"Parlare di Musica è come ballare di architettura" Frank Zappa

29 lug 2017

PERCHE' NON ME NE FREGA UN CAZZO DI ROGER WATERS E DEGLI U2



Anno di Grazia 2017: Roger Waters rilascia un nuovo album dopo venticinque anni di silenzio discografico, gli U2 riportano sul palco "The Joshua Tree" che quest'anno festeggia trent'anni. Ve lo posso dire? Non me ne frega un cazzo.


Qualche tempo fa si diceva che il metal è morto. A guardare meglio, è il rock in generale ad essere morto. Rock'n'Roll is dead: sebbene sia da una vita che sentiamo ripetere questa filastrocca, il rock non è morto da molto tempo, forse è morto l'anno scorso. Dati alla mano, le più accreditate riviste musicali si sono trovate d’accordo riguardo ai piani alti della classifica dei migliori album del 2016: "Black Star" di David Bowie (morto il 10 gennaio di quell’anno, due giorni dopo l'uscita dell'album, concepito e realizzato nella malattia terminale e dunque nella consapevolezza della morte); "You Want It Darker" di Leonard Cohen (morto il 7 novembre, quando l'album, cantato da un Cohen oramai allettato, era uscito il 21 ottobre); "The Skeleton Tree" di Nick Cave (che elabora il lutto per la morte del figlio, prematuramente scomparso nel luglio dell'anno precedente). Ci sarebbe poi "A Moon Shaped Pool" dei Radiohead, i quali, per quanto non più dei giovinetti, sono vivi e vegeti, ma a parte loro, il trend mi sembra chiaro: la Morte, direttamente o indirettamente, aleggia sul rock. E, considerato lo scarso affacciarsi di nuove leve all'altezza delle vecchie, il problema rimane lo stesso del metal: chi prenderà il posto dei Padri?
Lo abbiamo già detto milioni di volte e non ci dilungheremo ancora: non è un problema artistico, ma culturale e sociologico, con in mezzo lo stravolgimento drastico dell'industria discografica e le abitudini di consumo/fruizione della musica stessa. È quindi inutile sperare nella venuta del Messia, dell'eroe del rock, magari con le fattezze di un Jim Morrison o di un Jimi Hendrix. Ma è anche inutile, a questo punto, sperare semplicemente nelle next big thing, se per esse non si vuole intendere quegli artisti fasulli pompati di estrogeni e validi per una stagione. Anche quest'anno, in tutti campi, dal rock al metal, ci dovremo pertanto "accontentare" di quel sottobosco di artisti di nicchia che oramai costituisce l'ultima oasi di creatività. Ed ovviamente sperare in un inaspettato colpo di reni dei vecchi leoni.
Il ritorno di Roger Waters è una notizia che di certo fa saltare dalla sedia, e non mi riferisco ai soli fan dei Pink Floyd. Di sicuro anche qualche metallaro avrà inarcato il sopracciglio. Queensryche, Voivod, Tiamat, Anathema, Neurosis sono solo pochi nomi pescati fra quella moltitudine di band che hanno saputo adattare gli stilemi pinkfloydiani al verbo del metallo. I Pink Floyd, del resto, sono stati fra le più importanti influenze extra-metal che il metal abbia avuto: l'approccio gilmouriano (più progressivo, maestoso) ha sicuramente spopolato, ma anche la visione watersiana (più concettuale, ermetica) ha esercitato il suo fascino. Duncan Patterson, per esempio, prima con gli Anathema, poi con Antimatter ed Alternative 4, ha saputo trarre importanti lezioni da lavori come "Wish You Were Here", "Animals", "The Wall" e "The Final Cut", quelli più watersiani.
Proprio in questi album si venne a sviluppare quella che poi si sarebbe rivelata la personalità artistica di Waters, che traghettò la musica dei Pink Floyd dalla psichedelia ad una forma algida e sempre più minimale di rock esistenzialista, trasformandoli di fatto in un suo progetto solista. Da qui la scissione con il “rivale” Gilmour, la lotta per il marchio e l'interessante carriera in solitaria che, fra album decisamente riusciti (uno su tutti, il bellissimo "Amused to Death") ed operazioni auto-celebrative (si pensi allo spettacolo su "The Wall") arriva ai nostri giorni con "Is This The Life We Really Want?" dopo un vuoto di un quarto di secolo.
Eventone, no? Abbastanza per parlarne, scrivere pompose recensioni dove magari riportare vaste porzioni di testi, elogiarne (senza convinzione) i contenuti e poi proseguire la nostra vita come se niente fosse successo. Il fatto è che il Nostro se n'è uscito con il disco politico: classica opera pretenziosa e moralista contro il cattivone di turno (Trump) che, fra pacifismo, ambientalismo ed anticapitalismo, si fa portatrice di una visione profondamente pessimista, rischiarata però nel finale da una immancabile luce di speranza.
L'amore ci salverà? Oppure ci farà a pezzi come cantavano i Joy Division? Il fatto è che la sorte dell'umanità ci annoia. Siamo nella merda fino agli occhi e un po' di sana critica/protesta non fa certo male di questi tempi bigi, ma un album esplicito, declamato, musicalmente poco innovativo, infarcito di citazioni al passato dei Pink Floyd, è quanto di più scontato e banale ci potessimo aspettare da Waters nel 2017, il quale non stupisce, non emoziona, e se lo fa, ci riesce perché evoca i suoi illustri trascorsi o perché ci fa sussultare con i suoi acuti da pazzoide. Un artista, dunque, che raccoglie venticinque anni di non-idee e coglie il pretesto di voler avversare la presidenza Trump per dare forza (almeno ideologica) ad una musica che forte non è, risultando così artificiale, costruito, nonché (artisticamente) la parodia di se stesso. Roger, avrei quasi preferito un concept su tuo padre precipitato con l'aereo nella seconda guerra mondiale, perché da un vecchio voglio sincerità, emozioni, intimità, non una impalcatura fatta di luoghi comuni, visioni obsolete e buoni sentimenti!
Beninteso, non vogliamo né essere cinici né tacciare il grande Waters di ipocrisia, opportunismo o mancanza di integrità artistica, visto che è da anni che porta avanti le sue idee con grande coerenza intellettuale. Il fatto è che non crediamo più al rock come fenomeno di lotta, di sensibilizzazione e di aggregazione di collettività. Questo meccanismo ci pare invece superato, soprattutto alla luce della visione del "post-contemporaneo" (??) che hanno dato, a partire dalla seconda metà degli anni novanta, Radiohead, Bjork, Tool (e via di seguito molti altri artisti degli anni zero): un esistenzialismo più penetrante, aggiornato ad un mondo destabilizzato, in continua mutazione e dunque privo più che mai di riferimenti certi. E con una veste musicale che, integrata all’apparato concettuale, assume le forme inafferrabili e sfuggenti, frammentate ed alienanti, di una nuova forma di impegno persa nei labirinti della Rete e dell'interiorità delle monadi che la compongono: un insieme di cose che supera la concezione passatista di un rock libertario, utopico e pregno di edificanti ideali che magari nella dimensione dal vivo trova la catarsi del rito collettivo. Eccoci dunque agli U2 ed al loro The Joshua Tree Tour 2017.
Contrariamente ai Pink Floyd, degli U2 non me ne è mai fregato un cazzo. Lo stesso metal li ha sempre snobbati, ma per motivi diversi: per miopia, liquidandoli come fenomeno commerciale, non riconoscendo ai quattro irlandesi i giusti meriti. Meriti che (tolta l'indubbia capacità di scrivere brani memorabili, che poi non è una loro prerogativa, ma quella di ogni band pop nell'accezione nobile del termine) stanno a mio parere principalmente nella "infinite guitar" di The Edge: sei corde ed effetti che hanno influenzato tutta la new wave e molti altri generi a venire, dalla dark-wave allo shoegaze.
Non esistono gli "U2 del metal" e raramente nel metal ci imbattiamo in momenti in cui ci vien da dire: “Ammazza 'sto passaggio come suona U2!". Un'eccezione potrebbero essere i primi album dei Saviour Machine (altro gruppo da parrocchia, fra l'altro), dove le chitarre sono inequivocabilmente U2 (ascoltare "Carnival of Souls" per capire). Volendo, i Sepultura e i Queensryche hanno fatto entrambi una cover di "Bullet the Blue Sky" (fra l'altro da "The Joshua Tree"). Ma se vogliamo fare un salto d'astrazione, nel chitarrismo di un Gregor Mackintosh c'è molto The Edge, e questo significa che c'è qualcosa degli U2 nei Paradise Lost e quindi, di conseguenza, nell'intero movimento gothic metal, dalle sue origini death-doom alle varie evoluzioni melodiche e catchy. Paradossale il fatto che si parli del genere più romantico e meno impegnato da un punto di vista sociale che ci possa essere!
Ma torniamo a noi. Quest'anno c'era la possibilità di rivedere dal vivo tutto "The Joshua Tree", e c'è persino chi ha avuto da lamentarsi che la magia non è stata più quella di trent'anni fa: ma cosa vi aspettavate? Bono Vox è vent'anni che non ha più la voce! Ma non voglio infierire troppo su una band per cui non tifo. Il fatto è che questo tour suona come l'ennesima celebrazione di poca sostanza in questi anni di inutili celebrazioni, un colpo di defibrillatore per rianimare la salma esanime del rock, con nemmeno tanta energia, visto che, a guardar bene, "The Joshua Tree" non è questo capolavoro imprescindibile: giusto quaranta minuti che scorrono via come un bicchier d'acqua, senza grandi innovazioni stilistiche capaci di stravolgere il corso della Storia del Rock (visto che quello che gli U2 avevano da dire, lo avevano già detto con gli album precedenti).
Se poi mettiamo che i Nostri, per rispettare lo spirito originario dell'album, hanno puntato su una scenografia scarna e ad un impatto scenico contenuto che lasciasse spazio alla musica, il piatto si fa decisamente povero, visto che a questo punto i fuochi di artificio potevano essere davvero l'unico modo per ovviare alle conclamate carenze vocali di Bono e la povertà tecnica di un ensemble che non ha mai puntato su una vera ricerca stilistica (e che, diciamolo, negli ultimi venti anni ha campato di rendita, fra lavori mediocri, se non oggettivamente insignificanti, e la buona novella dei diritti umani).
Niente da togliere all'epicità di una "Where the Streets Have No Name" (a parere di chi scrive la miglior canzone degli U2) o ad una "With or Without You" (paracula quanto volete, ma una ballata che diverrà standard nella discografia dei nostri, ma anche nel rock e nel pop a venire), le quali son canzoni che hanno scritto e scriveranno in tanti dagli anni ottanta in poi. In questo tour io ci vedo solo una parata autocelebrativa di una band alla frutta da molti anni, uno spettacolo che suscita ben poche riflessioni e che sostanzialmente induce ad una domanda di fondo: ma come hanno fatto gli U2 a diventare così famosi?!?
Quanto a me, mi siedo su queste macerie del rock e premo play per tornare a “Filosofem” di Burzum (se proprio voglio ascoltare qualcosa di penetrante su questi nostri giorni bui), attendendo tempi migliori...