Con Quest Master giungiamo al punto più distante possibile da quelli che erano stati i presupposti iniziali da cui il dungeon synth, poco meno di trent’anni prima, si era generato. Mortiis, le strumentali di Burzum e Satyricon, le infinite introduzioni dei Summoning, e poi Lamentantion, Depressive Silence, Gothmog: sonorità che si muovevano sotto la cappa fosca di un torbido medioevo, suoni marci che forse nascevano con l'ambizione di emulare i maestri del dark-ambient, ma che poi, piegati dai limiti tecnici ed economici, erano costretti a puntare molto, se non tutto, sull’effetto suggestionante di macabre e miserabili sonate di tastiere da quattro soldi. Questa era la magia del dungeon primordiale, scrigno di incantesimi che, nascosto nella più profonda delle prigioni sotterranee, veniva dischiuso per scatenare forze oscure.
Poi, si è visto, il genere si sarebbe sviluppato in varie direzioni, chi manteneva quella prerogativa di bolsa malvagità, chi invece ambiva a ritrarre sbrilluccicanti reami fantasy. Erang, Fief, Hole Dweller sono nomi che effettivamente hanno ricostruito il dungeon su altri presupposti, recidendo definitivamente il cordone ombelicale che il genere ancora manteneva con il black metal. Con Quest Master si va oltre, e partendo dal fantasy si procede nella direzione del Regno dei Videogiochi.
Sinceramente parlando, non avrei incluso il progetto australiano nella mia rassegna se ovunque non avessi letto “Quest Master grandissimo” di qui, “Quest Master è il migliore” di qua. Dopo averne approfondito le gesta e superato le perplessità iniziali, posso tuttavia dire che fortunatamente mi sbagliavo, per questo oggi siamo a parlarne nella nostra rassegna.
Mi si perdoni anzitutto l’ignoranza, io di videogiochi non so nulla (ma nulla!) e vagando sulla rete non sono riuscito a capire bene cosa sia un Quest Master. Riportando a pappagallo: Quest Master è un creatore di giochi di ruolo ispirati ai classici che per primi ci hanno fatto amare il dungeon crawling. A questo punto mi è toccato vedere cosa è il dungeon crawling. Recita Wikipedia: “Un dungeon crawler è un tipo di gioco da tavolo o videogioco di ruolo che presenta alcune caratteristiche derivate direttamente dai giochi di ruolo, in particolare dal gioco fantasy Dungeons & Dragons. Nonostante la somiglianza con i roguelike, inclusa la presenza di labirinti noti come dungeon, questi videogiochi si caratterizzano per l'ambientazione fantastica con la presenza di creature mitologiche e incantesimi magici”. Insomma, spero che almeno voi abbiate capito. Quanto a me, credo proprio che tale Lord Gordith (l'uomo dietro al progetto - con nome d’arte davvero fuorviante!) si fosse riferito proprio a questa roba quando ha deciso di tirare su il suo progetto dungeon synth.
Piccola nota biografica: come la maggior parte dei musicisti gravitanti in area dungeon synth, il Nostro non si fa mancare lo sconfinamento nel Reame del Metallo, suonando chitarra, basso e sintetizzatori per i Gloomy Reflections che, attenzione, non suonano black metal, ma heavy metal/progressive rock. C’è da dire che in effetti le competenze tecniche al Nostro non mancano.
Ma perché non ci piaceva all'inizio Quest Master?
Ma perché non ci piaceva all'inizio Quest Master?
Perché già avevo fatto una estrema fatica ad accettare le tastierine di molto dungeon amatoriale, ma con Quest Master ci troviamo proprio allo zenit della tastierina anni ottanta. E’ quel dungeon synth che io definisco da pianobar, che mi richiama (personalmente parlando) le colonne sonore di quelle commedie italiane di registi come Francesco Nuti o Carlo Verdone; mi ricorda gli arrangiamenti di quel pop cantautoriale italiano come Venditti o Carboni o Minghi. Il tutto, ripeto, spurgato da ogni qualsivoglia rimasuglio di briciola malefica.
Dai, picchia e mena, alla fine ci sono riuscito ad entrare in queste trame di Casio anni ottanta e solamente dopo svariati ascolti ho saputo cogliere il senso di questa musica, veicolo espressivo per il dispiegarsi di un sentimento di sana e genuina nostalgia.
Nostalgia per gli anni ottanta, e nostalgia esistenziale per l’infanzia. Erang disse che la sua vera fonte di ispirazione era il SUO passato, e questa sensazione di nostalgia bambinesca si respira a piene polmoni nelle brevi tracce allestite da Lord Godith.
Nostalgia per gli anni ottanta, e nostalgia esistenziale per l’infanzia. Erang disse che la sua vera fonte di ispirazione era il SUO passato, e questa sensazione di nostalgia bambinesca si respira a piene polmoni nelle brevi tracce allestite da Lord Godith.
La chiave di volta è stato un brano come “The Primordial Altar Hidden within the Cradle of Humanity”, quarta traccia del quarto album “The Twelve Temples”, anno 2021. Una giostra di note coloratissime di nemmeno tre minuti, un brano che danza al ritmo dei suoni sintetici di una sublime elettronica analogica, fra bassi lisergici, trame melodiche tanto dolci quanto ossessive (scusate lo stridore di quest’ultima espressione) e persino impennate di sax (liofilizzato).
Il suono di Quest Master conserva indubbiamente i crismi del dungeon synth: il sapore vintage, la semplicità strutturale, la ripetizione dello stesso giro di note, il lavorare per stratificazioni di linee melodiche che si sovrappongono, le arie medievaleggianti che vanno a braccetto con scenari fantastici. Quel che manca è la profondità e la pienezza del suono, la componente più ambient rarefatta ed impalpabile.
Certo, in questi intrecci di tastiere vi si possono vedere danze di fate e folletti, allegri pifferai che marciano in processione nella verde foresta, scoiattoli e coniglietti che saltellano dietro ai cespugli, ma questo è un vostro problema. A mio avviso prevale invece una idea digitalizzata del fantasy, dei giochi di ruolo, di specchi e finzioni, come se non si assistesse alla narrazione di una storia ma alla riproduzione virtuale della stessa, restituita magari attraverso la grafica sgranata di un Commodore 64!
Certo, in questi intrecci di tastiere vi si possono vedere danze di fate e folletti, allegri pifferai che marciano in processione nella verde foresta, scoiattoli e coniglietti che saltellano dietro ai cespugli, ma questo è un vostro problema. A mio avviso prevale invece una idea digitalizzata del fantasy, dei giochi di ruolo, di specchi e finzioni, come se non si assistesse alla narrazione di una storia ma alla riproduzione virtuale della stessa, restituita magari attraverso la grafica sgranata di un Commodore 64!
Gli arpeggi di tastiere o pianoforte si susseguono in modo scarno e pragmatico, lastre di sintetizzatori si incastrano disegnando geometrie spigolose ricordando a tratti certo synth pop degli anni ottanta (primi Depeche Mode soprattutto, ma anche New Order, Pet Shop Boys, Soft Cell, Tears for Fears ecc.) con i maestri Kraftwerk a guardare benevoli dall'alto.
Tutto ciò è palese, chiarissimo quasi in modo sfrontato ed insolente fin dall'attacco della opener “Cathedral of Glistening Hope” e per gli altri undici brani successivi, tutti molto brevi (solo in un paio di casi si andrà oltre i tre giri di orologio): un clamoroso cazzotto in faccia a tutti coloro che, per sacrificare le chitarre, hanno avuto bisogno di oscurità ed occultismo. Qua invece domina una epicità gioiosa che al massimo può scivolare in una soffice malinconia, come succede nella seconda traccia “The Radiant Glow of the Submerged Temple”, trasportata da un incantevole giro di piano.
I più visionari di voi, quelli più irriducibili che vogliono per forza trovare un raggio di tenebre fra le pieghe di questa musica, potranno consolarsi con la vaga reminiscenza burzumiana delle primissime note di “Sacrificed in the Defiled Chapel of Grivenstrak” che giunge oramai quasi alla fine del viaggio attraverso questi dodici piccoli (ma accoglienti) templi.
Agli antipodi del vecchio dungeon synth, ma molto vicino al cuore...
