"Parlare di Musica è come ballare di architettura" Frank Zappa

20 dic 2015

TYPE O NEGATIVE: “BLACK NO. 1”


I MIGLIORI DIECI BRANI “LUNGHI” DEL METAL
INTERMEZZO II: “BLACK NO. 1” (TYPE O NEGATIVE)

Seconda puntata dello spazio dedicato ai tre brani che non siamo riusciti ad includere nella competizione ufficiale: dopo “We, The Gods” degli Anathema è la volta di “Black No. 1” dei Type O Negative, fuori concorso perché non classificabili né alla voce “metal classico” né a quella “metal estremo”, le categorie su cui abbiamo costruito le nostre due classifiche.


Riconducibile ad un empireo del metal che possiamo impropriamente definire “alternativo”, l'insolita proposta dei quattro newyorkesi non poteva per ovvi motivi essere contemplata nella rassegna relativa al metal classico. Qualche chance poteva invece esserci per quanto riguarda il fronte estremo, perché in effetti la creatura di Peter Steele un po' estrema lo è, non solo per i temi trattati nei testi (depressione, morte, dipendenza da droghe, sesso scabroso, xenofobia ecc.), ma anche per la sostanza musicale: doom esasperante a tratti, hardcore/thrash sparato in altri, lugubri atmosfere orrorifiche a fare da degno contorno!

Eppure i Type O Negative possiedono anche un seducente lato “pop” che li rende difficilmente inquadrabili nell'ampia e tortuosa mappatura del metal. Voce da orco cattivo e pesantezza sabbathiana si miscelano incredibilmente a melodie orecchiabili, dark fascinoso, humour nero, pose macho e ruffianerie assortite: ingredienti che hanno portato la band ad una certa popolarità, e non sicuramente nelle frange più estreme del metallo. Non potevamo dunque metterli assieme a coloro che utilizzano il medium del brano lungo per celebrare seriamente Satana o per sondare gli abissi della propria derelitta ed agonizzante interiorità!

Eppure i Type O Negative (hit da classifica e semplicioneria di fondo a parte!) si sono mostrati fin da subito attratti dai brani particolarmente lunghi, cosa difficilmente comprensibile se si pensa che essi non erano certo dei musicisti virtuosi, né hanno mai badato più di tanto alla complessità, e concettuale e esecutiva, della loro musica. Già dal debutto “Slow, Deep and Hard”, con la spregiudicatezza e la verve che contraddistingueva il carisma del mastermind Peter Steele, i Nostri erano in grado di confezionare brani assai accattivanti che vagheggiavano intorno ai dieci minuti. La nostra attenzione si concentra però sulla loro acclamata opera seconda: quel “Bloody Kisses” che di brani lunghi ne conta almeno tre!

Uno è “Christian Woman” (8:57), che parrebbe essere una suite divisa in tre parti: “Body of Christ (Corpus Christi)” è un bel brano goth-rock dal ritornello orecchiabile (divenuto non a caso singolo), “To Love God” è una piccola ballad acustica e “Jesus Christ Looks Like Me” ne è l'epilogo elettrico con tanto di cori gregoriani. Una composizione geniale, azzeccata in tutte e tre le sue componenti, ma che soffre di una scarsa coesione al suo interno, visto che i tre episodi potrebbero vivere anche autonomamente.

Un altro è “Bloody Kisses (A Death in the Family)”, incubo sabbathiano dalla durata di 10:55. Pur essendo considerabile come un “brano unico”, la title-track continua ad offrire uno schema decisamente elementare: qui i Nostri non fanno altro che ancorarsi ad un canonico formato-canzone e procedere lenti, dilatando all'inverosimile i tempi (il medesimo approccio con cui era stata stravolta “Paranoid” nel “finto live” “The Origin of the Feces”).

C'è infine “Black No. 1 (Little Miss Scare-All)”, che solca gli undici minuti e quattordici secondi ed è la più lunga del lotto. Scelta come primo singolo per promuovere l'album, essa circolerà anche in una versione ridotta che, nei suoi quattro minuti e mezzo circa, riassume efficacemente l'essenza della traccia intera. La lunghezza, del resto, non è mai stata per i Type O' Negative necessariamente un valore aggiunto: le idee rimangono poche, semplicemente si tira per le lunghe. Ma ciò non è di per sé un male se vi è la capacità di azzeccare continuamente strofe e ritornelli.

Ed è proprio il caso di “Black No 1”, che brilla di un bel ritornellone anthemico (fra i più riusciti della loro carriera) che nasce dall’intreccio fra il barrito baritonale di Steele (che ripete il titolo del brano scandendo bene e lentamente le parole) e il controcanto acido del chitarrista Kenny Hickey (voce raschiante ed acuta spesso chiamata ad alternarsi a quella del leader).

Musicalmente parlando, tutto parte con un giro di basso che non avrebbe sfigurato in un brano dei Nirvana (del resto quelli erano gli anni), presto seguito da una chitarra che ripete più o meno la stessa solfa. E’ semmai il carisma vocale di Steele ad illuminare il cammino dei Nostri, e non è un caso che all'epoca i Type venissero avvicinati proprio al nome di Danzig: rock scarno al servizio dell'ugola ossianica dell'ex Misfits. Ma io butterei nel calderone anche i Melvins, illustre precedente nella rilettura non ortodossa dei dettami sabbathiani.

Il drumming di Sal Abruscato è efficace e trasporta il pezzo con quel mid-tempo ruffiano che è tipico della band. Completano il quadro le rifiniture di tastiere di Josh Silver, meno invadenti del solito: qualche colpetto di organo qua e là, solite due note in croce a fare da tappeto. Con l’aggiunta di rumoretti vari, fra cui lo schioccar di dita che richiama palesemente la colonna sonora de “La Famiglia Addams”: dettaglio che rende bene l'idea dell'aria che si respira nel pezzo. “Black No. 1”, del resto, non è altro che la solita love-song a sfondo macabro di Peter Steele, e in essa viene dispiegato quell'armamentario di luoghi comuni da film dell'orrore di serie B (Halloween in testa!) che è tipico della sua poetica.

Ma cosa diavolo succede in questi undici minuti? In realtà i Type ci fregano alla loro maniera, inserendo nel mezzo un altro brano, con tanto di ritornello: “Loving you was like loving the dead” sono le parole che Steele ripete fino alla sfinimento, prima in solitaria su un sottofondo di clavicembalo e poi in coro con l'avvento di chitarra e batteria. Ma il bello, o meglio, la ragione del successo dei quattro newyorkesi era proprio questo: mescolare continuamente banalità di facile presa e colpi di genio in un contesto atipico che sapeva far coesistere mondi lontani, il punk con il doom, il dark con il glam (assenti, in questo caso, i famosi influssi beatlesiani, che emergono più prepotentemente in altre circostanze).

Vero è che il gothic metal si stava configurando proprio in quegli anni, ma “Bloody Kisses” usciva nel 1993, quando Paradise Lost, My Dying Bride ed Anathema erano ancora restii ad abbandonare il retroterra death da dove provenivano. Se in seguito queste band sarebbero approdate a lidi più soft, fu grazie anche al polverone “mediatico” che i Type O Negative seppero alzare intorno all'universo gotico, non solo a suon di videoclip e vincenti strategie di marketing, ma anche per la bravura nel saper carpire un interesse crescente intorno a determinati temi (interesse che si accrescerà successivamente grazie all'immaginario erotico/vampiresco che verrà introdotto dai presto in voga Cradle of Filth).

Un brano come “Black No. 1” dimostra soprattutto che non è affatto semplice scrivere musica di tal fattispecie se non c'è in qualche modo una forma di talento dietro. Lo vedremo con i pur dotati Paradise Lost, che passati al paradigma del pop si dimostreranno incapaci di scrivere buone melodie e ritornelli accattivanti. Lo vedremo con i Tiamat che, al netto delle prelibatezze pinkfloydiane, si renderanno responsabili di un sound povero ed impersonale. Lo vedremo con i Moonspell, ai quali non basterà il carisma vocale di Ribeiro (che fra l'altro guarderà con maggiore insistenza proprio allo stile di Steele) per salvare brani sempliciotti e privi di mordente. Presto essi sarebbero tornati all'ovile dell'Estremo, mentre i Type O Negative, fino in fondo, seppero raffinare la loro proposta, limare gli spigoli, lavorare sulle sfumature. E Steele crescere come autore.

In altre parole i Type O Negative insegnarono a tutti l'importanza di saper comunicare: erano anni infatti in cui il metal non sapeva più dialogare con l'esterno, in particolare con le nuove generazioni, sempre più perplesse innanzi alla leziosità stilistica, all'assolo straripante, agli acuti femminei. Ispirazione, personalità, coraggio, sapersi comportare/relazionare, carpire i concetti chiave: tante volte conta di più tutto questo che la mera preparazione accademica, i compiti di casa diligentemente svolti, il recitare a memoria la lezioncina assegnata...


Alla faccia di chi continua ad esercitarsi nell'oscurità e si domanda (come il palestrato con il fisico perfetto che va a giro in tuta di acetato e mocassini) il maledetto motivo per cui non riesce a sfondare!