"Parlare di Musica è come ballare di architettura" Frank Zappa

25 gen 2017

BLACK METAL E DOOM TRA ESSENZA E TRASFIGURAZIONE EMOTIVA



Tutti sanno dell’impressionismo (meno dell’espressionismo, che è meno famoso) in pittura. Lo stesso concetto è applicabile alla musica.
Intanto, una cosa non chiara a tutti. L’impressionismo come corrente consisteva nel fissare la prima immagine, quella più vicina alla prima costruzione sensoriale, e aveva quindi al centro lo studio della luce. La definizione delle immagini in base alla divisione della luce e delle forme in “quanti” è la caratteristica più nota della tecnica impressionistica.  In pratica si riteneva che l’immagine fosse già una elaborazione complessa, e che alcuni elementi si vedessero meglio nella percezione più grezza.
L’espressionismo è invece la deformazione dell’immagine nella sua forma nota attraverso il filtro interiore, che la restituisce deformata anche se riconoscibile.

Mentre l’impressione è quindi quel che c’è “in entrata” e muove le emozioni, l’espressione è ciò che il cervello restituisce, anche sulla base delle emozioni.
Non c’entra nulla invece quel che il pittore voleva comunicare dipingendo un tramonto, cioè l’impressione del tramonto non è “quel che il poeta sentiva al tramonto”. Se mai è l’emozione oggettiva del tramonto.
Esiste una emozione oggettiva? Esiste un significato comune di un’immagine, di un colore, che è “prima” di tutto il resto, e può essere recuperato appunto risalendo alla fonte, al primo ingresso dell’immagine nel cervello? Anatomicamente si diceva che esiste un’emozione “retinica”, cioè subito alla prima stazione visiva, sulla retina del globo oculare, che era la più essenziale e oggettiva, vicina all’inconscio collettivo. In realtà nella retina non si forma quel che si intende con immagine mentale, l’immagine è analizzata e non ricostruita, ma insomma il senso era fondamentalmente quello.
L’espressionismo invece se mai porta alla deformazione oggettiva delle cose, cioè all’aspetto che le cose assumono (ma è già più personale) in determinate condizioni preesistenti, d’ambiente, d’animo, di alterazione da droghe etc.

In musica esistono alcuni generi che tentano di recuperare l’emozione essenziale, poiché interessati dal fatto che queste emozioni possono essere ormai sconosciute, dimenticate e indefinibili. Le categorie della gioia, tristezza, rabbia sono già definizioni condivise troppo mediate, complesse. Le loro radici sono magari comuni, senza nome, senza ancora un orientamento preciso. Uno stato eccitato, uno stato di vuoto interiore, uno stato di paralisi, un’estasi, sono cose molto meno definite e molto più basiche. Il black metal ad esempio nella sua ricerca tendeva a questo.
Le sue forme più elaborate stilisticamente sono ritenute anche dei barocchismi, dei manierismi su elementi che in questo modo sono persi, snaturati, colorati fuori misura in maniera da esser resi più accessibili ma anche meno significativi. Questo il senso del minimalismo o del radicalismo del black metal, in cui l’accordo è ossessivo e unico, la ritmica è ripetuta in maniera uguale come un moto perpetuo per tempi lunghi, la velocità è estremizzata al punto da perdere il suo significato comune (ballabilità), e il suono è minimizzato attraverso la compressione o la cacofonia.
La voce è l’elemento più interferente con l’esigenza di rendere impersonale il suono, ed è infatti ridotta ad uno stile vocale, “strumentalizzata” in tutti i sensi. Non comunica testi, che comunque ci sono “dietro”, ma porta avanti una linea sonora. Se mai la voce guida come fosse la volontà orchestrale, ma non è “accompagnata” dall’orchestra, semplicemente la capeggia come una polena. Ne risulta un tappeto sonoro “sfigurato”, iconoclasta, che mette al centro un’emozione fondamentale. Le tematiche del buio, dell’assenza, del silenzio o del rumore assoluto sono tutte “polarizzazioni” che somigliano a quando, nel modificare una fotografia, si spingono al massimo i chiari o gli scuri, una tonalità di colore contro tutte le altre. Si riduce il tutto a una cifra fondamentale, si “stira” un’immagina in maniera da capire dove stiano le sue stigmate fondamentali, gli elementi che la rendono riconoscibile, fuori dal tutto già pronto e fatto.
Il black metal distilla e ripete ciò che basta per fondare le cose, dopo di che si disinteressa abbastanza del resto, anzi lo evita o lo distrugge per ottenere il primo risultato. E’ romantico nella teoria, nichilista nel mezzo. Anziché amplificare l’impatto, come nell’enfatismo, o personalizzarlo, come nel romanticismo, lo riduce alla ricerca di una biologia oggettiva delle emozioni. Emozioni negative, ma questo è un elemento ulteriore proprio del black, e cioè ritenere che le emozioni negative siamo quelle fondamentali, e su di esse si costruiscano quelle positive.

Esiste anche un movimento, in verità poco sviluppato ad oggi, che ha cercato di descrivere anche l’emozione positiva essenziale. Parliamo del black metal trascendentale (contrapposto a quello classico, “nichilista”) che farebbe capo ai Liturgy. Tecnicamente parlando, la differenza sta nella velocità ascendente o discendente, ovvero nel calore anziché il gelo. Insomma, in teoria esiste una musica, probabilmente qualcosa a che vedere con il maggiore e il minore, che velocizzata rende l’idea di un’emozione progressivamente riempitiva anziché di svuotamento.

Se dovessi indicare altri sottogeneri che possono avere avuto un approccio espressionistico direi il doom. La lentezza infatti non è naturale. I tempi biologici sono velocissimi, impercettibili, e quindi la velocità ci si avvicina, mentre la lentezza ulteriore crea uno spazio “ex vacuo” da riempire con “post-produzioni” mentali, cioè prodotti secondari filtrati dai momenti dell’esperienza, gli stati d’animo del momento, le suggestioni analogiche interne.
I campi di grano di Van Gogh sono quindi iperveloci, mentre l’urlo di Munch è doom, straniante, emotivamente sfilacciato e sfuggente. L’emozione dell’espressionismo è quella che si definisce “ansia da frammentazione”. I significati non si riducono e si semplificano, perdendo il nome ma guadagnando in chiarezza: anzi, si ampliano, come in un caleidoscopio subiscono delle rifrazioni. Si ha tempo per vedere la realtà da sopra e da sotto, da dentro e da fuori. La decadenza è talmente lenta che non è più morte, è la vita stessa, trasfigurata. Il doom è la realtà digerita e dispersa. Talmente rallentata che anche il passato non è più lontano del futuro. Come per il black, anche nel doom l’emozione è più spesso negativa. Non mancano esempi di doom positivo, tentato ad esempio dai Tiamat ai tempi di “Wildhoney”.

In questa danza tra impressione ed espressione, tra emozione di partenza, inevitabile, ed espressione d’arrivo, di decomposizione, sta l’evoluzione di ogni genere, dai suoi primordi alla sua fase postuma. Chi si nutre di musica underground coglie bene questa evoluzione, mentre chi “assimila” ciò che emerge in superficie prende la parte meno significativa, meno specifica, in cui meno si riconoscono radici e direttrici dello stile.

A cura del Dottore