"Parlare di Musica è come ballare di architettura" Frank Zappa

03 lug 2017

ANALISI DI UNA CADUTA: TIAMAT, "GLI ANNI DELLA MERDA"



Niente revisionismi storici questa volta: la carriera dei Tiamat, ridendo e scherzando, conta ad oggi dieci album, di cui una buona metà (la seconda, per l'esattezza) è da considerare tutt'altro che imprescindibile, per la storia del gothic metal come per i fan più accaniti della band svedese.



I primi cinque capitoli della saga hanno testimoniato una prodigiosa ascesa che ha visto i Nostri (ed in particolare il loro deus ex machina Johan Edlund) rivestire in modo vincente il ruolo dei grandi pionieri: i Tiamat, prima di tutti gli altri, seppero infatti traghettare il loro ruvido death/black delle origini al di fuori dei cancelli del Reame del Metallo, passando, di album in album, attraverso forme sempre più raffinate di gothic metal, dove la psichedelia pinkfloydiana aveva recitato una parte fondamentale. Nessuno era "avanti" come i Tiamat negli anni novanta, nemmeno i Paradise Lost, a cui va riconosciuta la paternità di certe sonorità.

Poi il brusco arresto, il niente improvviso, la caduta verticale: un insensato appiattimento verso soluzioni banalmente goth-rock e cinque album che si riveleranno essere una sequela di maldestri tentativi di riabilitare un nome brutalmente infangato. In questi cinque lavori la missione artistica dei Tiamat non ha saputo trovare un equilibrio soddisfacente fra triviali tentazioni da mezza classifica e il recupero, più o meno sincero, di quelle sonorità che avevano caratterizzato il periodo d'oro della band: una sequela di urticanti salti indietro e in avanti volti a sedurre ora fasce di nuovi ammiratori, ora i fan della prima ora. Ma al di là del reale successo e dei benefici economici portati da queste manovre (aspetti che peraltro ci interessano poco), vi è un fondamentale dato di fatto da rilevare: Johan Edlund ha smarrito la bacchetta magica!

Senza rinnegare la grandezza di una band che ha saputo rivoluzionare l'universo del gothic metal, ci addentreremo così nei tristi corridoi di questa tragica seconda metà di carriera, che, senza pudore, abbiamo ribattezzato "gli Anni della Merda".

"Skeleton Skeletron" (1999)

Già il titolo ad alto tasso di demenza (che seguiva invece una serie di titoli azzeccati come "The Astral Sleep", "Clouds", "Wildhoney", "A Deeper Kind of Slumber") è eloquente nell'introdurre i contenuti mediocri di questo sesto full-lenght e primo passo falso di una carriera che non aveva ammesso inciampi fino a quel momento. Non è da meno la copertina, la quale abbandona la magia di forme e colori che aveva caratterizzato quelle precedenti, per ritrarre in rinnovata veste "dark" i tre componenti del gruppo (ricordiamo che nel frattempo i Tiamat si erano riconvertiti in un power-trio, con Edlund factotum e i fidi Anders Iwers e Lars Skold rispettivamente a basso e batteria). Nonostante questi segnali assai chiari, il fan si getterà con grandi speranze nell'ascolto, aspettandosi il degno seguito di un capolavoro quale era stato "A Deeper Kind of Slumber". L'album invece si rivelerà, almeno ad un primo impatto, un'esperienza agghiacciante, anche per coloro che avevano auspicato un ritorno al metal. Brani catchy, diretti, semplici, che fanno il verso in modo imbarazzante ai Sisters of Mercy ed alla darkwave ottantiana. La scrittura poco ispirata, la pochezza esecutiva, il vocione monocorde di Edlund fanno il resto e il singolo apripista "Brighter than the Sun", più che trainare il tutto, diviene il triste prototipo di quello che i Tiamat sono divenuti e vorranno essere in futuro (e pensare che qualche miope scribacchino ben accolse il brano, visto come un gradito ritorno al metal dopo la svolta "cantautoriale" dell'album precedente). Ma non bisognerà solamente dire addio a brani-capolavoro come "Gaia" e "Whatever That Hurts", bensì prendere atto che la musica degli svedesi non sarà più un unico magico flusso (dove i brani erano un tempo concatenati fra loro), ma una manciata di canzonette, a tratti persino mal assortite. Lì per lì una tremenda doccia fredda; con il senno di poi, ed alla luce di quello che verrà dopo, v'è da riconoscere che qua e là sopravvivono tracce dell'antica ispirazione, guarda caso appena i Nostri smettono di "rockeggiare". E' il caso di "To Have and Have not" (ballata che non avrebbe sfigurato in "A Deeper Kind of Slumber"), "Best Friends Money Can Buy" (gradito "notturno" à la Nick Cave) e l'apocalittica conclusione affidata a “Lucy" (unico episodio davvero degno dei fasti del passato).
Voto: 5

Breve parentesi: nel 2001 esce "This Dollar Saved my Life at Whitehorse" (un titolo, un programma!) dei LucyFire, progetto solista di Edlund. Qui il nostro gotico depilato riesce a fare anche di peggio, volgendo lo sguardo oltre oceano e dandosi totalmente al verbo del rock scanzonato (non ci verrà nemmeno risparmiata una cover degli ZZ Top...): cresciuto a pane e Pink Floyd, Edlund sembra aver scoperto il rock'n'roll a trent'anni…complimenti! La speranza all'epoca era che quest'album costituisse una sana valvola di sfogo affinché il Nostro tornasse con la band madre sulla retta via dell'introspezione, ma niente: come vedremo, egli continuerà a perseverare nell'errore. L'unica spiegazione possibile, a questo punto, è che qualche tipa abbia succhiato talmente bene l'uccello ad Edlund da far sì che egli si montasse la testa e si pensasse come una rock star dotata di sex appeal e dal forte potenziale commerciale...

"Judas Christ" (2002)

Altro titolo del cazzo, altra copertina inguardabile, stesso andazzo di "Skeleton Skeletron". Questa nuova uscita, tuttavia, godette di un vantaggio non da poco rispetto all'album precedente: quello che nel frattempo le aspettative erano drasticamente crollate. Diviso in quattro parti, l'album dà la parvenza, almeno a livello formale, di voler ripristinare quell'idea di concept-album che aveva animato i capolavori del passato; la band, inoltre, sembra più rodata e a suo agio con le nuove sonorità, tanto che in un primo momento si ha l'impressione che le cose vadano meglio. Ma sarà l'impressione di un attimo, perché ben pochi dei dodici brani qui presenti supereranno la prova del tempo. L'opener "The Return of the Son of Nothing" aveva fatto ben sperare, riproponendo chitarre doomish e recuperando quello spirito visionario che aveva soffiato entro le migliori composizioni dei Tiamat. Il resto, tuttavia, si assesterà sugli stilemi di un goth-rock assai derivativo, dove i fantasmi del rock settantiano e persino del country (eredità nefasta dell’esperienza LucyFire) iniziano a far capolino in modo inquietante. Fra questi solchi potremmo salvare (ad essere buoni) il singolo "Vote for Love" (dall'indiscutibile appeal radiofonico) e la ballata "Love is as Good as Soma", che, senza lontanamente vedere le vette del passato, ha perlomeno il pregio di liberarci per un attimo da quella formula "mordi-e-fuggi" di cui oramai la band sta abusando senza quell'acume commerciale che in certi casi diviene indispensabile. Ma il problema non sta solo nella penna poco ispirata di Edlund, bensì in un ensemble di musicisti mediocri che, nonostante una produzione e dei suoni maggiormente focalizzati che in passato, sembra non voler andar oltre il classico compitino: fiacca la sezione ritmica, ininfluente l'apporto del redivivo chitarrista solista Thomas Petersson, che a fasi alterne aveva collaborato ed avrebbe continuato a collaborare con la band senza mai determinarne il corso artistico, che si sa, nel bene e nel male rimane appannaggio esclusivo del solo Edlund.

Voto:5,5

"Prey" (2003)

Annunciato con gioia come un ritorno al glorioso passato, "Prey" segna senz'altro una lieve ripresa rispetto agli episodi appena precedenti, ma certifica il precario stato di salute della band, la quale si mostra in visibile difficoltà tattica, nel tentativo di aggiustare il tiro, senza però saper tornare a quei livelli che ne avevano decretato il carattere vincente nel corso degli anni novanta. Già il canto degli uccellini vorrebbe richiamare il capolavoro "Wildhoney", ma le fattezze della pur buona opener "Cain" ci fanno subito capire che in realtà i "nuovi" Tiamat non sono poi così diversi da quelli dei due album precedenti. La prima parte dell'album non è affatto male, inanellando esso una serie di brani riusciti, come la ballata "Wings of Heaven", il gothic rock seducente di "Love in Chains" e soprattutto il gioiello "Divided", che potremmo definire il momento più alto della recente produzione discografica della band: una gothic song che si fregia di riff di chitarra ispirati, avvolgenti tastiere, un pizzico di elettronica e suadenti voci femminili (per non farsi mancare nulla). La successiva "Carry Your Cross and I'll Carry Mine", ancora illuminata da una voce femminile, aveva fatto quasi presagire che qualcosa in effetti fosse cambiato (in meglio), ma poi, purtroppo, improvvisamente l'album si spegne, ripiegando su una serie di brani assai poco convincenti che dimostrano quanto siano poveri i Tiamat appena inizia a latitare l'estro di Edlund: passo fiacco, soluzioni e melodie già sentite mille volte e ritornelli poco incisivi vanno così ad affossare quello che poteva essere l'album della rinascita. Peccato.

Voto: 6,5

"Amanethes" (2008)

La band è in piena crisi identitaria: lo dimostra la decisione infelice di tornare al metal estremo delle origini. La doppia-cassa e il growl rispolverato del brano iniziale "The Temple of the Crescent Moon" sono a dir poco frustranti, ma mai quanto l'incipit black (con tanto di riff sfrigolante e blast-beat) della successiva "Equinox of the Gods", che addirittura ci riporta alle sonorità dell'esordio "Sumerian Cry". Quel che è peggio, tuttavia, è che "Amanethes" non è un ispirato ritorno alle sonorità gothic-death del passato (cosa che fra l'altro non era auspicata neppure da molti), ma un pastrocchio eterogeneo che, in modo disordinato, cerca di dare un colpo al cerchio ed uno alla botte, in un contesto di pochezza di idee disarmante (già, nel frattempo i Nostri erano tornati in tre, facendo a meno di un chitarrista solista che potesse fare la differenza almeno in qualche passaggio). Non viene dunque disconosciuta la svolta dark-wave intrapresa nel decennio precedente e neppure si rinuncia a certe sonorità country-rock che oramai sembrano essere divenute un ingrediente imprescindibile della ricetta dei "nuovi Tiamat". Spicca, in tal senso, la pessima "Meliae", punta di diamante di una sequela di scelte infelici, quando è chiaro a tutti che i Tiamat vincono quando puntano sull'atmosfera. Su questo fronte non mancheranno momenti pregevoli come il gioiello "Will They Come", che ci riconsegna un Edlund cantautore, la cui voce roca questa volta va ad impreziosire una ballata in stile Tom Waits: una via decisamente interessante che poteva essere percorsa e sviluppata, ma che invece va a costituire solo una delle tante anime di questi Tiamat che sembrano aver smarrito definitivamente la bussola. "Misantropolis", che si muove più o meno sulle stesse coordinate, e l'onirica "Cricles", con tanto di ricami di voce femminile, sono di fatto la dimostrazione lampante che ad Edlund la cosa che riesce meglio è essere se stesso. Peccato che sia l'unico a non averlo capito...

Voto: 4,5

"The Scarred People" (2012) L'ultimo (ad oggi) parto discografico dei Tiamat aggiusta nuovamente il tiro, scrollandosi di dosso ancora una volta la scorza estrema e ritrovando una dimensione confortevole nel solito gothic-rock da mezza classifica, via via animato da qualche soluzione pinkfloydiana. Il risultato è un pelino migliore di quanto combinato con il predecessore, un po' perché il sound nel complesso guadagna in omogeneità, un po' per l'innesto del nuovo chitarrista Roger Ojersson, che con i suoi assoli dal gusto gilmouriano va a gettare sale su una pietanza altresì appiattita dalle gesta di musicisti che proprio non ne vogliono sapere di progredire tecnicamente. Quanto all'ispirazione, oramai essa va e viene. La title-track rinnova la tradizione dei singoli ruffiani, sebbene i suoni appaiano fin dall'inizio più duri ed oscuri; qua e là troveremo ancora qualche sparuto screaming a testimoniare l'eredità di un album come "Amanethes". Ma come al solito il meglio lo troviamo quando si allontana il piede dall'acceleratore, ossia nell'accoppiata "Radiant Star"/"The Sun Also Rises", le quali riscoprono il lato più sognante e visionario della band. Da menzionare anche "Love Terrorists", un episodio anomalo che sa mettere insieme parti soft ed un bel ritornello epico che tributa ancora i Sisters of Mercy, ma in modo più convincente del solito. Ahimè, non verremo dispensati dall'ennesima ninnananna western che questa volta porta il nome di "Messinian Letter": uno dei vari cali di tensione che ahimè affossano un album che già di suo si reggeva su un fragile equilibrio fatto di (pochi) brani riusciti e altri senza infamia e senza lode. Questa la triste storia dei Tiamat dal 1999 ad oggi…

Voto: 5

Per concludere, come fatto già con i Metallica, proviamo a tirare giù la scaletta di quello che poteva essere un unico decente album licenziato dai Tiamat nei loro ultimi venti anni di carriera, raccogliendo i migliori momenti di cinque lavori non proprio entusiasmati. Un album che avrebbe potuto chiamarsi "Darkhoney" o anche "A Darker Kind of Slumber":

1) "The Return of the Son of Nothing" (“Judas Christ”)

2) "Wings of Heaven" (“Prey”)

3) Vote for Love (“Judas Christ”)

4) "Radiant Star" (“The Scarred People”)

5) "The Sun Also Rises" (“The Scarred People”)

6) "Divided" (“Prey”)

7) "Will They Come" (“Amanethes”)

8) "Best Friend Money Can Buy" (Skeleton Skeletrons”)

9) "Cain" (“Prey”)

10) "Lucy" (Skeleton Skeletrons”)

Voto: 7