"Parlare di Musica è come ballare di architettura" Frank Zappa

23 dic 2015

NEUROSIS: “FALLING UNKNOWN”



I MIGLIORI DIECI BRANI “LUNGHI” DEL METAL
INTERMEZZO III: “FALLING UNKNOWN” (NEUROSIS)

Terzo ed ultimo atto del nostro intermezzo, prima di procedere con i migliori dieci brani lunghi nel metal estremo.

Parliamo di “Falling Unknown” dei Neurosis, tredici minuti ed undici secondi. Perché escluderla dalla competizione ufficiale e relegarla al limbo delle “fuori concorso”? Non poteva forse essere inserita fra i dieci migliori brani lunghi del metal estremo? Sì, poteva, ma noi abbiamo deciso di escluderla, insieme a tutte le ottime prove delle altre band dedite al post-hardcore ed al post-metal. L’obiettivo della nostra rassegna è di parlare del brano lungo nel metal come evento eccezionale nel modus operandi di una band. Ma nel post-hardcore e nel post-metal il brano lungo non è l'eccezione, bensì la regola! Suoni slabbrati e prolungati, dilatazioni sabbathiane, crescendo che montanto, pozze ambientali: si fa presto ad arrivare a dieci minuti se questi sono le regole, lo abbiamo visto nella nostra rassegna sul “Nuovo Metal”. Di brani lunghi in questo ambito ve ne sono a bizzeffe, impossibile contemplarli tutti. E quindi fanculo tutti!


Fanculo tutti tranne uno, perché quell'universo andava pur rappresentato, anche solo con un brano! E chi poteva rappresentare tutto il calderone? Potevamo eleggere i Mastodon, che con la coinvolgente “Hearts Alive” (13:39) si dimostrano abili funamboli sospesi fra sonorità post, heavy metal classico e progressive rock. Oppure i Cult of Luna, che con la mastodontica “Vicarious Redemption” (18:51) seppero aggiornare gli stilemi del post-hardcore con gelide ambientazioni gothic-metal (sì: Paradise Lost, Katatonia e compagnia derelitta!). Potevamo ripescare i saggi portentosi di Isis, Pelican, The Ocean (che fra l’altro con “Pelagial” firmavano un album-brano di cinquantatre minuti!), ma alla fine, per non fare torto a nessuno, abbiamo scelto i padri di tutti loro, gli ispiratori del movimento intero: i sempreverdi Neurosis.

Ma individuare un degno rappresentante anche nella sola discografia nella formazione amernicana non è stata cosa semplice. Potevamo optare per “Purify” (12:18), con il suo percorso in “decrescendo” e l’incredibile finale a base di cornamuse; o per “Aeon” (11:43), con la sua introduzione di pianoforte e violini, il potente corpus centrale, ma soprattutto con il finalone apocalittico che potremmo descrivere come il primo vero crescendo post-metal nella storia (con tanto di reprise di archi e pianoforte). Entrambi i pezzi, tuttavia, sono contenuti in quel “Through Silver in Blood” di cui abbiamo già avuto modo di parlare su queste pagine. Per questo decidiamo di dedicare il presente spazio ad un altro snodo importante della carriera dei Neurosis: quel “A Sun That Never Sets” (2001) che abbiamo solo di traverso toccato nella nostra rassegna sul Nuovo Metal. Un’opera rivoluzionaria, che fu portatrice di un approccio innovativo, scollegandosi in parte dagli stilemi del post-hardcore classico, per spostarsi verso sonorità più crepuscolari, introspettive, cantautoriali. Se già l'opener “The Tide” (intro permettendo...) con il suo incipit di chitarra acustica, violino e voce pulita era stato uno strabiliante biglietto da visita, con il brano che abbiamo scelto per la nostra rassegna si va davvero “Oltre”.

Falling Unknown” è il brano più lungo dell’album e presenzia simbolicamente al suo centro, a metà scaletta, costituendo un vero punto di non-ritorno per la band californiana. Esso può essere sostanzialmente diviso in due parti.

Nella prima, il brano si sviluppa lungo lo schema della “ballata in crescendo”, aperta da un arpeggio povero di note che poi gradualmente si articola convergendo infine in un fiume torrenziale di riff sabbathiani. C’è da dire che il sound dei Neurosis ha perso la scorsa industriale di un tempo, riguadagnando la “purezza” delle sporche e ruvide chitarre di matrice stoner, e per questo c’è da ringraziare il grande Steve Albini, sotto la cui ala protettiva i Neurosis si erano riparati a partire dal precedente “Times of Grace”. Ma non è solo questione di suoni: è la stessa proposta che si è fatta più essenziale, rock-oriented, come se la band avesse deciso di non puntare più sulla complessità, ma sull’istinto. Per questo la batteria di Jason Roeder, in passato lanciata in azzardati ed imponenti tribalismi, ora si accontenta di procedere in modo linerare. Per questo il basso al vetriolo di Dave Edwardson si offre oggi pastoso ed amalgamato/invischiato agli altri strumenti. Le chitarre di Steve Von Till e di Scott Kelly non mimano più vulcani in eruzione o montagne che franano, ma i contorni sghembi di un blues polveroso e ripetitivo. Il canto di Von Till si assesta definitivamente su un latrato à-la Tom Waits, ruggito surreale che non rinuncia del tutto alla furia hardcore. L’anno precedente il vocalist aveva debuttato come solista con l’album “As the Crow Flies”, con il quale aveva tentato la via del cantautorato tout court, ma sulla dimensione del pulito non pare ancora trovarsi perfettamente a suo agio: le sue corde vocali sembrano sull’orlo di strapparsi da un momento all’altro. 

Sono grida surreali, rantoli insensati in una non-dimensione di vuoto cosmico. E il susseguirsi delle parole ha un valore atmosferico, quasi onomatopeico, più volto a generare suoni che a veicolare un messaggio ben preciso. La musica dei Neurosis ha sempre avuto una valenza spirituale, che in questa release si va ulteriormente ad amplificare: “A Sun that Never Sets”, in generale, riluce di un’introspezione che è universale, un percorso accidentato che si svincola da biografie individuali e conduce al nucleo nascosto dell’inconscio umano nella sua insondabile profondità.

Il sound “terreno” dei Neurosis, fatto di sabbia e pietre inizia ad elevarsi, a levitare. Anche se il testo parla di scalare una montagna, le nubi che ci avvolgono non sono quelle della semplice altitudine: è una foschia metafisica, entro le quali la voce di Von Till, nonostante la raucedine, affoga eterea. In questa prima fase si respira una tensione prossima ad esplodere: le rullate di Roeder e le chitarre montati di Von Till e Kelly disegnano passaggi dissonanti che non hanno la monumentalità di un tempo, ma un sapore che non è di questo mondo.

Sesto minuto, la musica cambia: elettronica ambientale, Noah Landis finalmente protagonista! La batteria di Roeder torna piccola piccola, ma si fa incalzante, quasi come se il suo drumming si componesse di beat elettronici: è un pulsare sottocutaneo che prepara il crescendo finale. Ai sintetizzatori di Landis si uniscono i fraseggi delle chitarre, anch’esse impercettibili all’inizio, e successivamente gli archi, abbracciati in pose di crescente mestizia. Cori in lontananza si fanno sempre più consistenti (la frase “Falling through a World Unknown” è ripetuta come se fosse un mantra), i piatti vengono schiaffeggiati, ogni minuto che passa aggiunge elementi tipici del mondo neurosiano. Se prima la sensazione era di scalare un valico pietroso in un pianeta alieno infestato da venti furiosi e bruciato da soli infuocati che si spengono in infiniti crepuscoli, adesso l’idea è di essersi aperti un varco, un sentiero lungo la superficie ostile che conduce ad altri universi, un tunnel le cui pareti si tingono di colori irreali, quasi vi si trovasse nelle ambientazioni de “Le Montagne della Follia” di Lovecraft.

O meglio ancora: a venire in mente è la celebre “sequenza psichedelica” di “2001: Odissea nello Spazio”, in cui la navicella accede alla dimensione dell’iperspazio e viene proiettata a velocità incomprensibili verso altre galassie. I minuti scorrono, la tensione cresce, ma non è un normale crescendo basato sulla dialettica della tensione e del rilascio, come possono fare i nomi blasonati del post-rock: la musica dei Neurosis finisce per macchiarsi delle tinte aliene dei corrieri cosmici della prima ondata elettronica tedesca. Infine, quando ci aspetteremmo l’esplosione terminale, tutto inaspettatamente si ferma (colpo di genio!) e rimangono ad accavallarsi le sole grida disumane di Von Till, Kelly e chi sa di chi altri: la sensazione è di trovarsi in un mondo preistorico, selvaggio, dove forze primordiali si scontrano e si divorano senza pietà. Ma potrebbe anche essere il nucleo impenetrabile ed indescrivibile dell’inconscio umano, dove energie oscure si infrangono senza la mediazione della razionalità. I ruggiti da trogloditi si intrecciano in cori misteriosi e terribili, fino all’inevitabile chiosa elettrica a base di chitarre portentose e ritmi solenni.

All’inizio ho utilizzato l’espressione “punto di non-ritorno”, ma in verità vi sarà ritorno, perché queste vette (o questi abissi) non verranno più raggiunte/i dai Neurosis. La già citata “The Tide”, il classico “Stones from the Sky” saranno i veri punti di non-ritorno, le spinte in avanti che diverranno standard. Ma dal mondo sconosciuto ritratto in “Falling Unknown” i Neurosis torneranno, eccome se torneranno, con una nuova consapevolezza, ma senza la forza di guardarsi indietro.

Quanto a noi, abbiamo preso un esempio mirabile per rappresentare un universo in cui il brano lungo, bello o mediocre che sia, è praticamente la normalità. Ma anche per introdurre un tema molto importante: quello di essere eccezionali in un contesto eccezionale. Vedremo presto, nella classifica dedicata ai migliori dieci brani lunghi del metal estremo, come per noi sarà importante il carisma intrinseco al singolo pezzo. Perché in effetti anche in altri contesti (si veda il doom o il black) il brano lungo può costituire una scelta molto frequente, sicuramente più frequente di quanto possa succedere nel metal classico: per questo la nostra ricerca sarà ancora più accurata ed attenta, volta ad individuare l’eccezionale laddove l’eccezione è la normalità