"Parlare di Musica è come ballare di architettura" Frank Zappa

8 ott 2017

LIVE REPORT ANATHEMA AT O2 SHEPHERD'S BUSH EMPIRE, LONDON - 30/09/2017 (parte seconda)



"Sunset of Age", "A Dying Wish", "Eternity Part II", “Eternity Part III", "Lost Control", "Deep", "One Last Goodbye", "Pressure", "Panic", "A Natural Disaster", "Flying", "Angels Walk Among Us", "A Simple Mistake", “The Storm Before the Calm", "Anathema". Attenzione: non sono queste le mie canzoni preferite degli Anathema, ma canzoni che sono state in passato eseguite dal vivo e che, in certi casi, per un certo periodo, hanno rappresentato dei veri cavalli di battaglia per la band inglese. Questi brani hanno anche un'altra caratteristica in comune, non sono stati eseguiti stasera all'O2 Shepherd's Bush Empire: sono tutti pezzi di una meravigliosa storia che, uno dopo l'altro, sono andati persi per la strada. E, a sentire Vincent, la prossima a saltare sarà "Fragile Dreams".

Chi conosce gli Anathema non si stupisce, perché sa che i Nostri amano focalizzarsi sul presente, esprimere le emozioni che spingono con maggiore urgenza e non seguire le classiche dinamiche da band normale. Vediamo dunque se con una scaletta incentrata quasi esclusivamente sugli ultimi quattro album e che scherzosamente definiamo un "rest of", i fratelli Cavanagh sapranno comunque entusiasmarci.

Durante il soundcheck viene diffusa nell'ambiente incalzante musica techno e in questo è già possibile percepire un "tocco Anathema" nell'architettare un insolito (ma efficace) climax per la loro entrata in scena. Si smorzano le luci e il pulsare house si stempera in una versione remixata di "San Francisco", che conserva il beat elettronico. Le luci si spengono definitivamente adombrando l'ingresso dei musicisti, accolti dagli applausi calorosi del pubblico. "3,2,1...", si conclude il conto all'arrovescia e sullo schermo si materializzano le onde di quella spiaggia in cui si era conclusa (apparentemente) la vicenda del protagonista di "A Fine Day to Exit". Ma si fa subito notte: sono i fari dell’automobile che sfreccia per le "strade esistenziali" raccontate nel sequel "The Optimist", che ovviamente stasera riceverà un trattamento particolare in quanto "ultimo nato" in casa Anathema. Nel sottofondo c'è ancora "San Francisco" (sempre su nastro, versione originale questa volta) che progressivamente si trasforma, mano a mano che i musicisti impugnano gli strumenti, in "Untouchable part 1".

Non è mia intenzioni tediarvi con una cronaca minuto per minuto del concerto, ma semplicemente sottolineare il fatto che ci troviamo finalmente innanzi ad uno Show (con la S maiuscola) degli Anathema, uno show solo loro. "Untouchable part 1", tuttavia, non convince appieno nemmeno questa volta: quella che a parere di chi scrive è una delle migliori canzoni di sempre degli Anathema (e loro lo sanno), viene riproposta regolarmente in apertura di concerto, ma forse i motori sono ancora troppo freddi per "gestire cotanta bellezza", e magari sarebbe più opportuno collocarla più avanti in scaletta, quando di solito i Nostri danno il loro meglio.

Le cose migliorano nettamente con "Untouchable part. 2" e, più in generale, laddove verrà dato rilievo all'ugola dalla brava Lee Douglas. Non è certo una front-woman, né la presenza l'aiuta (è così "ragazza normale", così provinciale con il suo "vestito della domenica"), ma dal vivo, come su disco, si sta trasformando sempre di più nella vera marcia in più della band, come solista ovviamente, ma anche ai controcanti a sorreggere un Vincent sempre più spento dietro al microfono.

Il ghiaccio è comunque rotto, arriva il momento di "The Optmist", subito rappresentato da un triplete niente male: "Can't Let Go", "Endless Ways" e la title-track. I nuovi pezzi non sfigurano innanzi a quelli del passato recente, ma forse solo “Endless Ways” potrà ambire a sopravvivere nelle scalette del futuro. La "Magia", tuttavia, non è ancora giunta: qualcosa continua a non funzionare. La voce di Vincent: le incertezze mostrate su disco si confermano anche sul palco, la sua voce non è più quella di una volta. I suoni: gli strumenti non sono perfettamente integrati, il suono, così stupendamente definito in studio, perde sul palco profondità e sfumature. L'impiego di due batteristi porta solo maggiore confusione, non costituendo affatto un valore aggiunto, visto che l'operato di Daniel Cardoso basta ed avanza (ma si sa che ormai i Nostri si portano dietro John Douglas solo per amicizia). La scelta di fare a meno di un tastierista in carne ed ossa, infine, non si rivelerà anch'essa vincente, costringendo Daniel a fare i salti mortali fra le "sei corde" (un po' trascurate) e i "tasti d'avorio (che sembrano rappresentare più che mai il presente artistico del rosso crinito).

Gli indugi vengono finalmente rotti con "Thin Air", che dal vivo è sempre un bel sentire, in particolare adesso che la band pare aver scelto il crescendo post rock come modalità espressiva privilegiata. Si apre così la porzione più intensa dell'esibizione: "Lightning Song", che vede ancora la Lee protagonista, si rivela inaspettatamente uno dei momenti migliori della serata, a scapito delle sue movenze “pop”; è poi la volta di "Dreaming Light", con il suo ritornello corale che coinvolge tutta la platea, e della stupenda "The Beginning and the End", che si afferma senza ombra di dubbio come la legittima erede dell'emozionante "One Last Goodbye". In questa circostanza anche Vincent (più che mai vicino a Jeff Buckley) finisce per convincere, ma tutti gli applausi sono per il bellissimo assolo di Daniel, che con grazia gilmouriana (da pelle d'oca il cambio di sfondo, che dalla copertina di "Weather Systems" si tramuta nella suggestiva immagine del mare di "We're Here Because We're Here") confluisce nei toni pacati (stupendamente pinkfloydiani) di "Universal", altro highlight della serata.

Si inizia a percepire il "flusso", la "Magia" ed è con un certo struggimento ed ansia che accolgo le note di "Closer", che in genere è deputata a chiudere le danze. I ritmi incalzanti e la voce vocoderizzata di Vincent trasformano l'O2 Shepherd's Bush Empire in una scatenata pista da ballo: sullo schermo pulsano immagini psichedeliche e il pubblico batte le mani a tempo, continuamente aizzato da Daniel, vero mattatore della serata.

Le luci si riaccendono, sfrutto dunque la pausa prima dei bis per prendermi un'altra bevuta, perché chi ci legge sa che per la redazione di Metal Mirror la preoccupazione maggiore ad un concerto è garantirsi un approvvigionamento costante di alcool. In questo tragitto si apre anche un'altra serie di riflessioni. Anzitutto gli Anathema chiacchierano troppo: apprezzo l'affetto e la devozione che riservano al loro pubblico, la volontà costante di cercare un contatto con esso, però i discorsi fra un brano e l'altro, i siparietti dei fratelli, le grida di Daniel per coinvolgere il pubblico anche durante l'esecuzione dei pezzi stessi tolgono poesia ad una musica che andrebbe contemplata in religioso silenzio. I Nostri appaiono a tratti come dei dilettanti alla sagra del paese e non dei professionisti con più di venti anni di carriera ed album fantastici alle spalle.

Mentre sono in fila al bar, dal quale fra l'altro c'è una visuale niente male, assisto all'irrompere (dopo un'introduzione atmosferica) dei beat elettronici di "Distant Satellites", divenuta anch'essa un appuntamento irrinunciabile dal vivo, con Vincent al centro del palco a dare una mano alle percussioni. Se "Closer" era stata la "Everything in Its Right Place" degli Anathema, "Distant Satellite" è la loro "Idioteque": è l'anima radiohediana che raccoglie il testimone ceduto dai Pink Floyd.

Decido con il mio bicchiere di tornare nella mischia, sarà la terza o la quarta volta che lo faccio, e noto che è più faticoso del solito avanzare in mezzo a questa strana folla immobile: è gente piantata per terra, quasi delle sagome cartonate, gente che esprime entusiasmo in modo statico, scoordinato (chi ondeggia la testa, chi chiude gli occhi, chi si accarezza il mento concentrato, chi tutt'al più batte le mani o salta fuori tempo).

Attira la mia attenzione, non so perché, il ricorrere delle magliette dei Marillion. C'è da dare atto che l'etichetta di band neo-prog (sebbene gli Anathema non suonino progressive rock, almeno nell'accezione tradizionale del termine) si è rivelata da un punto di vista del marketing utile ai Nostri, che in questo modo hanno potuto attirare l'attenzione di tanti patiti del prog, orfani da molti anni del loro genere preferito. Un ulteriore filone si è così aggiunto al variegato popolo degli Anathema, che ancora contempla metallari, ma che in ampia parte si compone oramai di nerd con occhiali, hipster con barba, seducenti darkettone, cultori di musica "sofisticata" in generale, gente normale e normalissima dagli indefiniti gusti musicali.

Mentre mi rendo conto che è impossibile avvicinarsi ulteriormente al palco, osservo meglio questa variegata fauna umana, carpendo dettagli che prima mi erano sfuggiti: il metallaro è più pettinato e profumato del solito; il vecchio e calvo progster non porta con sé il fascino degli anni settanta, ma la tristezza di uno che sta chino sul grammofono inarcando il sopracciglio ogni volta che i volumi impennano. Le ragazze, dal look alternativo ed elaborato, hanno un non-so-che di fanciullesco, sebbene certe di esse abbiano una età considerevole; trasmettono un senso di fragilità preservato nella campana di cristallo di una vita "protetta" trascorsa a superare con grande fatica psicologica una gioventù difficile fatta di scherno e pernacchie. Appena si rivolge loro una parola, o si fa un commento, anche quelle più "audacemente dark" si tirano indietro irrigidite o persino intimorite (ma forse sono io ad essere brutale nell'approccio, nda).

Capisco all'improvviso che c'è una cosa che accomuna tutta questa gente perbene, questa brava gente: sono tutte persone che da anni si sono costruite una comfort zone fatta di frequentazioni amichevoli, di situazioni non ostili, di dinamiche concilianti, a costo di impoverirsi evitando il conflitto ed appiattendosi con persone poco brillanti. Alzo la testa e vedo Daniel Cavanagh, ingrassato, senza capelli, senza collo, con le cuffie sulla testa, che sembra Danny De Vito; Douglas Lee vestita da domenica; Jamie Cavanagh che pare aver ingoiato in un sol boccone Duncan Patterson. E capisco che anche gli Anathema hanno deciso di rinchiudersi nella loro comfort zone, coltivando, insieme alle loro innegabili virtù, anche tutte le loro debolezze, contenti di non dover affrontare conflitti, rotture di coglioni, gente che ti risponde male o ti ferisce.

"Springfield" non è male dal vivo, questo sì sapeva, ma ecco che proprio nel momento in cui mi sarei aspettato un brano storico (in altre date era stata eseguita "Lost Control", mannaggia la miseria!), spunta a sorpresa "Back to the Start", sempre da "The Optmist". Vincent introduce il brano con un bel discorso ("Se state male, non vi isolate, l'aiuto è fuori, l'aiuto è in ognuno") e, con i suoi toni distesi, complice la sentita partecipazione del pubblico nell'intonare i cori nel finale, questo brano atipico per la band, così positivo e speranzoso, si rivelerà un altro momento di grande suggestione della serata così ricca di emozioni.

Finale ideale, no? Ed invece no, perché il buon Daniel tira fuori dal cilindro "Shine on you Crazy Diamond" (ben più di un accenno) e a questo punto inizio seriamente a pensare che si andrà avanti per tutta la notte: sarà per i toni colloquiali, sarà che la band che è entrata finalmente in palla, ma mi sento veramente a casa (cosa non frequente a Londra). "Shine on you Crazy Diamond" si trasforma con un gioco di prestigio (l'ennesimo!) in "Fragile Dreams", che stasera suona meglio del solito, meno impastata, più anthemica, con la voce del pubblico fusa a quella di Vincent.

Con quello che oramai da molti anni a questa parte costituisce il sigillo finale dei concerti dei Nostri, mi rassegno al fatto che tutto sia finito. Ed invece ecco che rientrano Daniel e la Lee, lui alle tastiere, lei alla voce: è il momento di "Glory Box" dei Portishead, cover non imprescindibile, ma comunque ben eseguita (ma perché, però, togliere spazio ad una "A Natural Disaster"?). Rimasto solo, l’instancabile Daniel annuncia un ultimo pezzo che accende l'entusiasmo di molti, ma che sinceramente non riconosco (apprenderò poi che si tratta di "The Exorcist" a firma dello Daniel Cavanagh): ottima l'interpretazione vocale del chitarrista, per una ballata pianistica che mi ha sinceramente emozionato. Che questi due brani siano indicativi sul futuro prossimo della band? (Ossia un trip-hop bristoliano con al centro la voce della Lee, o addirittura una pausa riflessiva colmata dagli sforzi solisti di un incontenibile Daniel?).

Fatto sta che adesso è davvero finita. Me ne posso andare soddisfatto, sebbene la “Magia” si sia palesata ad intermittenza e in fondo rimanga il rammarico all'idea che con qualche classico in più avremmo potuto sfiorare per davvero il nirvana...