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06 apr 2016

REVISIONISMO STORICO: 1992-1999, LA TRILOGIA SPERIMENTALE DEI KREATOR


Pleasure to Kill” ed “Extreme Aggression” sono opere che da sole basterebbero per scolpire in caratteri cubitali la parola Kreator nella storia del metal. Ma Mille Petrozza non è certo uno che si è accontentato di sfornare un paio di capolavori e dormire sugli allori per il resto della sua carriera.

Ci dispiace per gli estimatori dei Sodom (che tanto ci stanno simpatici per la filosofia cazzereccia fatta di birra e sesso con bambole gonfiabili), ma Petrozza è di tutt’altra pasta. Come pochi altri nel metal (mi viene in mente un Chuck Schuldiner), egli può vantare ben due status: da un lato è stato un artista seminale capace di codificare stilemi, dall’altro è stato un autore che ha saputo dare forma alle proprie visioni artistiche, distaccandosi dal profilo con cui si era originariamente affermato. Ed è proprio questo “secondo” Mille Petrozza che oggi andremo a trattare, anzi a rivalutare. Su Wikipedia, infatti, il periodo 1992-2000 è indicato come quello del “declino”. Forse commerciale, aggiungiamo noi, ma non sicuramente artistico…


I Kreator giungevano nell’anno 1990 al loro quinto album, “Coma of Souls”, con la consapevolezza di non essere i più forti di tutti. All’inizio degli anni ottanta avevano gettato, insieme ad altri pionieri del thrash metal, le basi per lo sviluppo del metal estremo (death, black ecc.), ma ben presto il loro primato, quanto a velocità ed efferatezza, fu superato proprio da quelle nuove frange di musicisti che a loro di ispiravano (death e grind si stavano sviluppando in maniera prodigiosa verso la fine degli anni ottanta). Petrozza ne era pienamente consapevole, tanto che decise di dare una svolta melodica al proprio sound, decidendo di rallentare e comporre brani che presentassero maggiori variazioni. Eppure “Coma of Souls” era un album ibrido, che si fa ricordare per classici come “People of the Lie” e “Terror Zone” (tutt’oggi riproposte dal vivo), ma che nel complesso mostrava indecisione ed inadeguatezza innanzi al Nuovo che avanzava.

E così nel 1992 i Kreator si presentarono sul mercato discografico con “Renewal”, opera di rottura che purtroppo non raccolse il successo che avrebbe meritato. Contrariamente alla stragrande maggioranza degli esponenti della vecchia scuola del thrash, Petrozza non decise di isolarsi in un autismo stilistico che guardasse solo ed esclusivamente al passato, bensì di prendere il toro per le corna ed immergersi a capofitto nel caos della contemporaneità (tre anni prima era caduto il muro di Berlino e nuovi scenari, in Germania ed in Europa, iniziavano a profilarsi). “Renewal”, che significa “rinnovamento”, è un album irrequieto, portatore di fosche visioni di un’Europa in bilico fra passato a futuro, sospesa fra totalitarismi che crollano e nuovi totalitarismi, più subdoli ed insidiosi, che emergono minacciosamente.

Da un lato la violenza del thrash, dall’altro quelle contaminazioni industriali che varranno a Mille Petrozza la palma di merdallaro dell’anno, ma che sono indispensabili per contestualizzare il nuovo Kreator-pensiero: una riflessione sul potere dei sistemi di comunicazione e sulla manipolazione delle menti. Se non possiamo definire “Renewal” un album sperimentale in senso stretto, essendo in esso ancora forte la componente più classicamente thrash (si guardi all’impetuosa openerWinter of Martyrium”), la volontà di discostarsi dagli stilemi tipici del genere è netta: vuoi per il piglio modernista fatto di ritmi martellanti, chitarre ossessive ed atmosfere alienanti, vuoi per l’adozione di soluzioni effettivamente inedite (ne è un esempio lampante la strumentale “Realitatskontrolle”, basata interamente su campionamenti industriali). La voce di Petrozza non è più un rantolo malefico, ma diviene grido di disperazione e fragilità insieme, monito dardeggiante schiacciato fra pessimismo ed utopia. Ed è qui che in sostanza Mille dismette i panni del thrasher incallito per elevarsi a cantautore: la sua musica non è più violenza fine a se stessa che si riferisce ad uno scenario orrorifico e fantastico, ma va ad inserirsi nel mondo circostante ed acquisisce le sfumature di una visione artistica personale, generazionale, sociale, storica.

Nonostante lo scarso successo in termini di vendite, Petrozza dimostrerà una grande attaccamento per quest’opera, continuando a portare sul palco la drammatica ed intensa title-track e l’anthemicaEurope After the Rain”. Egli non rinnegherà mai quelle sperimentazioni, nutrendo semmai delle perplessità nei riguardi del mixaggio, giudicato infelice (ed in effetti la batteria suonava troppo secca ed in evidenza rispetto al resto, mentre le chitarre, incolori quelle ritmiche, inconsistenti quelle soliste, non erano state valorizzate a dovere).

Questo insuccesso comportò una battuta d’arresto nel percorso evolutivo dei Nostri: “Cause for Conflict”, del 1995, ripescava l’approccio diretto e violento dei primi album, ovviamente in una veste al passo con i tempi che non rinnegava completamente le atmosfere dell’album precedente. Sull’onda di quanto combinato in quel periodo dagli Slayer (che l’anno prima se ne erano usciti con il tiratissimo “Divine Intervention”), “Cause for Conflict” era un album veloce e dalle forti influenze hardcore (coverizzati fra le altre cose gli italianissimi Raw Power!), che tuttavia non rendeva giustizia alla genialità compositiva di Petrozza, costretto a percorre con poca convinzione sentieri che non sentiva più suoi. Album dunque assolutamente non memorabile, complice anche una line-up poco coesa nella quale veniva a mancare la vitalità del batterista storico Jurgen “Ventor” Reil, rimpiazzato dal tecnicissimo Joe Cangelosi (direttamente dalle fila dei grandi Whiplash), uno che non si peritava certo a tenere il piede ben premuto sull’acceleratore.

Ho sempre visto “Cause for Conflict” come un incidente di percorso, visto che dal successivo “Outcast” (anno 1997) i Kreator riprenderanno il discorso avviato con “Renewal”. Il nuovo album, anzitutto, vede alla sua base un team maggiormente affiatato, con il ritorno dietro alle pelli di Ventor (un’ondata di entusiasmo ed energia, come sosterrà lo stesso Petrozza) e l’ingresso di un certo signore di nome Tommy Vetterli, ascia formidabile dei dissolti Coroner. Quanto ai contenuti, l’album si compone di brani brevi ma incisivi, imponendosi come il figlio diretto del tanto bistrattato “Renewal”, del quale costituirà una versione riveduta e corretta. In "Outcast", a metà strada fra epico thrashcore ed industrial sound, tutto finalmente torna, a partire dai suoni tondi e potenti. E' un’opera oscura, "Outcast", scandita da tempi medi e pervasa da sentori sabbathiani (si veda la bellissima opener, nonché singolo apripista, “Leave this World Behind”), frutto di una visione ferocemente critica nei confronti dell'esistente. Anche se poi, a guardar bene, fra una piaga e l'altra finisce per prevalere un messaggio di riscossa, come se, in fondo al tunnel, Petrozza intravedesse una luce. Vetterli entrerà in formazione ad album praticamente finito, pertanto il suo contributo sarà marginale: potremo tuttavia riconoscere la sua mano in certi fraseggi melodici che riportano alla mente "tocchi di Coroner", in particolare quelli del capolavoro “Grin”. Peccato solo che tredici pezzi siano tanti e che Petrozza non sempre sappia azzeccare il ritornello giusto, laddove le tracce si muovono su schemi lineari basati proprio sull’alternanza fra strofa e ritornello.

“Renewal”, “Outcast” e poi “Endorama”: l’album più sconvolgente mai partorito dai Kreator. Forti di una formazione oramai rodata, i teutonici decidono di spingersi ulteriormente avanti nella loro ricerca esistenziale, pervenendo ai territori del gothic metal tour court, medium ideale per esprimere il cinismo e lo sconforto che oramai ammantano la visione di Petrozza. Dalla critica dell'Esistente alla distopia, potremmo dire: è questo l'ulteriore passo nel baratro che compiono i Kreator. Del resto correva l’anno 1999 e la fine del mondo era alle porte: non è dunque un caso che ne venga fuori un’opera dai toni apocalittici e dalle forti venature dark. Giusto all’uopo, il buon Mille trova la collaborazione vincente con un insospettabile collega: niente meno che Tilo Wolff, leader dei melodrammatici Lacrimosa. Egli presterà la sua ugola dolente nella title-track e curerà le orchestrazioni in un paio di frangenti, donando al thrash cupo dei Kreator un’inedita aura decadente.

Ne esce un sound che a tratti ricorda i Paradise Lost della loro fase mediana, sebbene la personalità di Mille Petrozza si erga forte e chiara per tutta la durata del platter. Vetterli, dal canto suo, inciderà maggiormente rispetto al passato, evocando in maniera ancora più pressante i suoi Coroner. L’album, a scapito del mood malinconico, sa offrire un ampio spettro di sonorità: dal metal anthemico di “Golden Age” (l’unico brano a persistere nelle scalette dei concerti), all’improbabile goth-rock di “Chosen Few” (con video altrettanto improbabile!), dagli scenari doom-gothic di “Everlasting Flame” ai classicismi espressi nella cavalcante e metallica “Soul Eraser”.

Un album vario e ben bilanciato nei suoi elementi, sebbene a tratti si abbia l’impressione che la band abbia fatto il passo più lungo della gamba: Petrozza non è infatti sempre a suo agio nell’utilizzo di vocalità pulite (al di là dei limiti intrinseci di uno che ha sempre urlato, la stecca è sempre dietro l’angolo) ed anche l’impiego di strumenti insoliti come il pianoforte e le tastiere non sembra sempre collimare con le attitudini di una band che suona pur sempre thrash e tutt’al più ha saputo, in passato, sperimentare in direzione industrial. Definirlo un flop sarebbe tuttavia esagerato: personalmente ho apprezzato la svolta, ma è anche vero che non tutti la pensano al medesimo modo. L’episodio non avrà dunque strascichi sugli sviluppi futuri della carriera della band, che presto tornerà all’ovile di un thrash più canonico (ma non totalmente dimentico delle esplorazioni degli anni precedenti). Nel 2001 uscirà “Violent Revolution”, primo di una serie di album che riporterà Petrozza & compagni entro i binari di un thrash d'assalto, riottoso, liricamente votato al sovvertimento dell'establishment, come se le speranze per un cambiamento concreto di colpo riemergessero e finissero con il coincidere con la violenza e la ribellione (per la cronaca: oramai orfani del talento visionario di Vetterli, i Kreator si affideranno alle prodezze dell’enfant prodige Sami Yli-Sirnio, giovanissimo chitarrista finlandese dallo stile più classico e tributario delle lezioni del grande Chuck Schuldiner).

Se dunque i Kreator non passeranno alla storia per opere come “Renewal”, “Outcast” ed “Endorama”, quel trittico di album rimane un bell’esempio di come si possa evolvere in modo credibile, senza rinnegare la propria identità. Tornando ai quesiti che ci ponevamo qualche giorno fa, ossia quale può essere il segreto della longevità per una band metal che attraversa tre decenni, una risposta (non l’unica) possiamo trovarla proprio nell’excursus artistico di Mille Petrozza e i suoi Kreator. Nel suo caso la ricetta è stata la seguente: scrivere un pugno di album da consegnare alla storia, quegli album che riescono solo quando si è giovani e con il fuoco dentro. Una volta consolidato il proprio status, non fermarsi ma assecondare le proprie pulsioni, anche se quelle pulsioni vanno nella direzione opposta a quel cammino che ci aveva distinto da mille altri. In questo snodo è spesso importante che al comando della nave vi sia un solo capitano (spesso la band che nascono e crescono come collettivi rischiano di impantanarsi nel compromesso dei mille rivoli che si diramano dalle energie creative di più elementi). E questo capitano è bene che si contorni di gregari affidabili, vedi un fido compagno di avventura come Ventor, o dei battitori liberi come Vetterli, Wolff e Yli-Sirnio in grado di portare linfa vitale e nuovi spunti ad una visione artistica consolidata.

E quando l’energia creatrice inizia a scemare, garantirsi una decorosa prosecuzione di carriera con il mestiere, con l’esperienza, con album ben centellinati nel tempo, che da un lato sappiano far convergere quel mix di elementi che sono stati i tratti vincenti di un percorso artistico virtuoso, e che dall’altro siano in grado di carpire la scintilla d’ispirazione che può ancora animare le vecchiaia dei più grandi. E i Kreator lo sono.