dello scudo. Lo scudo dell’oplita, peraltro, era un’arma di
difesa mutua, perché serviva, nella formazione d’attacco, per coprire il
compagno alla propria destra.
La violenza militare da
esercitare come impegno per la difesa della comunità arriva a descrivere un
ideale di guerriero che non è libero, ma vincolato ad una missione sociale. Un
guerriero che trova già in partenza un suo “limite” di condotta, che non ama la
violenza in quanto tale né è spinto a combattere dal gusto di attaccare. L’immagine
di Ares “in vincoli” ricorda, se vogliamo fare un paragone metallico, il guerriero senza volto dei Manowar, con muscoli ipertrofici e anelli con la
catena spezzata ai polsi, che sono mostrate con orgoglio nel segno “dell’anello”,
(mano che stringe l’altro polso con le braccia alzate sopra la testa). Non a
caso i Manowar scriveranno una canzone-manifesto del valor militare arcaico, “Defender”,
con l’idea del padre che lascia in eredità al figlio la sua missione di difendere,
il “sogno” (tesoro) che passerà nelle sue mani.
La stragrande maggioranza delle
canzoni scritte su Sparta in ambito metal riguarda l’episodio della battaglia
delle Termopili: è verosimile che l’interesse per questo fatto derivi dal film “300”,
essendo quasi tutti i titoli posteriori al 2006, anno di uscita del film nelle sale. Nei
testi, tutti abbastanza “basici” a dir la verità, si attinge però correttamente
alle informazioni storiche.
I Persiani avanzano contro la Grecia e un traditore della patria gli rivela l’esistenza di un passaggio per aggirare lo schieramento dell’esercito greco, le Termopili. A quel punto Leonida consulta l’oracolo, che gli fa la solita supercazzola: non gli dice di fare, gli prospetta solo una decisione tra il rischio di una morte probabile sul campo (per lui) e l’invasione di Sparta (certa, se non si fosse mosso). Leonida, contravvenendo alle regole usuali di non lasciare la città completamente sguarnita delle truppe speciali, prende l’intera guarnigione e fa da tappo alle Termopili (Sacred Blood, "The Battle of Thermopylae: the Chronicle", 2008).
Quanto ai Malefactor, chissà cosa volevano dire con la frase l’oracolo
disse che non si doveva combattere quel giorno (un oracolo suicida, pagato dal
re dei Persiani forse).
La battaglia delle Termopili,
semplificandone il senso, è un esempio di coraggio e abnegazione per la patria e
incuranza dell’estremo sacrificio già preannunciato (l’esercito di Serse era
immenso, e in prima linea c’erano i corpi speciali, denominati “Gli immortali”).
Le Termopili furono un esempio in cui gli Spartiati di Leonida (i guerrieri
scelti) divennero muro della città, e realizzarono la propria vita nell’unico
modo per loro possibile (l’alternativa era l’ignominia).
Le trombe tastierate dei Sabaton non potevano mancare nel celebrare anche le Termopili, nel concept militare “The Last Stand” (2016), che raccoglie una serie di episodi accomunati dall’estremo sacrificio per la difesa o la conquista di un obiettivo; o che segnarono il punto decisivo di guerre tra popoli, non necessariamente d’indipendenza o di resistenza. E’ una teoria di carneficine che porta dalla figura del “milite ignoto” all’indipendenza scozzese dall’Inghilterra, all’ultima battaglia dei Samurai, fino alla celebrazione della vittoria dell’URSS sui Mujaheddin e mercenari pakistani nella battaglia della Collina 3234, nel 1988 (proprio mentre in "Rambo III", nello stesso anno, si faceva propaganda in senso contrario).
Impossibile vedere nell'episodio un parallelo politico, ma c'è chi ci prova. Al di là di tutto però, gli Spartani combattevano sì, contro
il re Serse, ma per la patria, non per la democrazia, come farneticano gli Unbeliever:
Sparta non era una classica monarchia, ma non era un sistema democratico.
Gli statunitensi Hohl inneggiano
ad una “Satanic Sparta”…Forse in linea con l’idea che il ritorno alla age of
barbarism corrisponda ad un ripristino della legge naturale satanica, in un'incredibile confusione storico-concettuale. Ma forse il senso va cercato nel
fatto che Sparta è stata anche descritta come la Città dei Titani, esempio di
un’umanità che seppe sfidare gli dei per poi essere ricacciata sulla terra. I
titani sfidarono l’Olimpo cercando di appropriarsi dell’autorità divina, capeggiati
da Crono, ma perdono: gli spartani sarebbero quindi eredi dei titani.
Discutibile questa visione (Solstitium), ma il simbolo delle catene (dei titani
sconfitti) e l’idea di una forza usata per l’uomo e non al servizio degli Dei
sono due aspetti teoricamente allineati con questa narrazione.
Le migliori canzoni sul tema sono
comunque dei nostrani Holy Martyr, tra quelli che dedicano un disco intero a
Sparta (i succitati Ancient Altar e Sacred Blood, tra gli altri). Il gruppo dedica la sua
intera produzione a temi bellici, scegliendo esempi di guerra antica. In “Hellenic War Spirit” (2008) descrivono le premesse dell’educazione spartana e dell’ideologia
militare, che poi si esemplificherà nel sacrificio dei migliori alle Termopili.
Bella l’immagine degli opliti coi loro scudi marcati con la lettera “L”
(Lacedemoni, gli Spartani indicati con il nome del fondatore della città, secondo
il mito), che identifica bene la centralità della difesa nell’ideologia del
cittadino-soldato spartano.
Un power metal dalle tinte
epiche, con una chitarra spesso protagonista che dipinge movimenti e scenari. Il
disco non punta su carte facili come la velocità o il drumming “corazzato”, ma
se mai sulla corposità che scaturisce dall’intera amalgama orchestrale, e da un
gusto per il suono non troppo lavorato, né troppo orpellato, come nella
tradizione del primo epic.
Antico per antico quindi, e
sicuramente un’occasione colta per mettere la firma mediterranea su una parte irrinunciabile
della nostra storia.
A cura del Dottore
(vedi il resto della Rassegna)

