"Parlare di Musica è come ballare di architettura" Frank Zappa

08 dic 2015

INTERVISTE IMPOSSIBILI: CLIFF BURTON (prima parte...)


Era la notte del 27 settembre del 1986 e, come tutti sanno, la vita di Cliff Burton fu spezzata da un tragico incidente stradale durante il tour di “Master of Puppets”. Con grande deferenza noi di Metal Mirror ci siamo permessi di scomodare nell’Aldilà il mitico bassista dei Metallica, il quale si è mostrato incredibilmente disponibile nel rispondere alle nostre domande, anche a quelle più incalzanti. E l’occasione è stata così ghiotta da tradursi in una lunga chiacchierata sui Metallica, sul metal e su tante altre cose: così lunga che abbiamo dovuto dividerla in più parti. Ecco a voi la prima tranche


MM: Ciao Cliff, mi sembra giusto partire dicendoti che sei fra i più amati esponenti dell’Heavy Metal e che tutti ti ricordano ancora con immenso affetto. A nome della redazione di Metal Mirror: grazie, ed ancora grazie, per tutto quello che ci hai donato nel corso della tua breve ma splendida esistenza!
CB: Grazie molte! Ero a conoscenza di questa perdurante stima da parte dei fan, dato che ho seguito con grande attenzione le vicissitudini dei Metallica e del metal in generale dopo la mia morte. Ad ogni modo fa sempre piacere sentirselo ripetere (ride). Grazie a tutti voi: senza chi lo ascolta, il musicista è nessuno (ride di nuovo).
MM: Bene Cliff, mi fa piacere che tu sia rimasto informato, perché avrei il piacere di sentire la tua opinione su diversi temi scottanti riguardanti proprio i tuoi ex compagni...
CB: Ok, chiedi pure, ma ti anticipo: apprezzo tutti gli album dei Metallica, quindi non ti aspettare veleno da parte mia!
MM: No, Cliff, ci mancherebbe, però da te mi aspetto analisi intelligenti, non banalità.
CB: Vai tranquillo, la parola “banalità” non rientra nel mio vocabolario!
MM: Bene, partiamo con “…And Justice For All”, il primo album senza il tuo apporto…
CB: Scusa se ti interrompo: ad onor del vero il primo lavoro senza di me è stato l’EP “Garage Days”, che vedeva già la presenza di Jason in formazione…
MM: Cazzo Cliff, non te ne scappa una! Me ne ero scordato, che mi dici al riguardo?
CB: Che fu una mossa decisamente intelligente! I ragazzi con quella pubblicazione dimostrarono di saper reagire in modo costruttivo innanzi ad un momento molto difficile. E lo fecero nel migliore dei modi: attingendo energie dai classici. Misfits, Killing Joke, Diamond Head: era tutta roba che ascoltavamo da giovanissimi, e poiché era da lì che venivamo come band, fu logico ripartire proprio da lì! “Garage Days” non è sicuramente la miglior prova dei Metallica, che fino ad un momento prima erano stati in grado di esprimere una originalità fuori dal comune. Motorhead, AC/DC, Black Sabbath, erano tutte nostre fonti di ispirazione, ma diresti mai che in “Ride the Lightning" o in “Master of Puppets” andavamo a copiare questo o quell’artista? Eravamo innovativi come nessun altro! Ma dato il momento, invece di guardare in avanti, i Metallica hanno preferito guardare indietro! Come dire, è stato più che altro un sfogo finalizzato ad esorcizzare un disorientamento che poteva minare il percorso artistico della band. Ed allora ecco che fu tracciata una riga per ripartire: siamo, ehm, sono tornati un attimo bambini per poter affrontare il futuro con forze rigenerate. Un episodio interlocutorio, ma un passo necessario…
MM: Sì, perché da bambini i Metallica è come se fossero divenuti di colpo adulti con un album severo e, oserei dire, drammatico come “…And Justice for All” …
CB: Già, hai detto bene, con “…And Justice for All” i Metallica sono divenuti adulti. Ottimo lavoro, a mio parere: album feroce, tecnico, complesso, coerente con la strada che avevamo intrapreso a partire da “Ride the Lightning”. Ma anche al passo con i tempi: moderno, modernissimo, come se gli anni ottanta fossero già alle spalle… ed era ancora il 1988! Non credevo alle mie orecchie quando l'ho ascoltato per la prima volta, mi ricordo che non riuscivo più a toglier il disco dal piatto, era divenuta per me una vera droga…
MM: E della performance di Jason Newsted su quell’album che mi dici?
CB: Ah, perché c’è un basso in “…And Justice for All”?
MM: Oh, eccoci al punto…
CB: No, non fraintendere, non c’è malizia in quel che dico. Ritengo Jason un grande, sia come uomo che come musicista, il migliore che i Metallica potessero scegliere in quel momento. Il problema è che nel mixaggio il basso è sparito, è praticamente inudibile. A dirla tutta, anche la batteria ha un suono un po’ troppo secco: la produzione non era affatto buona, questo va detto... Visto che te l’ho trovato un difetto? (ride)
MM: E secondo te come mai la band si spostò verso sonorità di quel tipo?
CB: Che dirti, in parte penso che abbia influito la mia stessa morte: i ragazzi erano atterriti dal dolore, poi furiosi, tutta la loro incazzatura fu riversata in un album che, lontano da sterili sentimentalismi, non parlava di me, ma aveva nel mirino la politica e la società, da sempre temi molto cari ai Metallica…
MM: “Black Album”…
CB: “Metallica”, piaccia o meno, è stato anch’esso un passo necessario. Vedi, nel metal ci sono band che lavorano con il pilota automatico: ci si dà appuntamento in studio ogni due anni e ci si guarda negli occhi per capire cosa fare, e siccome nel metal ci sono musicisti di prim’ordine, capita anche che escano buoni album senza la dovuta ispirazione. Per i Metallica non è mai stato così: avevamo fatto parte di un’epoca fantastica, eravamo stati protagonisti di una vera e propria rivoluzione ed insieme ad Exodus, Slayer, Nuclear Assault e a quei pazzi degli Anthrax, avevamo praticamente inventato un nuovo genere, il thrash metal. Però ad un certo punto “basta!” avranno detto James e Lars. Da un lato c’era bisogno di un’immagine nuova, di un sound più maturo: eravamo partiti che non avevamo vent’anni e ora non era più tempo per correre veloci e gridare al mondo la nostra rabbia. Lo avevamo già fatto. E poi, a dirla tutta, c’era oramai chi lo faceva meglio di noi, basti pensare a tutte le band death e grind che si stavano formando. Ed allora si ebbe una inversione di tendenza: una maggiore attenzione alla melodia ed un approdo ad una rinnovata semplicità nelle strutture, che poi, in verità, questa semplicità era essa stessa il frutto di una ricerca, di una sintesi. Del resto, mi ricordo che James non ne poteva più di suonare pezzi di otto o nove minuti con decine di riff e continui di cambi di tempo: eseguire una “Blackened” in mezzo ad un concerto era divenuto veramente una rottura di coglioni…
MM: Vuoi dunque dire che nell'indirizzare le scelte stilistiche operate per il Black Album non pesarono affatto ragioni di tipo commerciale?
CB: Parliamoci chiaro: quando vendi tre milioni di dischi con il tuo ultimo lavoro e suoni del fottuto heavy metal, e non R&B, qualche domanda te la fai. E le ragioni commerciali per forza influiscono su quello che devi fare. Però lascia che ti dica una cosa: una “Enter Sandman”, una “Unforgiven” piacciono ad un pubblico ampio non perché sono commerciali, ma perché sono grandi canzoni! Chi le critica perché dice che sono troppo leggere od orecchiabili non ha capito nulla…
MM: Anche una “Nothing Else Matters”?
CB: Soprattutto una “Nothing Else Matters”! Stai tranquillo che un pezzo così non te lo scrive una Britney Spears…
MM: Quindi anche sul Black Album niente da ridire: nemmeno il sospetto di qualche riempitivo?
CB: Beh, qualche taglio l’avrei fatto, per esempio una “Don’t Tread On Me” non l’avrei inclusa, ma non ne faccio un caso di stato. Vedi, spesso si ascolta il metal facendo caso più alla musica che ai testi, ma anche un musicista heavy metal ha delle cose da dire. James, al di là delle sembianze da orsone buono, è sempre stato un ragazzo sensibile, pensa te che da giovane ha pure meditato sul suicidio. Aveva ed ha molte cose da dire, e il Black Album è stato un po’ come il suo canzoniere: ha espresso molti suoi sentimenti in quei testi, ma si è tolto anche diversi sassolini dalle scarpe. Vedi, un album è una cassa di risonanza fantastica: attraverso esso puoi comunicare con il mondo, è difficile fare selezione e scartare qualcosa di tuo che per te ha un significato. Se te lo fanno fare, tendi a metterci tutto te stesso. E se i Metallica avevano la liberà di farlo, perché dunque rimproverarli?
MM: Eppure continuo ad avere il sospetto che il processo non sia stato così spontaneo…
CB: Beh, ovviamente c’è da capire che i Metallica sono stati per un certo periodo la più importante rock band del mondo, impossibile che non subissero da un lato il fascino del successo e dall’altro le pressioni dell’industria discografica. Ma anche qui è bene svelare un arcano: detta come la dici tu, sembra che un giorno i Metallica si siano seduti ad un tavolo con Bob Rock ed abbiano deciso di pianificare un album per vendere di più, ma non è andata così. Tutto è molto più complesso: ci sono esigenze artistiche, personalità, paure, noia, soldi, dipendenze, sono tanti gli elementi che portano ad un determinato risultato…
MM: Passiamo dunque a “Load” e “Reload”, non mi puoi difendere anche quelli…
CB: E invece sì…
MM: Dai, è noto che i Metallica avrebbero dovuto sciogliersi dopo il Black Album e che hanno continuato solo per l’offerta milionaria fatta dalla casa discografica…
CB: Guarda, per soldi si fanno tante cose, si dà anche il culo, se necessario, ma di sicuro non si fanno tour mondiali, non si viaggia inscatolati in autobus di merda (ehm), non si cambia città ogni giorno per riproporre le stesse canzoni ogni sera…no, non c’è prezzo per lo stress da tournée, son cose che fai solo se sei motivato, se hai ancora la voglia e la passione per farlo. E poi si parla di persone che oramai i soldi ce l’avevano: conoscendo James, sono sicuro che se si fosse voluto fermare, avrebbe parcheggiato il proprio culo nel suo ranch e sarebbe rimasto a bere birra tutto il santo giorno sdraiato sulla sedia a dondolo in veranda. Poteva farlo, ma non l’ha fatto…
MM: E quindi “Load” sarebbe stato il frutto di una insopprimibile urgenza comunicativa?
CB: Chi fa rock lo sa: o sei Lemmy Kilmister, o ad un certo punto senti il bisogno di rallentare, di tirare i remi in barca, fa parte degli eccessi del rock. I Metallica venivano da un successo planetario che sinceramente nessuno si sarebbe aspettato. Da ragazzi di provincia si trovarono ad essere fra gli artisti più apprezzati del mondo. E’ tutto fantastico, ma anche stancante e tutta la stanchezza ti piomba sulla schiena nel momento in cui le luci si spengono e la giostra si ferma. A quel punto ti chiedi: chi sono? Dove sto andando? Vuoi tornare a casa, ecco quel che vuoi fare! E i suoni di “Load” e “Reload” hanno rappresentato un vero e proprio ritorno a casa. A quel country, a quel southern rock che era nel DNA di James, per esempio. Proprio perché percepisci un forte scollamento fra l'uomo e l'artista, fra quello che sei e quello che vogliono che tu sia, allora punti a ricongiungere i due poli: “Load” e “Reload” sono serviti proprio a questo, è stato un po’ come un “Garage Days” parte seconda, c’era bisogno di purificarsi di nuovo, ma questa volta bisognava andare ancora più indietro…
MM: Ed infatti nel 1998 usciva “Garage Inc” che inglobava il vecchio EP e nuove cover…
CB: Esattamente, vedi che tutto torna?
MM: Ok, posso anche capire che sia stata una fase così, ma “Reload”? Ce n’era davvero bisogno?
CB: Lascialo perdere “Reload”…
MM: Vuoi dire che non ti piace?
CB: No, qualitativamente il mio giudizio è il medesimo di “Load”, visto che si tratta delle stesse registrazioni, anzi, ti dirò, forse un pelino meglio. L’unica cosa che critico è che i grandi Metallica non hanno bisogno di operazioni di questo tipo, ripetersi a questa maniera. Ma capovolgendo il punto di vista, paradossalmente i Metallica hanno saputo stupire anche quella volta (ride).
MM: Quindi mi vuoi dire che se Cliff Burton fosse stato nei Metallica avremmo avuto comunque un “Load” e un “Reload”?
CB: Su questo non ti posso rispondere, la storia non si fa con i se…
MM: Però è un dato di fatto che il tuo nome viene associato a titoli come “(Anesthesia) Pulling Teeth”, “For Whom the Bell Tolls”, “The Call of Ktulu”, “Orion”…tutti mirabili esempi di un approccio ricercato e per certi aspetti progressivo al metal. Come può l’ispiratore e il coautore di simili capolavori eseguire il materiale sempliciotto contenuto in “Load” e “Reload”?
CB: Che dire, per me la vita qua è facile, non faccio un cazzo a giornate. In tutto questo tempo libero ho continuato a studiare, a sviluppare le mie linee di basso e con gli inizi degli anni novanta ho iniziato ad interessarmi prima al trip-hop e poi all’elettronica vera e propria. Questo mio interesse coincise con il momento in cui ripresi in mano il pianoforte: con i miei studi classici mi sono così cimentato in esperimenti ambient sulla falsa riga di Aphex Twin, artista che adoro e che considero il più grande genio dei nostri tempi. Ripeto: con tutto il tempo libero e la tranquillità di cui ho potuto disporre, ho avuto modo di riflettere, analizzare, studiare e sperimentare indisturbato. Ma se fossi stato on the road con gli altri ragazzi? Se avessi ricevuto le pressioni che loro hanno ricevuto da pubblico, critica ed industria discografica? Se avessi bevuto quanto hanno bevuto loro? Ma soprattutto: se fossi invecchiato come loro e non avessi mantenuto la mia freschezza, e fisica ed intellettuale, di perenne ventiquattrenne quale sono in questa sorta di Limbo? Cosa sarei io oggi? Potrei affermare con certezza assoluta che “Cliff Burton, dall'altro della sua genialità,” non avrebbe mai approvato la pubblicazione di “Load” e “Reload”?

Con questo quesito ci fermiamo ed interrompiamo temporaneamente la nostra chiacchierata. Quanto a voi, cari lettori, state pure tranquilli: la voce di Cliff tornerà prossimamente su queste pagine…


Tobe continued…