"Parlare di Musica è come ballare di architettura" Frank Zappa

27 gen 2020

DIMMU BORGIR + AMORPHIS: LIVE AT O2 KENTISH TOWN FORUM, LONDON - 22/01/2020



7/10: questo è il voto che mi sento di dare ad una serata tanto impeccabile quanto prevedibile, dove ognuno, semplicemente, ha dato quello che doveva dare. I Wolves in the Throne Room hanno dispensato poesia, gli Amorphis si sono dimostrati dei professionisti e i Dimmu Borgir dei venditori. Si sapeva, siamo sereni, inutile aspettarsi altro, torniamo a casa soddisfatti. 

Solo un dubbio mi assale mentre faccio la fila fuori dall’O2 Kentish Town Forum: perché mi trovo qui? Cosa mi aspetto che vi sia dietro a questo invitante manifesto in cui campeggiano i nomi di Amorphis e Dimmu Borgir? Entrambe le band non mi hanno mai entusiasmato, nemmeno ai tempi d’oro, e conosco solo in modo approssimativo la loro produzione discografica degli ultimi vent’anni: come al solito a prevalere sono la curiosità e l’incapacità di resistere al richiamo delle sirene metalliche, la speranza di imbattermi in qualche emozione imprevista...

Meno male che ci sono i Wolves in the Throne Room. Terza volta per me, seconda in veste di band di supporto. Continuo a pensare che questo ruolo di comparse non confaccia a musicisti di tale portata, e piange un po’ il cuore a veder compresso il loro estro in una mezz,oretta scarsa, laddove la loro musica, quasi un rito, avrebbe semmai bisogno di ampi spazi ove respirare, sopirsi, ridestarsi. Pazienza, ci godiamo le ottime “Born from the Serpent’s Eye” e “Angrboda”, estratte dall’ultimo “Thrice Woven” (oramai risalente a più di due anni fa). Voci in secondo piano, ma black metal di alto livello, con le consuete melodie ancestrali a colpire duro grazie ad un wall of sound che sa cogliere le migliori intenzioni del post-hardcore. 

Da lacrime la riproposizione della superba “Queen of the Borrowed Light”, addirittura risalente al debutto “Diadem of 12 Stars”: chicca ripescata nello scorso tour che mette ben in evidenza quanto, in verità, fossero superiori i Lupi degli esordi rispetto a quelli delle, pur pregevoli, prove recenti. In questo gioiello di tredici minuti accade di tutto: sfuriate di una intensità insostenibile, possenti rallentamenti, epiche cavalcate, persino un break acustico, il tutto presentato in modo disordinato, quasi irrazionale, ma ispirato da quella grazia, quell’equilibrio, quella spontaneità che ha permesso agli americani di imporsi fra i migliori esponenti del genere nel nuovo millennio. 

Con gli Amorphis cambia completamente musica: si respira già un’aria diversa e la lunga introduzione, con l’ingresso dei musicisti uno dopo l’altro, porta con sé il clima del grande evento, come se sul palco dovessero comparire da un momento all’altro gli U2 in persona. E’ “The Bee” e Tomi Joutsen sfodera un growl potente che non mi aspettavo. Sul fronte del canto pulito, ovviamente, il Nostro mostra altrettanta bravura, confermandosi fra i migliori singer del momento. I colleghi non sono da meno, eseguendo con estrema precisione brani che cambiano pelle continuamente, baciati da suoni incredibilmente nitidi e tersi. A stupirmi in negativo (ma è una considerazione personale) è il fatto che il sound è davvero leggero, con chitarre in secondo piano che cedono il passo alle imperanti tastiere. I suoni sono quasi “pop” e se è indubbio che gli Amorphis siano oggi da considerare una band progressive a tutti gli effetti, mi chiedo perché si ostinino ad inserire il growl, che non è poca cosa nell’economia del suono dei Nostri. 

I brani riproposti sono davvero morbidi, con quelle melodie solari ed orientaleggianti che erano componente identitaria già ancora quando i finlandesi suonavano death metal. I “ragazzi” non sbagliano un colpo, allestendo un set perfettamente bilanciato fra passato e presente, con un occhio di riguardo per la produzione con Joutsen in formazione (“Bad Blood” e “House of Sleep” gli highlight). Immancabili gli estratti da “Elegy” (“Against Widows”) e da “Tales from the Thousand Lakes" (“Into Hiding” e “Black Winter Day”, giustamente chiamata a chiudere le danze). Per l’occasione, considerata la condivisione del tour con i più estremi Dimmu Borgir, viene inaspettatamente rispolverata una “Sign from the North Side”, recuperata addirittura dal primo album “The Karelian Isthmus”, durante la quale si accende persino un po’ di pogo. 

Eppure rimango abbastanza impassibile innanzi a tutto questo sfavillar di suoni e colori, a tratti quasi mi annoio, ma è una mia sensazione, forse mi sono semplicemente stancato di questi ibridi di metal estremo/non estremo che alla fine non restituiscono le emozioni peculiari né del rock né del metal estremo. Contrariamente a Opeth, Katatonia e Anathema (che hanno da tempo archiviato le sonorità estreme) o a Paradise Lost, My Dying Bride e Moonspell (che, all’opposto, sono tornati alle asprezze del loro periodo migliore), gli Amorphis hanno deciso di mantenere, ben miscelati, tutti gli elementi che hanno incontrato durante il loro cammino, raggiungendo un equilibrio ed una coerenza di intenti encomiabili. La gente in generale sembra apprezzare, qualcuno appare decisamente anche troppo entusiasta, stiano pertanto tranquilli i fan dei finlandesi: Holopainen, Koivusaari e compagni non indietreggiano di un millimetro sul fronte della bravura e della professionalità. 

Con i Dimmu Borgir l’atmosfera cambia nuovamente, tanto che mi chiedo quale sia stato il senso di questo strano tour da co-headliner che ha messo inseme il progressive orecchiabile dei finlandesi e il granitico symphonic black metal dei norvegesi. Il pubblico è quasi spaccato in due, dimostrando pochi punti di intersezione e mostrandosi un po’ più numeroso e caloroso per i Dimmu Borgir. Il mancato sold out rende la situazione piacevole, con poca ressa e la possibilità di sostare a distanza accettabile dal palco. Di fronte a noi si aprirà una voragine per i pogatori che instancabilmente ci daranno dentro per tutto il corso del concerto. 

La scaletta presentata non si discosta molto da quella del tour per la promozione dell’ultimo “Aeonian”, che conta ben quattro estratti: “The Unveiling”, “Interdimensional Summit” (collocate in apertura), “Aetheric” e “Council of Wolves and Snakes” (poste invece verso la fine). In particolare queste ultime due si sono confermate momenti convincenti dell’esibizione, la prima sfoderando un groove che mi ha ricordato gli ultimi Satyricon, la seconda con il suo grandeur sinfonico. Non c’è molta differenza, in verità, fra questi episodi e quanto combinato dalla band negli ultimi tre lustri: i nuovi pezzi rivaleggiano tranquillamente con i quelli degli album appena precedenti, a modo loro divenuti classici, come "The Chosen Legacy", "The Serpentine Offering" e “Gateways” (scelta infelice quella di ricorrere ad inserti pre-registrati di voce femminile). Fastidiosa, a mio parere, la riproposizione di quell’abominio di pacchianeria che è l’autocelebrativa “Dimmu Borgir”. 

Si sono inoltre fatte molto apprezzare “Puritania” (che con il suo intro di batteria, il taglio industrial  e il piglio declamatorio ha costituito l’unico momento un po’ diverso in un set decisamente omogeneo) e la cinematografica “Progenies of the Great Apocalypse”. Inutile ricordare che album come “Puritanical Euphoric Misanthropia” e “Death Cult Armageddon” (da cui sono stati prelevati questi due brani) sono lavori con una marcia in più (fu in quella fase che, a parere di chi scrive, si compì il definitivo sorpasso dei rivali Cradle of Filth, da tempo in secca creativa). 

L’impressione, infatti, è che dopo quegli album, i Nostri abbiano poi riposato sugli allori, appiattendosi su una proposta sempliciotta ma efficace, basata su riempitivi di chitarra in un involucro di sinfonismi ultra-vitaminzzati: brani che potrebbe aver scritto qualsiasi stagista della Nuclear Blast. In altre parole, è come se la compagine norvegese avesse preferito accantonare la ricerca e la scrittura complessa per puntare sull’immagine (i Nostri si sono ovviamente presentati vestiti da pagliacci) e su una offerta assai fruibile da vaste fasce di metallari, desiderosi di estremo ma non troppo. Bisogna riconoscerlo: i Dimmu Borgir sono divenuti un marchio, niente di più, niente di meno; sai quello che ti aspetti ed ottieni quello per cui paghi, come quando entri in uno Starbucks e ricevi un cappuccino accettabile, con una spruzzata di cioccolato in polvere per ovviare alla mediocrità del caffè, in un ambiente tutto sommato rilassante. 

I brani tendono a somigliarsi in modo fastidioso anche per colpa dell’abuso di orchestrazioni e cori pre-registrati (ma quanto ci manchi, Vortex!), entro i quali Shagrath si mostra assai insipido. Non che mi aspettassi chissà cosa, ma mi stupisce in negativo il poco carisma del cantante che, se certo non è un virtuoso dietro al microfono, poteva almeno prodigarsi in qualche trovata teatrale di maggiore effetto (l'impugnare una testa di caprone di plastica è stato il massimo che ci siamo potuti permettere stasera). Oltretutto non mi è mai piaciuto il suo face-painting, poco personale ed esteticamente imbarazzante. 

Ecco, infine, il momento della tanto attesa “Mourning Palace”, la quale ci ridesta dal torpore. La bellezza di questo brano si conserva a più di venti anni dalla sua genesi, con le sue orchestrazioni minacciose, i mid-tempo carichi di pathos, quella accelerazione che poi si tramuta in uno dei momenti più epici mai partoriti dal black metal sinfonico. Si torna finalmente ad odorare puzza di Norvegia, e grazie a queste note riesco finalmente a comprendere il motivo per cui mi trovo qua: capisco infatti che tutta la serata, dai WITTR, passando per gli Amorphis, fino ai Dimmu Borgir, non tendeva altro che a questo brano, climax definitivo dell'esibizione e posto significativamente alla fine del tutto. 

Anche stasera torno a casa soddisfatto...