"Parlare di Musica è come ballare di architettura" Frank Zappa

05 apr 2015

HANK AMARILLO: MESSIA DELLE EVOLUZIONI MUSICALI O NAUFRAGO DEL METAL ?


Come interpretare le evoluzioni stilistiche di un artista ? La questione sussiste perché chi segue un artista di solito assisterà a viraggi più o meno prevedibili. C'è chi in partenza accetta questa eventualità, e ha il complesso della ristrettezza mentale, per cui non oserebbe mai protestare contro qualsiasi deriva, e ne parlano come “maturità”, o “eclettismo”. Dall'altra parte invece si collocano i cosiddetti “puristi”, così chiamati in senso dispregiativo ma invece orgogliosi di una fedeltà ai canoni di un genere, rispetto a cui non esiste deriva senza tradimento. Tra questi ad esempio l'amico D., che a inizio anni '90 lanciò dalla finestra il vinile del “Black Album” dei Metallica appena acquistato, senza giungere al termine del lato B.
La vexata quaestio è: esiste un modo per distinguere la genuina evoluzione artistica da una semplice deriva motivata da ragioni di lucro, di inaridimento o presunzione creativa ?
Ci rifaremo per questo ad una teoria dei rapporti tra i generi formulata nel saggio di N. Masciandaro riportato nel libro “Black Metal: oltre le tenebre”, integrato e sviluppato dal sottoscritto.


Il black metal è in questo schema rappresentato come uno spasmo creativo estremo, che unisce rabbia creativa e estremizzazione di tutte le caratteristiche di generi già esistenti tesi verso un assoluto sonoro, denominato “vuoto aptico”, una sorta di buco nero posto che attrae. Il vuoto corrisponde contemporaneamente a perfezione sonora e silenzio, e il blast beat è l'espressione della tensione ideale verso il vuoto aptico, dinamico ma perpetuo, che non si compie mai e rimane perennemente espressione di un'insoddisfazione rabbiosa o malinconica. Da una parte collocheremmo il black ferale, bellicoso, e dall'altra il depressive.
Intorno al vuoto, ma in una posizione di stallo, e non di tensione, quindi paludosa e non di ascesa verso l'occhio del ciclone, stanno i generi quali il death e il thrash. Questi generi, per quanto variabili per una serie di possibili invenzioni e contaminazioni, sono destinati ad una involuzione o ripetizione sostanziale. Anche qui ci sono chiaramente territori di passaggio, ma la differenza tra tonalità death e black è come quella tra una consumazione musicale (su un corpo morto) e una ispirazione musicale (che tende alla morte e oltre, come specchio di una ricerca sul senso primo e ultimo delle cose, in una concezione ciclica e perfetta dell'esistenza).
Nel paesaggio musicale quindi c'è una voragine centrale, o montagna a seconda dei gusti, che corrisponde al black, e un territorio pedemontano e pianeggiante paludoso in cui vivono il thrash e il death. Intorno scorre il fiume del metal classico, fiume circolare che può ricollegare i vari sottogeneri, e unire in maniera diretta territori speed e altri doom, epici e cerebrali.

In effetti, non è sbagliato pensare che dal metal e nel metal tutto rifluisca, visto che l'unico “non-tradimento” a priori tra le evoluzioni possibili di uno stile all'interno del metal è il passaggio ad una variante del classico, così come nessuno ha mai bollato come “tradimenti” i passaggi dal classico a varianti più estreme. Esistono poi due linee di evoluzione, di cui una è quella centripeta, verso il vuoto centrale, come quella seguita ad esempio dai gruppi thrash verso il death prima e il black poi, e quella inversa (centrifuga), dei gruppi black che “retrocedono” verso il metal: in questo ultimo caso vi è una sorta di decomposizione della struttura formale raggiunta (black ad esempio) verso una struttura più grezza e polivalente quale quella del metal delle origini, in cui si mischiano epic, punk, speed.

C'è un gruppo che ha seguito questo percorso avanti e indietro, prendendo solo il periodo recente: i Darkthrone. Partono come un gruppo death, ma a quell'epoca in realtà si parlava di thrash, e il death era un genere estremo del thrash che accentuava il macabro e velocizzava sistematicamente i tempi. Una sua variante ulteriore fu il death-doom, che paradossalmente definì la natura del death eliminando l'equivoco della velocità, come emozione di morte spirituale e consumazione materiale senza scopo. Dalla palude death (Soulside Journey) i Darkthrone si mossero poi verso il black, sfornando una serie di album che fondarono il black. Dopo di che, si attua un percorso di semplificazione e decostruzione della forma black verso un territorio più amorfo, embrionale, per poi approdare infine ad una celebrazione necrofilica del metal delle origini. Un metal delle origini fantastorico, perché il metal delle origini partorito dei Darkthrone è in realtà un neonato cresciuto in una placenta black. Mia personale opinione, i primi dischi di questo esperimento non sono convincenti, anche perché si è portati a salvarne la parte ancora “un po' black”. All'inizio non si capisce dove vogliano andare a parare, ammesso che lo sapessero loro, e enigmaticamente la band lascia intendere che la direzione sia una specie di “crosta primordiale” talmente dura e sgradevole dall'essere indigesta ai più. Cosicché tutti, deve aver pensato quel furbone di Fenriz, vorranno essere all'altezza di questa crosta e fingere che sia il massimo dell'estremo. Oppure era in buona fede, chi lo sa. Eppure con l'ultima produzione (The underground resistance) è sorprendente come il neonato Darkthrone stia crescendo come un bambino metal con le caratteristiche del metal di un tempo: ingenuità, impatto diretto, assenza di un preciso orientamento timbrico per la voce, tempi cadenzati ma senza alcun pregiudizio sulla velocità, corposità nelle ritmiche.


Il movimento promosso da Fenriz è quindi una specie di prog rovesciato, laddove il black negli anni ha assunto connotati statici e ripetitivi, marcia indietro tritatutto dal ciglio del vuoto raggiunto col black al flusso continuo del metal di base. Chi vedeva i Darkthrone a suo tempo come un esempio di black metal “e basta” non aveva notato (come me) un dettaglio inquietante: mentre cantava death, Fenriz si faceva ancora chiamare “Hank Amarillo” (nell'arte e nella vita) e si vestiva da cowboy. Il che significa due cose, una è che il personaggio aveva un che di istrionico e trasformistico, per cui nessuno stupore sui successivi viraggi stilistici. La seconda cosa è che, per lo stesso principio, potremmo ritrovarlo tra qualche anno a suonare rap o country sotto il nome Darkthrone, il che vorrebbe dire che tutta questa mia ricostruzione per salvare la deriva retrò dei Darkthrone verrebbe a cadere rovinosamente.

A cura del Dottore