"Parlare di Musica è come ballare di architettura" Frank Zappa

8 lug 2018

NICK CAVE: GUIDA PRATICA PER METALLARI


Concludiamo con Nick Cave la nostra trilogia di retrospettive dedicate ad artisti non-metal che hanno saputo fare breccia nei cuori del popolo metallico. Nei capitoli precedenti abbiamo visto come The Cure e Depeche Mode siano stati capaci di influenzare molte band metal, soprattutto in ambito doom e gothic. Discorso diverso va fatto per Nick Cave, cantautore “fuori dai generi” che non conta molti discepoli diretti dalle nostre parti. 

Sebbene non esista il “Nick Cave dell’heavy metal”, incontriamo molti esempi di come il cantante australiano abbia saputo insinuarsi nell’universo metal (un caso lampante è “Best Friend Money Can Buy” dei Tiamat). Ma, più in generale, è l’aggettivo "caveiano" che ritroviamo ogni volta che qualcuno vuole cimentarsi in ballate oscure e dal forte potere visionario. Il mondo artistico di Cave, del resto, presenta molti tratti in comune con quello del metal, e per questo merita di essere approfondito anche nella sede “profana” di questo blog, al metal consacrato. 

Definire l’arte di Cave non è cosa semplicissima. Generalmente, come si accennava sopra, la sua figura viene associata alle sue tenebrose ballate (le famigerate “murder ballad”), ma nell’universo artistico dell’australiano vi è molto di più: vi è il caos del post-punk, l’irriverenza del rock'n'roll, la spiritualità del folk, del blues, del gospel dei neri d’America, il tutto trasfigurato da torbide visioni apocalittiche e marchiato da quell’ugola tenorile così caratteristica e da quel recitar-cantando che, come successo in precedenza con Jim Morrison, ci fa considerare Cave alla stregua di un poeta prima di tutto il resto. 

Il cammino del cantante originò in terra natia con la militanza in diverse formazioni locali dedite ad un incendiario post-punk tipico della fine degli anni settanta. Con i Birthday Party (ri-denominazione dei precedenti progetti Concrete Vulture e Boys Next Door) il Nostro approderà in Europa dove avrà modo di distinguersi per il carisma e per un’attitudine sul palco a dir poco esplosiva: un'attitudine irrigata da alcool e droghe di ogni tipo, che peraltro, nel bene e nel male, saranno costanti nell'accidentato percorso umano e professionale dell’artista. L’esperienza The Birthday Party sarà breve, ma non insignificante, e lavori come “Prayers on Fire” (1981) e “Junkyard” (1982) rimangono testimonianze eccellenti di un periodo storico in cui il nichilismo di punk e post-punk mettevano a ferro e fuoco palchi e cantine di tutto il mondo: invero, gli australiani, poi di stanza a Londra e successivamente Berlino, si imposero con un sound originale e tremendamente estremo per l’epoca, con la furia iconoclasta del loro cantante a fungere da efficace biglietto da visita. 

Proprio a Berlino avrà inizio quel sodalizio artistico con Blixa Bargeld, già leader del seminale industrial act Einsturzende Neubauten e garante di una vocazione rumorista che sporcherà l’arte di Cave, da sempre in bilico fra Sacro e Profano: proprio il chitarrista tedesco e il polistrumentista Mick Harvey (già in forza nei Birthday Party) costituiranno l’asse principale dei Bad Seeds, la band che accompagnerà l’ascesa di Cave nelle decadi successive. 

Partiamo dal presupposto che i primi dieci album dei Semi Malefici sono imperdibili e che, uno dopo l’altro, segneranno le tacche di un percorso di maturazione che dagli ardori degli esordi condurrà il carisma di Cave a plasmarsi nelle ballate crepuscolari del capolavoro autoriale “The Boatman’s Call”. Non che quello che accadrà successivamente sia robetta da trascurare, ma sono questi primi quindici anni la vera fase creativa di questo artista che con la seconda cinquina di LP raggiungerà il top del top (chi va di fretta si rechi direttamente da quelle parti...). 

Nel 1984 vede la luce il debutto “From Her to Eternity”, che molto ha ancora da spartire con il furore incontrollato della precedente incarnazione artistica di Cave. I ritmi nervosi, le intemperanze delle chitarre, gli scenari imbastiti dal folle singer sono un’onda travolgente che trova sua massima espressione nel crescendo isterico della title-track, saggio sublime di arte caveiana della prima ora. Con il successivo “The Firstborn is Dead” (1985) già è lecito parlare di capolavoro. In esso i toni si stemperano e gli umori si tingono di tragedia biblica: la personalità del Nick Cave-autore è già qui bella pronta e servita, con classici come “Tupelo” a coniugare rock e spiritual, il tutto declinano dal carisma vocale del Nostro, sorta di anima maledetta in perenne ricerca di redenzione. 

Un percorso di definizione identitaria che proseguirà con un album di cover (“Kicking Against the Pricks”, rilasciato nel 1986, che raccoglie classici del canzoniere folk/blues e rock americano, ovviamente stravolti dall’estro deviato del Nostro) e da due opere di transizione come “Your Funeral... My Trial” e “Tender Prey”, rispettivamente del 1986 e del 1988. E’ in queste circostanze che inizia ad emergere in modo prepotente la componente visionaria di Cave, seppur ancora da levigare nelle forme: eloquenti a tal riguardo sono episodi come “The Carny” (otto minuti di atmosfere circensi ammorbate dalla voce da licantropo di Cave) e “The Mercy Seat” (crescendo di intensità devastante destinato poi, dal vivo, a divenire un’esperienza dai contorni mistici). 

La metamorfosi troverà compimento in “The Good Son” (1990), altro tomo che merita a ragione l’appellativo di capolavoro. Le asperità del passato vengono smussate definitivamente, ma il sound di Cave non sarà mai morbido o accomodante, fra ballate visionarie (una su tutte: “The Weeping Song”, ballad per eccellenza di Cave e prototipo per quello che verrà dopo) e momenti tarantolati dal forte impatto sacrale (l’irrequieta title-track), il tutto condito dal crooning sofferto e fascinoso di Cave, sospeso fra rito sciamanico e torbido cantautorato. 

Gli anni novanta, in controtendenza con i mood del decennio, saranno per Cave teatro di una sequela di capolavori che, seguendo il medesimo canovaccio inaugurato da “The Good Son”, sapranno impreziosire con brani stupendi il suo già clamoroso repertorio. “Henry’s Dream” (1992), forte della travolgente openerPapa Won’t Leave You, Henry” e della spettrale “John Finn’s Wife”, murder ballad ante litteram; “Let Love In” (1994), con la sua sequela di brani al cardiopalma, dalla tellurica “Loverman” (scossa da esplosioni memori del caos degli esordi) alla intensa title-track; “Murder Ballads” (1996), impreziosito da imperdibili duetti (“Henry Lee”, in tandem con PJ Harvey, e “Where the Wild Roses Grow”, con Kylie Minogue): questi titoli rappresentano un trittico di album colossali che rispecchiano un percorso oramai battuto in isolamento e orientato verso lidi al di fuori di ogni trend e moda, lavori che preferiscono rovistare dentro all’arte stessa di Cave che cogliere gli input offerti dal mondo musicale circostante. 

Nel 1998 si giunge così al capolavoro (l’ennesimo) “The Boatman’s Call”, raccolta di lenti scarni ed animati per lo più dalla voce e dal pianoforte del Nostro (la stupenda "Into My Arms" è esemplificativa per quanto riguarda il nuovo stato delle cose). Se fra questi solchi scapperà qualche sbadiglio (essendo l’opera altamente autoreferenziale), innegabile è la maturità raggiunta da questo artista che può presenziare senza imbarazzo alcuno accanto a monumenti del cantautorato come Bob Dylan e Leonard Cohen. Con il successivo, bellissimo, “No More Shall We Part”, anno 2001, il ritorno a sonorità più complesse ed orchestrate è fisiologico quanto gradito. Da qui inizia forse ad affacciarsi il fantasma del mestiere, ma la qualità della scrittura rimane eccelsa ed è un vero piacere (in particolare per il metallaro) ritrovare le scheletriche ballate del lavoro precedente animate da arrangiamenti più curati, chitarre incisive e dal violino prepotente di Warren Ellis

La figura carismatica di Ellis, emersa negli album appena precedenti, diverrà fondamentale in una fase molto delicata per i Bad Seeds, laddove a breve Bargeld e poi Harris avrebbero abbandonato la nave. Se con “Nocturama” (2003) Cave compirà il primo vero passo falso della sua carriera (un lavoro, questo, affetto da un’ispirazione che va e che viene), con il doppio “Abattoirs Blues/The Lyre of Orpheus" (uscito nel 2004 in due tomi, uno più “hard” ed uno più “soft”) il Nostro sarà in grado di rialzare la testa. Nonostante questo discreto colpo di reni, la carriera dell’australiano sembra essere però segnata da un fisiologico calo di verve creativa. Il nuovo millennio sarà così caratterizzato da lavori non proprio riusciti come “Dig, Lazarus, Dig!!!” (2008) e “Push the Sky Away” (2013), e dall’imporsi in parallelo del progetto Grinderman (che resuscita l’anima più rock/garage del Nostro, con risultati peraltro apprezzabili). A condire il tutto, un crescente interesse per l’universo delle colonne sonore (ben cinque verranno realizzate assieme al sodale Warren Ellis), che pare essere oggi divenuto il terreno d'azione privilegiato per il Nostro. 

Ci vorrà purtroppo un evento tragico come la morte del figlio per riportare l'ispirazione: lo spettrale “Skeleton Tree”, edito nel 2016, è un requiem dimesso dove lutto e dolore insanabile sono gli assi portanti di un'operazione che intende recuperare i toni intimistici e il minimalismo delle forme di “Boatman’s Call”. Ed un brano-capolavoro come “Jesus Alone” rimane la testimonianza più vivida che il Nick Cave artista, capace di regalare emozioni incredibili, è ancora fra di noi. I cultori del depressive black metal prendano penna e taccuino... 

Playlist essenziale

1) “From Her to Eternity” (“From Her to Eternity”, 1984) 
2) “Tupelo” (“The Firstborn is Dead”, 1985) 
3) “The Mercy Seat” (“Tender Prey”, 1988) 
4) “The Weeping Song” (“The Good Son”, 1990) 
5) “Papa Won’t Leave You, Henry!” (“Henry’s Dream”, 1992) 
6) “Loverman” (“Let Love in”, 1994) 
7) “Where the Wild Roses Grow” (“Murder Ballads”, 1996) 
8) “(Are You) The One That I’ve been Waiting for?” (“The Boatman’s Call”, 1998) 
9) “Fifteen Feet of Pure White Snow” (“No More Shall We Part", 2001) 
10) “Jesus Alone (“Skeleton Tree”, 2016)