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24 apr 2016

XXV ANNIVERSARIO DEL DEATH METAL: PESTILENCE, "TESTIMONY OF THE ANCIENTS"



CLASSIFICA DEI DIECI MIGLIORI ALBUM DEATH METAL USCITI NEL 1991
4° CLASSIFICATO: "TESTIMONY OF THE ANCIENTS" (PESTILENCE)

Abbiamo visto, nel corso della nostra classifica, quanto il 1991 sia stato un grande anno per il death metal. Ma è con il poker di opere che abbiamo posto in cima alla nostra graduatoria che il genere si esprime ai massimi livelli. Il primo del quartetto è “Testimony of the Ancients” degli olandesi Pestilence.

Abbiamo già parlato della band di Patrick Mameli in occasione del nostro special dedicato alle reunion delle band death metal. Ed abbiamo visto come il corso artistico della formazione abbia toccato il suo zenit sperimentale con il capolavoro “Sphere”, nel 1993, per poi arrestarsi bruscamente con l’inaspettato scioglimento della band. Prima di quell’album fantastico, in cui i Nostri sparavano il loro death metal nello spazio condendolo con elementi jazz e fusion, il già superlativo “Testimony of the Ancients” ci consegnava una band capace di dare espressione alla propria creatività con un sound personale e maturo, sebbene ancora riconducibile ai ranghi di un death metal classico.

Il salto di qualità rispetto al precedente “Consuming Impulse” fu gigantesco e lo si può evincere confrontando le due copertine. Da un lato l’immagine fumettistica del volto stravolto dal terrore di un uomo divorato dalle formiche; dall’altro il raffinato artwork del geniale illustratore Dan SeaGrave, ideatore delle “antiche sfere meccaniche” che ritroveremo protagoniste nella copertine di “Spheres” e della raccolta-epitaffio “Mind Reflections”. Sfere che già vediamo enigmaticamente sospese nel vuoto in uno scenario fantastico di grande suggestione: l’interno di un misterioso edificio probabilmente costruito da una ignota civiltà superiore (Atlantide?), al centro del quale si erge un pozzo (della conoscenza?) apparentemente senza fondo. Una torre che si inerpica verso l’alto o un tunnel sotterraneo che si spinge in profondità? Le allegorie di sprecano, ma resta indubbio il fascino di una rappresentazione grafica che rispecchia in pieno le atmosfere ospitate da quest’album: atmosfere che oscillano continuamente fra umori arcani e fantascienza. Per questa sua forte valenza concettuale, l’opera permette agli olandesi di iscriversi alla lista dei migliori esponenti del death metal più intelligente: filone capitanato di diritto dai Death di Chuck Schuldiner, che (attenzione), avrebbero rilasciato l’inarrivabile “Human” quasi due mesi dopo l’uscita di questo “Testimony of the Ancients”.

I Death, inutile dirlo, dettavano legge, lo facevano con album come “Leprosy” e “Spiritual Healing”, che certo costituivano un punto di partenza per il death metal feroce e dinamico dei Pestilence. I quali però fin dall’inizio mostrarono i tratti di una personalità forte e con questo “Testimony of the Ancients” seppero portarsi addirittura avanti rispetto ai loro stessi maestri. A tal riguardo basta andare ad ascoltare la porzione centrale del brano “Land of Tears”, con i suoi intrecci di chitarra che vanno ad anticipare pari pari certi passaggi di “Human”. E poi l’assolo melodico che segue, con tanto di sottofondo elettroacustico: si era mai sentito un death metal così elegante prima di allora?

Momenti. “Testimony of the Ancients” vive di momenti. I brani, nonostante la complessità che li anima, si muovono entro durate tutto sommato contenute, conservando persino il classico formato canzone (strofa/ritornello), eppure la bellezza dell’album si dischiude poco a poco, in dettagli, epifanie sonore che repentinamente aprono incredibili scenari. L’intelligente uso delle tastiere (suonate dall’ospite Kent Smith) è un fattore fondamentale, dato che esse, in modo misurato ma efficace, vanno a condire i passaggi più significativi. Non fraintendiamoci: le chitarre ispirate di Patrick Mameli e Patrick Uterwijk e il drumming terremotante di Marco Foddis sono la materia di cui si compone “Testimony of the Ancients”, che certo non è un “The Key” dei Nocturnus, rilasciato l’anno precedente, in cui le tastiere avevano un ruolo ben più preponderante. 

Le tastiere sono dunque un valido indicatore che ci può guidare laddove l’album esprime il meglio di sé. A noi che il track by track non piace, ci basterà elencare i momenti che più di altri ci sono rimasti impressi: i bellissimi assolo di “Twisted Truth”, intrigante mid-tempo impreziosito appunto dal talento melodico prima di Uterwijk e poi di Mameli (assolo iper-melodici accompagnati da ariose tastiere che spalancano quelle dimensioni che andremo ad esplorare con “Spheres”); i ritornelli di “Prophetic Revelations” e “Testimony”, dove la voce disperata di Mameli viene avvolta da tappeti di tastiere che danno ai brani una perversa carica visionaria; il break centrale di “Presence of the Dead”: quattro quarti solenne, ricami di pianoforte ed ancora una volta eteree tastiere che si materializzano improvvisamente aprendo un varco fantastico in mezzo alla brutalità del death metal dei Pestilence. L’opera vive di momenti, si diceva, di colpi di genio disseminati per tutto l’arco della sua durata, e sono tanti, chiamati ad impreziosire dei brani che già da soli funzionano benissimo, in quanto ben strutturati e messi insieme da musicisti fantasiosi e competenti.

I musicisti: l’anno precedente se n’era andato il carismatico Martin Van Drunen (per abbracciare la causa degli Asphyx), lasciando vacante sia la posizione di bassista che quella di cantante. Per quanto riguarda la prima, verrà ingaggiato all’ultimo minuto il virtuoso Tony Choy, già militante in Cynic ed Atheist, il quale però, nonostante la sua elevata preparazione tecnica, ben poco influirà sugli esiti dell’opera, in pratica già composta ed assemblata al suo arrivo. Dietro al microfono, invece, presenzierà lo stesso Mameli, postazione che conserverà per tutto il resto della carriera. La sua voce è forse meno particolare del farfugliare agonizzante di Van Drunen, tuttavia si presterà perfettamente allo spirito visionario dei testi di Marco Foddis, intelligente paroliere della band. Il binomio Mameli/Foddis toccherà qui (e ancor di più nell’album successivo) vette degne dell’accoppiata Battisti/Mogol, quanto a sinergia fra interpretazione e contenuto del testo. Il growl di Mameli è infatti intellegibile e ben di presta, con la sua raucedine da death-metaller sull’orlo di una crisi di nervi, ad interpretare le riflessioni esistenzialiste descritte da Foddis, le quali esprimono lo stupore del Fanciullino pascoliano (con la voce di uno scaricatore di porto) innanzi a nuove e sconcertanti verità.

I testi, di ispirazione lovecraftiana, si distaccano dalle classiche tematiche del death, per spostarsi in terreni che potremmo descrivere filosofici: essi rappresentano un percorso di ricerca epistemologica che vede al suo centro il dubbio. Un dubbio che serve a minare certezze e a sfondare l’impenetrabile muro della Verità, ammesso che essa esista. Le parole di Foddis esprimono sbigottimento in questo viaggio allucinante, forse compiuto in stato di trance, forse condotto da un malato di mente, in cui visioni, rivelazioni, profezie, manifestazioni del Divino e di spiriti dall’Oltretomba si materializzano, sconvolgendo la concezione dell’esistenza così come eravamo soliti conoscerla. Giusto per dare un assaggio, mi limito ad elencare le frasi poste all’inizio di ogni brano, chiamate ad introdurre l’argomento di volta in volta trattato: 1) “An unknown dimension revelead to man”, 2) “Views from a twisted mind”, 3) “What happens to the soul after it has left a human body?”, 4) “Fear of all evil that controls mankind”, 5) “Ancient wisdom in present reality”, 6) “Seeking life-answers by using dark powers”, 7) “Seances to summon (and communicate with) the dead”, 8) “Branded, for making the wrong choices in life”.

A fare da didascalia ai temi affrontati, accanto agli otto brani ufficiali, troviamo altrettanti intermezzi che vanno a saldare le diverse tracce in un unico flusso sonoro e concettuale. I Nostri non si fanno mancare davvero niente, rischiando però a tratti di sforare nel kitsch: orchestrazioni incalzanti (“Bitterness”), passaggi tastieristici degni di un film thriller/horror con tanto di finale da infarto à la Psycho (“Darkening”), un cuore che pompa faticosamente sangue (“Blood”), una agghiacciante preghiera/supplica fatta di sussurri e voci agonizzanti (“Free Us From Temptation”), orge impure dal retrogusto ritual/sacrificale (“Impure”), velocissime scale di basso (“Soulless”), scarabocchi di chitarra espressionista su un sottofondo sci-fi (“Mindwarp”), solenni chitarre e tastiere che sfumano in una dissolvenza che fa presagire una vaga via d’uscita (la conclusiva “In Sorrow”), come se nel dolore di una ricerca affannosa, forse votata all’insuccesso, l’Uomo trovasse comunque un senso alla propria esistenza. Un apparato “sonoro” che va ad aggiungere ulteriore fascino alla fruizione di un album impenetrabile, sfuggente, che riesce a dare sempre nuove emozioni ogni volta che lo si ascolta.

Di carne a fuoco ne hanno messa i Pestilence, che al loro terzo album già ci appaiono forti di una maturità compositiva e di una arditezza concettuale che li pongono una spanna al di sopra del panorama medio death dell’epoca. E con “Testimony of the Ancients” essi ci consegnano il loro capolavoro death metal, prima di spingersi ulteriormente oltre nel loro arduo cammino volto ad abbracciare una Verità probabilmente irraggiungibile.