"Parlare di Musica è come ballare di architettura" Frank Zappa

02 dic 2015

I DIECI GRUPPI PIÙ REPELLENTI DEL METAL: DALLA REALTÀ DELLA REPELLENZA ALLA REPELLENZA DELLA REALTÀ" - I DEATH (parte I) - 4° posizione

Per una volta la genesi di un genere è lineare: il death nasce dai Death, ovviamente con la mediazione dell’imprescindibile snodo della musica brutale, ossia “Reign in Blood”.

I Death di Chuck Schuldiner proposero però, oltre all’estremizzazione, anche la disumanizzazione. Mentre nel thrash-metal slayeriano la “cattiveria” è innanzitutto ottenuta in termini di impatto sonoro, chirurgico e cadenzato, nel death-metal la cattiveria diviene un messaggio privo di fisicità, molto cerebrale. Il messaggio del thrash è un messaggio di questo mondo, il death propone un messaggio sfigurato e restituito a brandelli dall’Aldilà. Il filtro della morte rende le parole delle non-parole, la voce una non-voce, il ritmo un non-ritmo.

La trasfigurazione del trapasso (o almeno di ciò che si immagina esso sia) è il limite fra thrash e death, ma anche il limite della repellenza come topos lirico. Gli Slayer, anche quando parlano di cose repellenti (gli esperimenti sui prigionieri dei campi di concentramento, per esempio), non sono repellenti, non usano un registro repellente, ma aggressivo: inquietano, sgomentano. Una differenza simile a quella che sussiste tra il terrore e l’orrore. Il terrore è psicologico, colpisce lo spettatore, gioca con la paura, modula la tensione. L’orrore descrive l’impossibile, si sofferma su dettagli rivoltanti, gioca con l’estetica della morte, slegandosi da fini prettamente narrativi.

I Death introdussero proprio questo elemento. Un anno prima che i Carcass iniziassero a provocare con le “frattaglie rigurgitate”, i Death avevano già proposto le “budella rigurgitate”. Il thrash canta dell’atto del dare la morte, mentre il death canta della putrefazione. Come suggerisce un titolo degli Obituary: “Slowly We Rot”. Il death non è iperveloce, anche se lo può essere nelle soluzioni ritmiche, è semmai un’inutile soffermarsi su ciò che già non è più: uno studio dei processi che concludono l’esistenza “dopo” che ormai il suo senso è finito.

Questo l’abbiamo già probabilmente detto in altre occasioni: il death metal è una prospettiva utile a rileggere il senso della vita, cioè vedere come il senso stesso della vita si decompone dopo che non c’è più. L’elemento repellente è dato dal contatto tra il mondo post-mortem ed i vivi, anche solo con l’occhio che guarda. “Repulsive, yet so true” dicono i Death subito in apertura con "Infernal Death".

In "Zombie Ritual" si descrive una (forse simbolica) unione tra vivi e zombie, nella quale i vivi traggono stimolo dalla “droga degli zombi” e ne vogliono sempre di più. “I vermi, che crescono abitano i corpi degli zombi, ora infestano la tua mente”. Una frase programmatica del messaggio death: un turbamento cerebrale, uno stimolo alla riflessione sulla morte in senso letterale, un incentivo al guardarsi riflessi nella propria putrefazione e a trarre da questo nuova linfa vitale.

I personaggi del death sono senza psicologia. La loro psicologia è quella che producono come effetto dello stimolo repulsivo. La differenza non sta tanto nel sangue o in quello che accade per giungere alla morte, ma nella perdita del senso, dell’integrità, della composizione organica. Ciò che normalmente configura una funzione, un senso, è fatto a pezzi. E il “pezzo” è appunto l’elemento che in sé esemplifica la mancanza di senso. Grottescamente il “pezzo” ti costringe a considerare che il senso delle cose è perso, in maniera triste e ridicola, smembrando la realtà nelle sue parti. O che le sue parti, apparentemente esistenti in quanto tali, sono solo apparentemente unite in un’armonia, finché non interviene un’ascia o una sega a motore a tagliare a casaccio.

Repellenti non sono né i vermi, né la sega a motore, né i brandelli. Repellente è la verità che ciò che è unito si può disunire, che i frammenti non conservano l'essenza dell'unità e che anche i frammenti, infine, svaniscono. Diceva Ungaretti in un verso di chiusura: “Neanche le tombe resistono molto”, per indicare come anche la memoria sia destinata a decadere insieme ai suoi monumenti, di carne o di pietra, ed è questa la cosa più squallida. Ossia che la morte copre tutto e che domina il pensiero di chi vive. Del resto la morte non può ovviamente essere mai repellente, se non vista, come fenomeno di vita decomposta, con gli occhi di chi è vivo.

In un celebre film di Dario Argento, “Inferno”, un personaggio pronuncia questa frase sibillina: “L'unico grande mistero della vita è che essa è dominata unicamente da gente morta”. Con questa verità i Death già smettono di giocherellare con gli zombie e passano ad un grado diverso di teoria della morte. Ma prima pagano anch'essi il loro pegno alla merda con la sublime immagine: “Ti guardo soffocare nel tuo stesso sangue e cago sulle tue budella”. Cacare sulla merda per disprezzo. Geniale cortocircuito.

Dopo la deflagrazione death dell'esordio, i Death infilano un album come "Leprosy", che innanzitutto sposta il centro dalla morte alla malattia, di quelle che ti consumano lentamente (i lebbrosi “si decompongono mentre respirano”), ma soprattutto propone diversi spunti sul tema della morte, tutt'altro che monocorde. La bara aperta di “Open Casket” non è una visione macabra per i dettagli raccapriccianti del cadavere, ma lo è perché esprime la paura che la morte invada la vita. La vita di chi è terrorizzato dal futuro, dall'idea di non esserci più è come una bara aperta, una morte che è già pronta e possiede la vita molto prima che l'organismo si decomponga. Chi ha preso coscienza della morte rimarrà ancorato al passato: più penserà che il futuro è limitato, più tenderà a vivere di ricordi e a non avere un vero futuro. L'ossessione che coverà in grembo sarà quella di essere ridotto, come dice Chuck con un'immagine mentale molto efficace, a un “sentimento vuoto” (non “di vuoto”, ma proprio un guscio emotivo rotto e vuoto). Nella morte la repulsione vera non è quella in cui nuotano i vermi, ma la non-vita. Nello stesso album si trova “Stacca la spina” ("Pull the Plug"), una canzone sull'eutanasia, altro spunto della vita che diviene morte, per superare il dolore terminale: la mostruosità dello staccare la spina contro la mostruosità, forse maggiore, di far proseguire un dolore senza futuro fino alla fine di tutto.

Non meno mostruosa è poi la sorte di chi nasce per morire presto e senza un concreto futuro di vita soddisfacente. Un popolo di scheletri viventi che moriranno di fame, senza aver vissuto niente di diverso dalla preoccupazione di non morire. La vita, pare dire Chuck, è la punta dell'iceberg di un mondo che è dominato dalla morte. Perché uno viva, cento devono morire. La tristezza di chi deve lasciare una vita che ama non è minore di quella di chi non l'ha mai abbracciata.

Gli spunti di "Leprosy" sul disagio della vita che si embrica con la morte e che vive della morte altrui, proseguirono poi nell'album  successivo, "Spiritual Healing", dove iniziò la terza e ultima fase lirica dei Death.

(Continua...)

A cura del Dottore

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