"Parlare di Musica è come ballare di architettura" Frank Zappa

07 apr 2015

SATYRICON: CAMPIONI D'INVERNO!


I MIGLIORI DIECI ALBUM DEL BLACK METAL NORVEGESE
6° CLASSIFICATO: “NEMESIS DIVINA”

Ci approssimiamo con i Satyricon al fatidico giro di boa. Siore e siori: “Nemesis Divina”, l’album che chiude ufficialmente l’epoca d’oro del black metal norvegese.


La Norvegia ci ha consegnato vicende, artisti ed opere di cui parliamo ancora oggi. Quella della “Gloriosa Norvegia del Black-Metal” ci può sembrare, per densità ed importanza di contenuti, un’epopea lunghissima, tortuosa, infinita, quando in verità si è consumata nell’arco di pochissimi anni.

Tecnicamente parlando, l’anno zero del black-metal norvegese è stato il 1992, l’anno di uscita di “A Blaze in the Northern Sky” dei Darkthrone, la prima release ufficiale su cui possiamo apporre l’etichetta di Norwegian Black Metal. Sebbene il seminale “De Mysteriis dom Sathanas” dei Mayhem contenesse brani scritti anni prima (“Funeral Fog”, Freezing Moon” erano già compiutamente “black metal” e già presenti in “Live in Leipzig”, registrato nel 1990!), verrà inciso nel 1993 e pubblicato l’anno successivo. L’esplosione del fenomeno, poi, avverrà compiutamente nel biennio ‘94-‘95, entro il quale non solo usciranno i principali capisaldi del genere, ma anche una serie di pubblicazioni che già si sarebbero poste al di là degli standard appena codificati. Nel 1996, infine, questa spinta creativa si sarebbe già affievolita, destinata ad esaurirsi poco dopo: a sancire simbolicamente la fine di un’era, usciva proprio in quell’anno il terzo lavoro dei già affermati Satyricon. “Nemesis Divina” non porterà con sé novità rilevanti, ma è l’opera che avrà il merito di sistematizzare in modo compiuto quanto ci era stato raccontato dalla Norvegia negli anni appena precedenti.

Dopo sarebbe stata la fine, o forse l’inizio di qualcos’altro, e “Nemesis Divina” ne rimane lo spartiacque. Lo scorcio finale del decennio, infatti, vedrà diverse band scomparire, altre tornare indietro o evolvere così tanto da uscire direttamente fuori dal genere. Non sarà un caso che proprio i Satyricon saranno fra i più convinti fautori di una ricerca tesa a rianimare un movimento oramai arenato in un binario morto: il sottovalutato “Rebel Extravaganza” (del 1999), con le sue contaminazioni noise ed industrial, avrebbe gettato nel calderone temi interessanti. Peccato che poi la band avrebbe disperso le proprie energie in album sempre meno convincenti, appiattiti su una forma retrò di black’n’roll (strizzando persino l’occhio al mainstrem!), anche peggio di quanto combinato da Darkthrone e Carpathian Forest.

In “Nemesis Divina”, invece, nel bagliore accecante di un fuoco che stava bruciando al massimo dell’intensità (la famigerata ultima fiammata prima dell’estinzione), i Satyricon davano alle stampe l’album perfetto, in cui il black metal si esprimeva esattamente così come doveva essere, in una veste però curatissima, in cui venivano valorizzati arrangiamenti complessi ed ogni singolo strumento, basso compreso. Certo, lo spirito del black-metal negli anni precedenti aveva remato in senso contrario, guardando a produzioni approssimative e lo-fi,, e in questa ottica “Nemesis Divina” può esser visto non esattamente “true”: ciò non toglie che i Satyricon, forti di una professionalità e di un intento “costruttivo” che erano rari fra i loro colleghi, consegnarono al Mondo Metal un album intellegibile da tutti, anche da coloro che non erano proprio fan sfegatati del genere. Paradossalmente, proprio sulla strada del tramonto, ma senza pagare il dazio di una deriva commerciale, il black metal conquistava la credibilità e veniva accettato al di fuori della propria cerchia ristretta.

Coadiuvati da Kveldulv (non altri che Nocturno Culto, chitarra dei colleghi Darkthrone – nel precedente “The Shadowthrone”, invece, il guest di lusso era stato niente meno che Samoth degli Emperor), i “Due Satyricon” Sigurd Wongraven (chitarra/voce/basso/tastiere – leader carismatico della band) e Kjetil Haralstad (batteria – suo degno braccio destro), alias Satyr & Frost, confezionano il loro capolavoro formale: in un irripetibile stato di grazia (compositiva ed esecutiva) i due compari sapranno lasciarsi alle spalle tutte le ingenuità del passato e levigare con cura un sound personale sviluppato nei due buoni album precedenti.

Ad illuminare le composizioni dei Satyricon è sempre il furore chitarristico di Satyr, costantemente supportato dietro alle pelli dal sodale Frost, uno dei batteristi più potenti e resistenti della scena. L'incredibile sinergia fra i due dà forma ad una sostanza complessa, densa di sfumature e deviazioni, che tuttavia non si discosta un attimo dalla rigorosa ortodossia del genere (gli sporadici interventi di tastiera o di pianoforte, i risicatissimi inserti acustici non riusciranno a contaminare un lavoro che rimane sostanzialmente un tour de force di chitarre irrequiete che si integrano continuamente a pattern ritmici devastanti, ove la doppia cassa sembra caricata a molla e lasciata correre per tutta la durata del platter).

Il tessuto di riff fluido, mutevole e coinvolgente, in perfetta simbiosi con il dinamismo delle ritmiche, distanzia definitivamente il black metal come genere dal metallo estremo fino ad allora vigente, per avvicinarlo paradossalmente alla musica classica. Laddove il death-metal è ancora matematica, calcolo, stop & ripartenze (il deathster ragiona ancora come il thrasher, ossia come gli Slayer gli hanno insegnato), il black-metal si emancipa dalla grammatica del metal per divenire puro veicolo di emozioni: i legami stilistici con il passato si riducono, i suoni corposi e stratificati mimano le movenze di un’intera orchestra; i movimenti si succedono con una scorrevolezza che, appunto, è più vicina ad una sinfonia di Wagner o di Beethoven che ad un pezzo speed-thrash degli anni ottanta.

In “Nemesis Divina” convergono inoltre le pulsioni medievalistiche che la band, prima nel debutto “Dark Medieval Times” (1994) e poi con “The Shadowthrone” (1994), aveva già avuto modo di esprimere (a tal riguardo è utile ricordare il progetto folk-metal Storm (super-gruppo formato da Satyr, Fenriz dei Darkthrone e Kari Rueslatten dei Third and the Mortal) che nel 1995 dava alle stampe il gioiello “Nordavind”). Il medioevo dei Satyricon è il medioevo della peste, del fango, dei teschi e delle barbarie: un mondo oscuro ed apocalittico fatto di sangue e spade che genera immagini mostruose ed un black cruento come non era mai stato realizzato dai Satyricon. E poi c’è “Mother North”, il capolavoro nel capolavoro, un episodio che diviene simbolo ed emblema di un intero genere: un brano che unisce la tradizione bathoriana (i cori epici, l’amore per il nord, le atmosfere glaciali) ai nuovi stilemi del black metal norvegese (velocità supersonica, riff taglienti, lo screaming agonico che per Satyr diviene un minaccioso ringhiare a denti stretti).

Tutto è moltiplicato, eccessivo in “Nemesis Divina”, a partire dal look adottato dai componenti della band per la circostanza. Il cerone sui volto dei tre è visibilmente abbondante, tanto che pare cadere a pezzi, screpolarsi, spezzarsi lungo i solchi e le increspature di smorfie mostruose, anch’esse esasperate in ghigni beffardi che rasentano il grottesco. Gli abiti bizzarri e vistosi, le pose stesse sono esageratamente ostentate in una tensione spasmodica di muscoli e nervi, il tutto enfatizzato ulteriormente dai colori forti della fotografia (in netto contrasto con i tipici scatti in bianco e nero che caratterizzavano l’iconografia sdoganata dai Darkthrone e poi divenuta consuetudine).

Alla stessa maniera, la musica è black metal al cubo: essa si fa voluminosa, variegata, densa di sfumature, in netta opposizione alle fastidiose chitarre zanzarose, alla batteria appena percettibile, al basso inesistente di tante produzioni dell’epoca. Gli stessi brani raggiungono lunghezze considerevoli, l’andamento è maestoso, quasi monumentale, i cambi di tempo abbondano, la velocità esecutiva fa da contraltare a frequenti fasi di rilascio, in cui i blast-beat si stemperano in rallentamenti densi di pathos o in fiere cavalcate folk- elettrificate in cui Frost e Satyr (memore dell’esperienza Storm) marciano all'unisono con grande maestria.

In un ipotetico paragone cinematografico, “Nemesis Divina” sta al resto dei dischi black-metal come “Shining” si rapporta al resto delle pellicole horror: non dico che sia il migliore né il primo, ma sicuramente è il più formalmente impeccabile, quello con la migliore fotografia, quello meglio scritto, quello meglio interpretato. Oggetto cerebrale, costruito, come del resto è inevitabile che sia l’opera di chi, calzati i guanti di lattice, rovista nel torbido del black-metal e decide di portarne alla luce l’essenza in una forma ripulita e rimessa a lucido.


Nel nostro percorso volto alla purezza dello spirito più autentico del black-metal norvegese siamo ancora a metà strada, ma in “Nemesis Divina” questo filone trova la sua incarnazione più luccicante ed intellegibile.