"Parlare di Musica è come ballare di architettura" Frank Zappa

18 mag 2019

DEAD CAN DANCE, “A CELEBRATION - LIFE & WORKS 1980 - 2019 TOUR” - LIVE AT EVENTIM APOLLO, LONDON (04/05/2019)


In una ipotetica classifica dei dieci migliori album non-metal che dovrebbero essere conosciuti dai cultori del Metallo inseriremmo sicuramente “Within the Realm of the Dying Sun” dei Dead Can Dance. Il titolo di quello che potremmo definire il capolavoro assoluto del duo anglo-australiano tradisce sonorità gotiche che in verità sarebbero state progressivamente accantonate in favore di pulsioni arcaicizzanti, prima, e poi di aperture esotiche che avrebbero infine condotto ad una “world music” indulgente alle contaminazioni più disparate. 

Nonostante la svolta “luminosa”, i Dead Can Dance sono rimasti nel corso degli anni una band fondamentale per i cultori delle tenebre, nonché imprescindibile fonte di ispirazione in ambiti darkwave, ethereal folk, gothic metal e metal atmosferico sui generis. Fra i tanti nel mondo del metal, dai Theatre of Tragedy ai Wolves in the Throne Room, ricordiamo il solito Varg Vikernes, il cui gradimento per la musica dei Dead Can Dance è tristemente noto in quanto proprio un loro album fu messo in sottofondo durante il viaggio di ritorno in macchina a Bergen dopo l’uccisione di Euronymous... 

Ma torniamo a noi. Vedere i Dead Can Dance dal vivo è stato per il sottoscritto la realizzazione di un sogno lungamente atteso: un’attesa resa ancora più estenuante dal fatto che il progetto vegeta da molti anni in uno stato di semi-inattività. Fin quando nel novembre dello scorso anno il silenzio è stato rotto dall’uscita di “Dionysus”, che giungeva cinque anni dopo “Anastasis”, a sua volta rilasciato addirittura sedici anni dopo il precedente “Spiritchaser”. 

Il primo dato confortante è che con la presente tournée, più che promuovere l’ultima prova discografica (rappresentata da un solo estratto), il duo ha inteso celebrare l’intera carriera. La scaletta, per l’appunto, si rivelerà un capolavoro di equilibrio, spaziando in lungo e in largo per tutta la discografia dei Nostri, fatta eccezione per l’album di debutto. 

L’Eventim Apollo, che conoscevo per avervi visto i Blue Oyster Cult, da “arena rock” diviene suggestiva cornice di luci soffuse, Art Deco e poltroncine montate fin sotto al palco. Come ampiamente previsto, la platea è di età anagrafica elevata. Evidentemente i Dead Can Dance, complici anche le loro lunghe assenze dal mercato discografico dell’ultimo ventennio, non hanno raggiunto i cuori dei più giovani, ma certamente possono contare su chi li segue da una vita e non perde l’occasione per vederli la seconda o addirittura la terza volta: vecchi darkettoni strambi, druidi dalle strane acconciature, qualche personaggio bislacco, persino diversi metallari in tenuta d’ordinanza, ma nel complesso “persone normali” che giungono ai nostri giorni nei ranghi della media borghesia, non celando del tutto un passato da disadattati

Nella semi oscurità, circondato da un set di hang (strumenti appartenenti alla famiglia degli idiofoni a percussione diretta – per chi volesse approfondire), si esibisce David Kuckhermann, che ritroveremo successivamente in veste di percussionista a supportare gli headliner. Il musicista tedesco esprime certamente competenza ed abilità nel maneggiare quegli strani arnesi, ma la sua esibizione risulterà nel complesso soporifera: non altro che un rilassante antipasto per quello che tutti i presenti attendono in maniera spasmodica. 

Eccoci giunti al fatidico momento: l’ingresso dei due, già di per sé, possiede l’aura del grande evento. Lisa Gerrard, con passo lento e solenne, bionda acconciatura barocca e bianca veste dal lungo strascico, prende posizione dietro al suo fido yangqin (cordofono cinese a percussione). Stando alla stazza enorme, verrebbe da pensare che la Nostra negli ultimi anni, più che alla professione di cantante, si sia dedicata ai piaceri della tavola.  Brendan Perry, più sobrio, si posiziona nella sua porzione di palco, circondato da un’asta da microfono, chitarra elettrica e liuto. Laddove la Gerrard, assai ingessata, limiterà al minimo gesti e movimenti (vero è che la sua è una presenza scenica che basta a se stessa), egli saprà esprimere un maggiore dinamismo, interagendo educatamente con il pubblico fra un brano e l’altro, e dividendosi fra i ruoli di cantante, chitarrista e “direttore d’orchestra”, impartendo indicazioni agli altri musicisti. 

Altro aspetto confortante è il fatto che intorno ai due si dispone uno stuolo di musicisti assai nutrito (ricordiamo che in passato erano piovute critiche per l’aver portato sul palco una strumentazione eccessivamente minimale): stasera potremo invece contare su ben due tastieristi, un batterista e tre polistrumentisti che si daranno il cambio fra percussioni, strumenti etnici assortiti e basso elettrico. Saranno tuttavia le due voci ad imporsi come protagoniste indiscusse della serata: quella della Gerrard, di una intensità indicibile, volerà ad altezze vertiginose, esprimendo una ampiezza ed un vigore che non ci aspetteremmo da una quasi sessantenne. A stupire di più, tuttavia, è la voce vellutata di Perry: suadente, vibrante, dalle modulazioni imprevedibili (in più di un frangente mi ricorderà quella di David Sylvian), rivelandosi diversa e migliore rispetto a quanto udito negli album da studio. 

L’inizio è con il botto: “Anywhere Out of the World”, mitica opener del già citato “Into the Realm of the Dying Sun”, si insinua nella penombra del teatro con la sua proverbiale introduzione spettrale... e sono già lacrime. Il dramma delle orchestrazioni, il pulsare dei bassi, quella fuga à la Bach in mezzo al brano fanno già capire che si ha a che fare con qualcosa di enorme. Se la domanda è Ci troviamo per caso innanzi alla forma migliore possibile di gothic music?, la risposta è Indubbiamente si. Il bello di vedere dal vivo artisti di tale caratura, del resto, è proprio toccare con mano una sostanza artistica che ti inonda della sua intrinseca bellezza estetica, originalità, carica innovativa e genialità compositiva al tempo stesso.

L'entità Dead Can Dance, nell’arco di circa due ore, mostrerà svariati volti, in un set capace di alternare sontuose impalcature gothic-rock, ballate senza tempo, interludi di estremo pathos ed infuocate escursioni etniche, consegnandoci una fotografia attendibile del mondo sfaccettato edificato in quasi quattro decadi di attività. Le voci si danno il cambio in una staffetta indispensabile per permettere alle due ugole di riprendersi di volta in volta (in più la tastierista, anch'essa bianco-vestita, darà man forte in più di un frangente dietro al microfono). 

L’elettrica “Labour of Love” (anno 1983!) ci porta alle origini della band, offrendoci una veste darkwave che sarebbe stata presto dismessa. Inutile aggiungere che i Nostri trionfano anche su questo fronte: lo conferma la decadente (sensualmente morrisoniana) "In Power We Entrust the Love Advocated". Sarà sempre Perry, a cui vengono affidate per lo più i brani-canzone, a farci emozionare con la titanica “Xavier”. Peccato solo per il vistoso problema alla voce intervenuto a metà del brano (il cantante saprà comunque gestire il momento di difficoltà con mestiere, esperienza e l'ironia garbata da perfect gentleman inglese quale è). Di grande forza cinematica si riveleranno inoltre  “Indoctrination (A Design for Living)” ed “Amnesia”: nonostante l’una sia un classico della prima ora (dal seminale “Spleen and Ideal”) e l’altra un brillante estratto dal più recente “Anastasis” (pregevole ritorno a sonorità più marcatamente gotiche targato 2012), suonano omogenee, rese simili da arrangiamenti che vedono in primo piano possenti orchestrazioni, solide percussioni e struggenti giri di pianoforte (magniloquente il finale in crescendo della seconda, che potremmo definire di intensità depechemodiana, se mi passate l’accostamento). 

Non cala la tensione nemmeno in sede di cover, come nel caso della ipnotica “Autumn Sun” (scippata dal repertorio della band francese Deleyaman), che vede canto maschile e femminile procedere all’unisono in un’altra gradita incursione nel mondo della darkwave (vengono in mente i discepoli Faith & the Muse). 

Lisa Gerrard, dal canto suo, non sarà da meno del suo compare, ritagliandosi meravigliosi momenti di protagonismo nel terreno a lei più consono: quello del soliloquio. “Avatar”, altro classico pescato da "Spleen and Ideal", è il primo saggio di bravura, ma i motori devono ancora scaldarsi, e sarà con episodi come la medievaleggiante “Bylar”, l’intensa “The Wind that Shakes the Backley” (cantata in solitaria),  “Yulunga (Spirit Dance)” (estasi in salsa mediorientale) e la superba “The Host of Seraphim”, ai limiti della messa cantata (indubbio apice emozionale della serata per il sottoscritto), che le lacrime scenderanno copiose. 

Dance of Bacchantes”, unico estratto dall’ultimo album, chiude la prima parte del concerto all'insegna della coralità di un baccanale dalla baldanza paganeggiante, nel quale ha modo di distinguersi un carismatico signore barbuto alle prese con uno strano strumento a corda, mentre il pubblico festante accompagna l'ensamble con battiti di mano e versacci assortiti. Il bilancio è decisamente positivo: un’esibizione che non ha presentato alcun momento di cedimento, forse un poco penalizzata da una scenografia minimale ed algidi giochi di luce che non riescono a sottolineare adeguatamente i continui cambi di umore. 

E’ tempo di bis (ben due!), e certo i Nostri non sembrano ancora disposti a mollare la presa sui nostri cuori. Da applausi la “Song to Siren” di Tim Buckley, già riproposta in passato dal collettivo This Mortal Coil (di cui faceva parte anche la stessa Gerrard, sebbene il brano in questione fosse per l’occasione interpretato da Elizabeth Fraser dei Cocteau Twins). Stasera, invece, l’onore di cantarla spetta a Perry, che ancora una volta ci commuoverà con una interpretazione sentita e coerente con quanto ascoltato fino a quel momento. Segue la mitica “Cantara” che, dopo un incipit dimesso, vede riaccendersi quegli impeti etnici che via via hanno scosso l'esibizione. Classe infinita. 

La pugnalata finale, tuttavia, giunge con una doppietta di brani da knock out tecnico. Il primo è chiamato a rappresentare “Ion”, album pervaso da umori arcaici: “The Promised Womb” è un madrigale dall'incedere minimalista che evoca l’indimenticata Nico, con il palco occupato solo dalla Gerrard e dai due tastieristi. Il secondo viene invece pescato da quello che possiamo definire l'opera maggiormente impregnata di spiritualità della discografia dei Nostri, "The Serpent's Egg": “Severance”, cantata dal solo Perry, è un altro brano-capolavoro che giunge tuttavia troppo dimesso quando oramai siamo talmente storditi da non essere più capaci di provare emozioni. 

I morti potranno anche ballare, ma i vivi stasera non possono che rimanere seduti e muti, pietrificati innanzi alla bellezza di questa musica.