"Parlare di Musica è come ballare di architettura" Frank Zappa

31 gen 2020

THE BEGINNING OF THE END: LUCI ED OMBRE NEL METAL AI TEMPI DEL CAMBIAMENTO


"Percheeeeeé lo faiiiiii” cantava Marco Masini nel lontano 1991, anno peraltro significativo per il tema che andremo a trattare (e a breve vedremo perché). Pur non piacendoci affatto il cantautore toscano, sarebbe questo il ritornello che vorremmo cantare a squarciagola a molte band da noi amate che, di punto in bianco, hanno deciso di stravolgere il proprio sound, incappando il più delle volte in veri e propri harakiri artistici. Ma la nostra nuova rassegna non vuole essere la lista degli album più brutti del metal: sarebbe troppo noioso  ritornare sui soliti “Load”, “Reload”, St. Anger” (con i Metallica, in effetti, ci sarebbe l’imbarazzo della scelta…), infierire su “Risk” dei Megadeth o peggio ancora sprecare meningi e fiato per un lavoro semplicemente incomprensibile come “Illud Divinum Insanus” dei Morbid Angel...

No, la nostra rassegna intende fare un passo indietro e trattare il cambiamento nel metal circoscrivendolo a quegli album che si sono dimostrati un fatale “punto di non ritorno” per band che avevano in precedenza imposto il proprio nome identificandolo con un sound ben preciso e nei fatti vincente. Victims of Change, potremmo dire parafrasando il titolo della mitica “Victim of Changes” dei Judas Priest, tanto per fare una citazione più nobile rispetto a quella utilizzata nell'incipit...

Ci sono opere che nella carriera di certe band hanno rappresentato un netto spartiacque, segnando in modo indelebile un prima ed un dopo nella loro esistenza. Con esiti artistici e commerciali variabili: per taluni il cambiamento ha rappresentato un incremento di successo di pubblico; per altri, invece, l’inizio di un percorso di deterioramento che ha condotto allo scioglimento, con la complicità ovviamente di altri fattori (instabilità della formazione, dissidi interni, dipendenze da alcol o droga, un fisiologico calo di ispirazione, scarsi riscontri commerciali, perdita di motivazione, l'avvento di qualche nuova moda ecc.). 

Chiariamolo: adoriamo il cambiamento e lo abbiamo celebrato con la nostra rassegna sui migliori album non-metal rilasciati da band metal, dove la mutazione stilistica è stata così radicale da portare suddette band al di fuori dei confini del metal stesso, con risultati anche esaltanti. Di contro, nella rubrica “Legno” abbiamo ironizzato su tutte quelle band legnose (appunto) che hanno invece posto al centro del loro percorso l’immobilità stilistica, chi per ferrea volontà, chi per semplice ottusità (aspetti che in realtà hanno spesso convissuto). Questa nostra nuova rassegna si vuole collocare invece in mezzo alle due precedenti, cercando di indagare, nel modo più franco e disincantato possibile, le condizioni che hanno portato determinate band a decidere di modificare in modo drastico il proprio sound in tempi in cui questa non era una cosa da dare per scontata. 

Amiamo sempre ricordare, infatti, che nel corso degli anni ottanta una band metal era padrona del proprio destino, nel senso che la propria evoluzione stilistica non era dettata da mode e pressioni ricevute dall’esterno (al massimo c'erano le solite case discografiche a premere nella direzione di una commercializzazione del sound, ma spesso questo coincideva con innocui ammorbidimenti in ottica hard rock o hair-metal, niente di particolarmente traumatico). Nomi come Iron Maiden e Manowar hanno potuto permettersi di marciare sulle medesime sonorità, peraltro sfornando album memorabili, limitandosi a giocare intorno ad un marchio di fabbrica consolidato. Chi invece voleva evolversi, lo poteva fare liberamente, ma senza forzature, come i Metallica che, dal thrash acerbo di “Kill ‘Em All”, seppero spostarsi alle forme complesse e mature di capolavori come “Ride the Lightning” e “Master of Puppets”. Oppure i geniali Voivod, responsabili di un cammino tanto virtuoso quanto poco redditizio in termini di popolarità. Ma al di là degli esiti commerciali, queste erano evoluzioni fisiologiche, dettate dalla maturità che si guadagna con il tempo e l’esperienza, e che va di pari passo con la crescita tecnica dei singoli musicisti e con il loro affiatamento come ensemble

Con l’inizio degli anni novanta le cose iniziarono a mutare, soprattutto da un punto di vista culturale: l’avvento del grunge, l’apertura del metal alle contaminazioni più azzardate (l’alternative metal, l’industrial metal, il crossover, il rap) e poi il Black Album, anno 1991. Si, il Black Album, lavoro che ha lanciato i Metallica nell’Olimpo del Rock a tutto tondo, con un successo senza precedenti per una band thrash metal. L’autorevolezza dei Four Horsemen (che eran visti da tutti con gran reverenza) e quel clamoroso salto di popolarità (che faceva gola un po' a chiunque) portarono molte band affermate a relazionarsi con il concetto di cambiamento. 

Forse all’inizio questa riflessione fu dettata da meri scopi di opportunità e l’idea che il cambiamento per molti coincidesse con il vendersi al miglior offerente, portò ad una radicalizzazione di posizioni, mettendo una contro l’altro due fazioni: coloro che vedevano il cambiamento come un aspetto vitale della propria gestazione artistica, e quelli che invece avrebbero difeso fieramente l'ortodossia del metal tradizionale. In questo processo di polarizzazione, aggiungiamo noi, si è andata però a perdere un po’ di spontaneità nel naturale svilupparsi delle esigenze artistiche. Da un lato la schiera di coloro che si sono visti costretti a forzare l'evoluzione in avanti, cambiando di album in album per non deludere i fan più assetati di novità; dall'altro gli irriducibili che hanno arrestato forzatamente la loro evoluzione, chiudendosi istericamente a riccio per non disattendere le aspettative di una fan-base meno avvezza ai cambiamenti. 

Non è un caso che le band della generazione successiva, quelle che sarebbero fiorite ed esplose nel corso degli anni novanta per poi propagarsi nei duemila (citiamo fra tutti i Paradise Lost e gli In Flames), avrebbero gestito il tema del cambiamento in modo decisamente più disinvolto. Anche in questi casi possiamo inciampare in risvolti interessanti, con artisti che guadagneranno una nuova identità artistica in grado addirittura di soppiantare quella vecchia, e altri che, invece, si troveranno costretti a ripensamenti e continui passi in avanti ed indietro, alla ricerca di un punto di equilibrio oramai smarrito (Moonspell, Tiamat, Satyricon, My Dying Bride ne sanno qualcosa). 

Volendo fare una metafora, potremmo paragonare queste ultime band ai giovani che, alla ricerca di lavoro dopo la crisi economica del 2008, hanno saputo fronteggiare le nuove sfide del mondo del lavoro già con il gene del cambiamento nel DNA. A queste band dedicheremo una appendice a fine trattazione, mentre la nostra rassegna vorrà focalizzarsi principalmente sulle gesta di certe glorie degli anni ottanta che, al cospetto dei tumultuosi anni novanta, dovettero prendere necessariamente una posizione sul fronte del cambiamento, a volte con la brillantezza dei grandi, in altri casi con la goffaggine di chi, per molti anni sicuro del posto fisso, si è dovuto mettere a cercare un nuovo lavoro o a maturare faticosamente nuove skill.

Ci concentreremo quindi su quei traumatici anni novanta, con un occhio di riguardo per il fenomeno thrash metal che da un lato veniva superato in violenza dal death metal e dall'altro prendeva gli schiaffi del groove metal e del nu metal. Attenzione però: non è nostra intenzione dileggiare gli esiti di questi "album di svolta", che in certi casi si sono rivelati ancora validi da un punto artistico e a volte persino baciati dal successo di pubblico. Semmai vorremmo analizzare il modo in cui sono germogliati quei semi che, a nostro avviso, hanno portato a cambiare, per sempre, il destino di certe band: the beginning of the end

Celtic Frost - “Cold Lake” (1988)

Metallica - “Metallica” (1991)

Megadeth - “Countdown to Extinction” (1992)

Kreator - “Renewal” (1992)

Anthrax - “Sound of White Noise” (1993)

Motley Crue - “Motley Crue” (1994)

Testament - “Low” (1994)

Danzig - “Blackacidevil” (1996)

Queensryche - “Here in the Now Frontier” (1997)

Judas Priest - "Jugulator" (1997)