"Parlare di Musica è come ballare di architettura" Frank Zappa

19 ago 2018

RETROSPETTIVA SUI BLUE ÖYSTER CULT (3/3)




Chiudiamo la nostra Retrospettiva sui Blue Öyster Cult con le ultime due pubblicazioni del "periodo d'oro" della band; periodo su cui abbiamo focalizzato la nostra analisi. 

On your feet or on your knees” (1975)

Un triennio memorabile come quello trascorso tra il '72 e il '74 non poteva che essere “immortalato” in un live. Quello dei BÖC verrà pubblicato nel 1975 e raccolse diverse registrazioni di concerti avvenuti tra l’aprile e l’ottobre del 1974

“On your feet or on your knees” (splendido titolo per una copertina ancor più bella) sono quasi 80’ di grandissimo hard rock che va a pescare in maniera bilanciata dai primi tre immortali dischi (3 canzoni per album), con l’aggiunta di un boogie scatenato di oltre 7’ e mezzo di Roeser (“Buck’s boogie”) e due cover finali: “Maserati GT (I ain’t got you)” del jazzista Calvin Carter e la celebrativa “Born to be wild” degli Steppenwolf. Quest’ultima la voglio interpretare come un suggello emblematico, quasi una dichiarazione di appartenenza a quel gruppo di band che, di fatto, hanno dato il “là” ai primi vagiti dell’heavy metal (di cui Metal Mirror già vi aveva parlato anni fa). Un live in cui i Nostri dimostrano una coesione totale, una capacità d’esecuzione fuori dal comune, rendendo i loro bani ancora più poderosi, adrenalinici e, in sostanza, più heavy rispetto alle versioni su disco

Uno di quei live che avrebbe potuto di diritto far parte della nostra classifica sui 10 migliori live del metal…

Voto: 8

“Agents of fortune” (1976)

Ecco…uno si sbatte, da il meglio di sé, riesce a esprimere il top della sua arte…e non se lo fila quasi nessuno…a quel punto ti rilassi, abbassi la guardia, fai uscire un disco sì “più che buono” ma niente di paragonabile con quelli passati…e che succede? Che il successo ti travolge, i dischi diventano “d’oro” e i concerti sono seguiti da folle oceaniche! E’ quello che successe ai Nostri con la pubblicazione di AOF, una sorta di riassunto, in versione più edulcorata, dell’inferno concettuale e sonoro del trittico di full lenght precedente. 

Per carità, ci sono canzoni validissime, in particolare nella prima metà del platter (del resto la classe non è acqua). Ma è grazie a “(Don’t Fear) The Reaper”, loro super classico osannato da più parti (compresi artisti extramusicali come Stephen King e David Cronenberg), che i BÖC spiccarono il volo commerciale e di apprezzamento della critica musicale. 

Sandy Pearlman produce ancora, ma scrive per i suoi protetti solo un brano (l’ottima “E.T.I. (Extra Terrestrial Intelligence)”. E il tutto, non a caso, ne risente. Non parliamo di fumo negli occhi, per carità, ma che qualcosa si sia rotto nell’ispirazione dei cinque polistrumentisti è evidente, sennò non avremmo canzoni piattine, piacevoli ma per i loro canoni banalotte, come “Sinful love”, “Tattoo vampire” o “Tenderloin”.

Insomma, una sorta di hard-rock più melodico, più elegante, con arrangiamenti validi e articolati (summa di tutto questo è la top song del disco “Morning final”), ma sicuramente meno conturbante e affascinante di quanto fatto in passato…

Voto: 7+

La nostra Retrospettiva finisce qui. Non tanto perché gli album successivi della band fossero da buttare (dischi come “Spectres” o “Fire of unknown origin” non furono dei capolavori ma sicuramente album piacevoli e più che discreti), quanto per il fatto che per un palato prettamente metallico, gli album da conoscere sono questi riportati. 

In realtà un “colpo di coda” ai livelli dei tempi andati, i BÖC lo riassestarono nel 1988 con il fenomenale “Imaginos”, platter che andrà a riprendere certi umori, stili e ambientazioni del primo trittico per riassestarli in un concept bizzarro (la cronologia delle storie narrate è volutamente mischiato) ma estremamente affascinante. E con dei brani che per la loro bellezza, epicità e magniloquenza (andatevi a sentire “In the presence of another world” e sappiatemi dire) sono accostabili direttamente ai primi dischi che abbiamo trattato in questa nostra carrellata.

Difficilissimo, in fin dei conti, tracciare un riassunto dell’eredità di questa band. Sono stati al contempo frutto di stili passati e anticipatori di sonorità future. Tanto che il pregio maggiore che probabilmente gli possiamo attribuire è il fatto di essere stati musicalmente e culturalmente influenti quando, negli anni ottanta, i gruppi loro coevi, che nei seventies li avevano superati in termine di vendite e acclamazione della critica, non lo erano più.

Quello che è certo è che la loro musica è attuale, conturbante, emozionante. E misteriosa

Tanto da essere, nella loro genialità e fantasia, ancora oggi un enorme punto interrogativo della Storia del Rock.

Lunga vita al Culto

A cura di Morningrise