"Parlare di Musica è come ballare di architettura" Frank Zappa

01 nov 2015

BLIND GUARDIAN: “AND THEN THERE WAS SILENCE”




I MIGLIORI DIECI BRANI “LUNGHI” DEL METAL CLASSICO
7° CLASSIFICATO: “AND THEN THERE WAS SILENCE” (BLIND GUARDIAN)

C'è un uomo che si accascia esausto sul ripiano della toeletta del suo camerino. I suoni ovattati di un'orchestra echeggiano ancora al di là della porta, poi tutto si ferma ed esplodono gli applausi del pubblico in delirio. L'uomo, incurante, si sfila dalla testa la lunga parrucca bionda e la posa accuratamente innanzi a sé. Si mette le mani fra i capelli unti, fissando con gli occhi vacui la sua immagine riflessa allo specchio. Si chiede cosa sia andato storto, si guarda le dita fasciate di anelli, il mascara colato sugli occhi: si sente perduto. Quell'uomo è Hansi Kursch.

Anno 2002: esce “A Night at the Opera”, un vero spartiacque nella carriera dei Bardi di Krefeld. I Blind Guardian prima di quell’album furono una band straordinaria da cui aspettarsi ogni volta qualcosa di sensazionale. Dopo quell’album, essi divennero degli artisti onesti da cui attendersi niente più che il consueto buon disco. Come ultima traccia di quell’album troviamo la lunghissima “And Then There Was Silence” (dalla durata mastodontica di 14:05): il pezzo più controverso dell’album più controverso di Kursch & soci. Continua così la nostra panoramica sui migliori brani lunghi nel metal.

Nel documentarmi per scrivere questo post ho passato in rassegna le maggiori testate metal online e ho constatato con stupore il divario di opinioni che ha suscitato “And Then There Was Silence”, giudicata da molti come una prova superlativa e da altri come un episodio poco convincente. A chi dare retta? Sostenitori o detrattori? Capolavoro assoluto o fuoco fatuo?

Un punto fermo è che la carriera dei Blind Guardian, dalle origini fino a “Nightfall in Middle-Earth” (come descritto qui anche dal nostro blog), è stato un percorso in crescendo. Certo, vi sarà chi avrà preferito la ruvida genuinità di un “Somewhere Far Beyond” e chi l’equilibrio formale del solido “Imaginations from the Other Side”, ma ciò non toglie che “Nightfall in the Middle-Earth” sia un’opera grandiosa da tutti i punti di vista. Forse un po’ manierista, sicuramente leziosa nel troppo indugiare sui ricami rispetto alla “polpa”, che comunque c’era. Si sentiva che i Blind erano alle ultime cartucce, ma lo slancio e la convinzione erano tali che l’effetto ottico funzionò alla grande e noi tutti (tranne qualche irriducibile purista) fummo contenti di cadere preda dell’incantesimo dei quattro Bardi.

Cosa che non si può dire del successivo “A Night at the Opera”, che secondo il parere di tutti tirò troppo la corda sul fronte dei fronzoli. Va bene tutto, ma la pomposità, la spinta operistica, la complessità orchestrale divennero un corpo troppo ingombrante che occupò impunemente lo spazio che fino ad allora era stato riservato ad un ospite d’onore nella musica dei Blind Guardian: il cuore. Quel cuore verace, renano, che già abbiamo avuto modo di incontrare anche qui su Metal Mirror.

Per questo all’inizio di questo nostro scritto ci siamo dilettati a dipingere il povero Kursch come un uomo perduto, prigioniero di un’evoluzione che lo ha portato via dalla sua natura. Kursch è una persona semplice e fondamentalmente buona. Se mi trovassi un giorno nella vera merda, sdraiato e sanguinante sull’asfalto, vorrei che a raccattarmi fosse proprio il buon Kursch con la tutina celeste della Misericordia. Kursch, uno che probabilmente ogni tre mesi prende il giovedì libero per andare a donare il sangue. Uno che il sabato mattina se ne va al canile a fare volontariato. Uno che, infine, mi commuoverei, il giorno del mio matrimonio, vedermelo di fianco al posto del testimone, impacciato ed impettito nel completo troppo stretto. Riascoltare, come esercizio mentale, “The Bard’s Song: In the Forest” (poco più di tre minuti in cui la sola chitarra acustica accompagnava la raucedine del buon Hansi), ci dà il senso della misura: quanto cuore, quanto sentimento in quei tre minuti. E che vuoto, che immenso vuoto, dietro ai quattordici di “And Then There Was Silence”.

Nel metal il “pezzo lungo” spesso è la carta “da ultima spiaggia” che viene giocata quando una band inizia ad accusare il primo calo di ispirazione. Della serie: Avemo dato er mejo, tutto quello che potevamo fa’ l’’amo fatto, e mo’ che ce ‘nventamo? Famo un pezzo lungo, no? Se ci pensate questo ragionamento è un vero controsenso: concepire, scrivere e realizzare un brano di estesa durata è una sfida più tosta della normale canzone. Andrebbe dunque compiuta, questa impresa, al top dell’ispirazione (come appunto fecero i Rush, che raggiunsero successo e consacrazione proprio con “2112”), non quando si è oramai stanchi e con il fiato corto. Eppure nel metal (ma quanto voglio bene al metal!) questo capita molto spesso. L’abbiamo visto anche con i Manowar.

“And Then There Was Silence”, come se non bastasse, è una lunga canzone che arriva alla fine di un lungo album (settanta minuti la sua durata complessiva!). Li capisco, eccome se li capisco, coloro che dicono di trovarla prolissa e pretenziosa: ascoltarla dopo essersi sorbiti tutto l’album è come vedere un film di Tarkovskij dopo una maratona dedicata ad Antonioni. Bello, bellissimo, ma che due coglioni…

Il nostro dovere è però andare oltre le facili conclusioni. Pertanto ci sentiamo di affermare che tagliata fuori dal suo contesto “And Then There Was Silence” (che fra l’altro è uscita autonomamente come singolo, e forse proprio questa è la dimensione ideale per poterla apprezzare appieno) è veramente una grande canzone. Continuo ad utilizzare il termine canzone non del tutto impropriamente, dato che la traccia, nella sua complessità, mantiene con le unghie e con i denti uno schema con ritornello, se ovviamente vogliamo chiudere gli occhi innanzi a tutte le guarnizioni che stanno intorno a questi elementi tipici del formato strafo/ritornello. La complessità del brano non sta quindi nella sua strutturazione (non è una suite), bensì nella sua stratificazione. Chi era rimasto perplesso innanzi alle sfarzose architetture sonore che avevano dato corpo a “Nightfall in Middle-Earth” sicuramente non gioirà innanzi alla boriosità di questo brano. Esso non vive infatti di un vero e proprio climax (cosa che potremmo del resto aspettarci da una band che intitola il proprio album Una Notte all’Opera), ma suona alquanto piatto, appesantito in ogni sua mossa da strati e strati ed ancora strati di cori ed orchestrazioni che vanno a seppellire l’impianto metal, parecchio elaborato anch’esso.

Esiste in letteratura una corrente che si chiama realismo isterico, che vede fra le sue caratteristiche principali la lunghezza dello scritto e frequenti digressioni su aspetti secondari rispetto alla storia principale, che c'è, ma che viene a ricoprire un ruolo secondario (per chi fosse interessato, gli autori di riferimento sono Don DeLillo, Thomas Pynchon, David Foster Wallace e Jonathan Franzen). Conoscendo il suo amore per il fantasy, escludo che il buon Kursch sia un fan degli scrittori sopra citati, ma il modo in cui lui e la sua banda hanno costruito il brano in questione è molto simile a quanto descritto dalla penna di un Pynchon o di un Wallace.

I Blind Guardian non hanno velleità progressive né concettuali, ma operano per accumulo di elementi. Lo stesso concept lirico procede buttando parole a palate, tanto che, ad uno sguardo distratto, non è ben chiaro cosa in esso si voglia argomentare: si va sicuramente a parare dalle parti dell'Eneide e dell'Iliade, sono infatti tirate in ballo sia Roma che Troia, anche se non si capisce bene con che logica (pare in realtà che una logica vi sia e che il brano parli degli ultimi giorni di Troia secondo la profezia di Cassandra). Se questo è il tema trattato, fa comunque sorridere il perseverare della band su certe atmosfere crucco-fantasy ed in particolare sui cori da Oktoberfest (che per esempio imperversano poco dopo lo scoccar del decimo minuto). E' chiaro che elementi del genere sono talmente radicati nel DNA dei tedeschi che non ci stupiamo a ritrovarceli un po’ ovunque, ma concedete che sia almeno lecito sorridere al pensiero di parlare di mitologia greco-romana in questi termini.

Mi permetto di citare Vittorio Sgarbi che una volta osò descrivere Mike Bongiorno come un salame: “Ovunque lo tagli, è uguale”. Così ci sembra il brano dei Blind Guardian, che parte con orchestrazioni a tutta gargana e così si trascina fino alla fine. No, per quanto i Blind Guardian guardino ai Queen, “And Then There Was Silence” non è la loro “Bohemian Rhapsody”: quello sì che era un brano ben strutturato, equilibrato, che nei suoi sei minuti mostrava un senso compiuto, nascendo come ballad, accelerando, sfoggiando poi il leggendario intermezzo operistico, esplodendo con le schitarratone di May ed infine tornando ballad per chiudere il cerchio. No, qui tutto è affogato in un miliardo di cambi di tempo, riff, armonie, saliscendi continui. Il momento di calma orchestrale registrato al terzo minuto (ottima, in quel frangente, l’interpretazione ricca di pathos di Kursch) è dunque solamente un falso allarme.

Tutti esprimono il massimo in ogni singolo passaggio e c’è da dire che l’ensemble tecnicamente si muove a livelli altissimi. Kursch perde il suo proverbiale ruggito e si sforza come un dannato di risultare intonato, spesso sovra-incidendosi ed allestendo cori polifonici. Le lezioni di canto si fanno sentire ed a tratti sa convincere anche in questa raffinata veste. André Olbrich e Marcus Siepen continuano a tessere la loro intricata matassa chitarristica, in cui ritmiche e linee melodiche si confondono continuamente (si avvista comunque una specie di assolo al nono minuto!). Da applausi, infine, la prestazione dietro alle pelli di Thomas “Thomen” Stauch, indubbiamente uno dei migliori nel suo campo: sarà un peccato perderlo proprio al termine delle registrazioni di “A Night at the Opera”, d’altra parte non fatichiamo ad immaginarci la scena in cui il buon batterista saluta i suoi ex compagni e se ne va (“a rega',, me so rotto li cojoni, andatevela a pià ner culo voi e l'opera!”).

Proprio con la figura del buon Stauch che, zaino in spalla, si avvia lungo il viale che riporta all'heavy metal (tornerà all'ovile di un power canonico con i Savage Circus), concludiamo la nostra storia: il paradosso dei Blind Guardian è che hanno incarnato per un periodo il miglior metal possibile, ma, avendo probabilmente venduto l'anima al Diavolo, hanno poi dovuto scontare il prezzo del successo snaturandosi e rimanendo schiacciati sotto il peso delle proprie ambizioni.

In quanto estimatori del metal più genuino ed emozionante, noi di Metal Mirror ci sentiamo di affermare che sono probabilmente più pregni di significato i tre minuti di “The Bard's Song” che il quasi quarto d'ora di questo brano, che, a voler essere cattivi, potremmo descrivere come un sontuoso involucro senza cuore. Ma nonostante questo “And Then There Was Silence” rimane un monumento musicale senza eguali, testimone di un metal che, almeno da un punto di vista formale, si eleva ad altitudini inusitate: un’impresa di sicuro non alla portata di tutti. E per questo, che vi piaccia o meno, “And Then There Was Silence” diviene degna di presenziare nella nostra classifica.