"Parlare di Musica è come ballare di architettura" Frank Zappa

17 apr 2015

LA QUESTIONE ITALIANA: FABIO D'AMORE

MM ha il grande piacere di intervistare Fabio D'amore, bassista della symphonic power band austriaca Serenity e degli italiani Pathosray, nonchè manager, produttore e ingegnere del suono presso gli Artesonika Studios di San Vito al Tagliamento (PN). 

MM: Caro Fabio, come prima domanda partirei da una tua analisi della scena metal italiana, sulla base della tua esperienza personale: hai militato per circa 5 anni nei Pathosray (a mio modo di vedere, la miglior band power-prog metal italiana), e dal 2010 negli ottimi Serenity. Nonostante la scena nostrana sia sempre stata un movimento underground di ottima fattura, è rimasta poco nota al pubblico. Quali ritieni che siano le principali cause di questa difficoltà ad emergere? E’ solo una questione culturale, o può aver pesato anche una certa esterofilia e un maggior credito dato alle band straniere, a prescindere dalla qualità musicale proposta?
Ciao, ti ringrazio per lo spazio che mi stai concedendo e per avermi invitato a questa chiacchierata.
Per essere precisi, non ho mai “smesso” di militare nei Pathosray, dato che il progetto è attualmente in stand-by. Hai utilizzato il termine giusto, “movimento underground”, che è purtroppo quello che la scena Italiana si merita, passami il termine. Le qualità ci sono sempre state, e ci saranno, quello che non fa fare il salto di qualità alla scena è il comportamento dei musicisti stessi, che a differenza di altri posti, combattono e si scannano per poche briciole di pane. Logicamente, l’esterofilia, un classico del nostro Paese, ha decisamente aumentato il divario tra la nostra scena e il resto del mondo.
Per concludere, non credo sia un fattore puramente artistico o qualitativo…

MM: se non erro sei friulano, una zona geografica che, metallicamente parlando, ha dato i natali a importanti band del genere (su tutte i Rhapsody, ma anche gli Elvenking, ad esempio). Pensi che il tuo modo di fare musica sia influenzato dall’ambiente in cui sei cresciuto, o quantomeno dal modo di vivere e agire in Italia? Grazie anche alla tua attività negli Artesonika Studios, ti sei fatto un’idea in merito?
Sono nato in Friuli, anche se la mia famiglia viene dalla Sicilia. Si, la zona dove sono nato e cresciuto ha sfornato parecchie realtà che sono emerse, già da metà anni ’80 in poi.
Però onestamente non penso di essere stato influenzato in maniera “importante” dall’ambiente musicale circostante, in quanto la nostra zona, pur essendo piena zeppa di musicisti, è pur sempre una zona molto piccola e limitata. Sicuramente da quando abbiamo iniziato l’attività con gli Artesonika Studios, ho avuto modo di approfondire la realtà locale, e di capirne le esigenze, ma anche i limiti, e cercare di mettere a disposizione di tutti l’esperienza, seppur minima, accumulata negli anni, sperando di poter essere utile anche alle nuove leve.

MM: nella tua sezione del sito dei Serenity ho letto che tra i tuoi dischi preferiti ci sono quelli di gruppi che anche io personalmente adoro: Queensryche, Porcupine Tree, Death, Angra, Nevermore, Dream Theater, Fates Warning, Orphaned Land, Opeth. Cosa pensi possa accomunare maggiormente il tuo modo di scrivere musica a questi mostri sacri del Metal? Che ispirazione trai, nel caso, da essi?
Si, quelle sono band e artisti che mi hanno sempre influenzato, e continuano ad essere tra i miei preferiti, ma non solo. Sono anche molto attento alla scena moderna, come Coheed and Cambria, Dredg, Circa Survive, ma anche mostri sacri come Rush. Tutte queste band, a mio avviso, hanno in comune il modo di vedere la musica e di comporla. In qualche modo, l’intraprendere un viaggio, trasmettere emozioni forti, come paura, senso di vuoto, solitudine, ma anche amore e odio, hanno sempre scatenato in me un interesse particolare, verso testi e musica, che provano a suscitare suggestioni. Prova a pensarci bene, e troverai questo comune denominatore.

MM: il rischio di suonare power/prog oggi è quello di essere invischiati in un calderone indefinito di band che suonano più o meno “tutte uguali”. Con i Pathosray questo rischio è stato evitato mirabilmente, avendo creato un sound riconoscibilissimo, dovuto, dal mio punto di vista, alla qualità eccelsa del songwriting e alla varietà della sezione ritmica (tu e Ivan avete fatto un lavoro straordinario in tal senso in entrambi gli album). Quanto lavoro c’è stato quindi mediamente dietro la realizzazione di una pathosray-song tipo?
Questa sarebbe una domanda perfetta per Ivan (Moni Bidin, batterista dei Pathosray – N.d.R.), il principale compositore della band. Vedi, Ivan non ha mai stato molto appassionato di tutte le band che potrebbero essere inserite in questo calderone, ma si è sempre ispirato ai grandi mostri del prog rock anni ’70, sia inglese che italiano, e credo sia sempre stato il segreto di questa freschezza. Ricordo anche che nelle prime interviste che rilasciavo anni fa, dove spesso ritrovavo qualche domanda simile, mi faceva spesso notare che la maggior parte delle band che citavano come ispirazione non le conosceva neanche. Strano ma vero. La forma canzone è sempre nata da una sua idea, e facendo anche il mestiere in studio che svolgiamo da anni, puoi capire come una visione globale del brano si materializzi in maniera molto naturale. Paradossalmente, è sempre stato un processo molto snello e onestamente molto veloce.

MM: Collegandomi alla domanda precedente, e passando ai Serenity, ho notato che in “War of ages”, e già prima in “Death & Legacy”, ogni canzone è dedicata a un personaggio e/o ad un evento storico, una scelta intelligente e che vi distacca dal suddetto “calderone”. Oltre alle tematiche dei testi, e alla straordinaria cura dell’artwork, quali credi siano gli aspetti prettamente musicali che fanno dei Serenity una band così apprezzata dalla critica e dal pubblico metal?
L’importanza della componente storica, specialmente negli ultimi due album, è sempre stata una componente primaria per i Serenity. Georg, il nostro cantante, è docente all’Università di Innsbruck, e insegna storia e geografia, ed è molto appassionato di qualsiasi cosa di storico. Ha sempre voluto spingere su questo tema, che ha probabilmente anche scostato la band dai soliti accostamenti. Credo che il valore aggiunto sia la dimensione live, e il fatto di avere 6 voci sul palco. Abbiamo tutti la nostra parte, e tutti quanti dei range vocali completamente diversi, che però si sposano benissimo insieme. Penso sia la componente che poi i nostri fans vogliono assaporare dal vivo, e per chi non ci conosce, è sicuramente una piacevole sorpresa.

MM: da fan sfegatato degli Everon, non posso che notare che con i Serenity hai avuto, presumo, la possibilità di conoscere Oliver Phillips. Ci puoi raccontare, in poche parole, che tipo è e/o qualche aneddoto sull’Oliver uomo e professionista?
Anche per questa domanda, sono forse la persona meno indicata per rispondere ;) Ho avuto modo di incontrare Oliver e di parlare con lui pochissime volte, a qualche nostro concerto, dato che il rapporto lavorativo primario è sempre stato portato avanti da Georg, e in passato da Thomas, il nostro chitarrista/compositore, che è da poco lasciato la band.
Ti confesso che sono un grande fan di “Fantasma” e non ho mai avuto il piacere di poterne parlare con lui. La distanza, e forse anche l’abitudine a discutere dei brani in tedesco, ha un po’ “isolato” la conversazione tra lui e i miei colleghi. Di sicuro, so per certo essere una persona e artista molto particolare 

MM: La dimensione live è sempre un punto cardine per la carriera, ma quali emozioni provi a salire sul palco. Hai tre aneddoti che ti sono rimasti nella memoria e che ci vuoi raccontare?
La dimensione live, come accennavo, è importantissima nel contesto in cui suono, ma anche parlando in maniera strettamente personale. Sicuramente è la mia dimensione, il momento che aspetto con impazienza ogni volta che siamo in tour. Tra i momenti indimenticabili di sicuro posso citarti una delle poche volte che abbiamo suonato in Italia, era Milano/Alcatraz, dove Georg, quando presenta la band, ha ovviamente ricordato che c’era un italiano sul palco, e l’echeggiare del mio nome tra il pubblico mi ha emozionato in maniera particolare. Prendilo come un piccolo riscatto sociale…
Un altro momento indimenticabile è stato salire sul palco del Masters of Rock in Rep.Ceca l’estate scorsa, e guardare la batteria coperta di Mike Mangini, e tutta la scenografia Dream Theater pronta per la sera, e pensare ai loro poster in camera da adolescente…ti scorre in qualche modo tutta la tua carriera davanti… Poi posso citarti un momento generale, e comune alla fine di ogni tournée quando all’ultima data “saluti” il pubblico per l’ultima volta, e ti fermi sul palco per qualche istante, senti tutto il calore e l’abbraccio che vogliono darti, e vorrebbero tu continuassi a suonare all’infinito. Ripaga ogni sforzo e sacrificio fatto fino ad oggi.

MM: Negli ultimi vent’anni il modo di comunicare la propria musica e, più in generale, la propria “esistenza” musicale, è cambiato radicalmente. I social network, itunes, il download estremo, lo streaming, ecc, hanno senz’altro inciso profondamente. Quali mezzi credi siano i più incisivi e quali i lati positivi e quali perversi di questi nuovi metodi di comunicazione?
Argomento molto scottante. Per quanto i social network e internet in generale abbia aperto le porte a tutto e tutti, e dà la possibilità a chiunque di farsi conoscere, non sono un amante di questa “svolta globale”, passami il termine. E’ forse svanita un po’ la magia che negli anni d’oro avvolgeva la band, le attese, le aspettative. Adesso devi tutto e subito, gratuitamente sempre e comunque. Quindi si sovra-produce, perché va dato, punto. L’incisività è indubbia, ma la qualità ne ha sensibilmente risentito. Personalmente, rimpiango un po’ i “metodi tradizionali”.

MM: Fabio, tu sembri davvero essere un artista “a tutto tondo”: suoni e studi da quando avevi tre anni; hai in piedi molteplici progetti in qualità di produttore, musicista, collaboratore, insegnante di musica, talent scout di giovani band emergenti… In tutte queste attività, qual è l’aspetto che ti dà/ti ha dato, le maggiori gratificazioni?
Ti ringrazio in primis per avermi chiamato, e considerato un artista. Le gratificazioni le ho nel momento in cui riesco a trasmettere qualcosa a qualcuno, che ne trae dei conseguenti benefici. Se pensi al pubblico, si emoziona, se pensi ad un artista o una band che produciamo concretizza col proprio prodotto e ti ringrazia per quello che gli hai dato, e speri possa fare meglio di quanto hai fatto tu. Per quanto riguarda l’insegnamento, quando vedo i miei allievi realizzarsi nei propri progetti o nelle proprie esibizioni. E’ sempre reciproco.

MM: Chiudiamo con una richiesta di anticipazione dei tuoi progetti futuri, cosa bolle in pentola? Qualche piccola anticipazione (come puoi immaginare, spero ardentemente anche in nuovi lavori targati Pathosray…)?
Purtroppo per quanto riguarda i Pathosray, non posso dirti nulla di preciso al momento… Per tutto il resto, il nuovo album Serenity è sicuramente una priorità al momento, ma non in secondo luogo, il completamento del mio album solista, al quale sto lavorando da molti anni.Occhio anche al FB dei nostri Artesonika Studios, ci sono sempre delle band molto interessanti che meritano di essere scoperte. Recentemente abbiamo avuto modo di lavorare con delle ottime nuove realtà. 
Grazie ancora e spero che i vostri lettori possano apprezzare questa intervista.