"Parlare di Musica è come ballare di architettura" Frank Zappa

01 dic 2015

BAGLIORI DI VERITÀ NELL'"OLTRE" DEI CULT OF LUNA


Scrivo questo post in maniera istintiva. Mosso da un’urgenza interiore impellente. Sento che è l’unico modo per scaricare la tensione. Una tensione emotiva dettata dall’ascolto di un disco.

Non ricordo, in oltre vent’anni che ascolto Metal, che un album musicale mi abbia mai provocato queste sensazioni. Questo stato d’animo.

Premetto che sono un perfetto ignorante di post-hardcore metal. Non ne ho mai seguito la Scena. Non mi ha mai interessato. Conoscevo giusto i nomi, o al limite qualche singola canzone, dei gruppi seminali del genere, ma senza mai la giusta attenzione, senza mai un vero interesse. Neurosis, Isis…si, ok, la loro importanza mi era nota, ne avevo ascoltato qualche canzone. Ma l’amore tra me e questo genere non era mai sbocciato.

A cura di Morningrise

Fino ad oggi. Fino a far parte di questo Blog. Fino alla Rassegna sul “Nuovo Metal” del nostro Mementomori. Tramite questo splendido racconto, dipanatosi in modo così fluido e illuminante (e lo dico senza nessuna auto-compiacenza) mi sono detto: “Dai, mi ci rimetto su. Voglio riprovare ad ascoltare con maggiore attenzione questo genere. Se è così importante per l’evoluzione degli ultimi 15 anni della mia musica preferita, qualcosa di importante dovrà pur dire". 
Avrei dovuto cominciare proprio dai Neurosis, lo so. O dagli Isis.

E invece, per iniziare, mi sono procurato “The Beyond” dei Cult of Luna. Non so perché. Forse per il nome (ma quant’è bello il monicker Cult of Luna??!); o forse perché ho da sempre un debole per il metal made in Sweden. Sicuramente mi sono fatto guidare dalle poche righe a loro dedicate. E mai scelta fu più lungimirante.

Potrei mettermi perciò a descrivere con minuzia il disco. E non sarebbero di certo parole sprecate.

Mi piacerebbe raccontarvi dell’opener “Receiver” e di quanto sia devastante, capace di racchiudere in poco più di 8 minuti molto di quello che ci accoglierà poi nei restanti 65 primi: innanzitutto scoppi di violenza piscologica inumana, veicolati non solo dalla musica in sé, ma dall’interpretazione di Klas Rydberg capace di esprimere una sofferenza devastante. Nelle sue urla, così disarmoniche e al contempo perfettamente e armoniosamente legate alla musica, sembrano davvero convogliarsi le eterne domande dell’uomo (“chi siamo?”, “dove andiamo?”).

O di “Genesis”, top-song del disco: una canzone perfetta, che parte cheta per poi deflagrare in tempi medi di infinita potenza catartica. 11 minuti e mezzo di una bellezza indicibile (“andamento dei pezzi torrenziale, schema libero ed esteso minutaggio” scriveva il Nostro Mementomori, ricordate?), con una parte centrale che fa piangere per le emozioni che suscita.

O ancora di “The Watchtower”, un altro brano incredibile, dove viene messo in risalto l’abnorme lavoro del bassista Andreas Johansson, uno dei fulcri della band, e che si ritaglia per tutta la durata del disco un ruolo di primo piano. In una delle pause che la canzone si prende, subentra anche il dolce suono di un violino, a rendere ancora più pazzesca e spiazzante la proposta dei sei artisti di Umea.

E “Circle” poi? Dolcissima, con un intro pinkfloydiano e…no, no, no. Aspettate un attimo. Come dicevo non ha senso fare una recensione di questo tipo, parlare dei singoli brani. Non è l’idea con cui sono partito. Perchè questo disco è un flusso sonoro unico, un magma che ti riempie l’anima e il fisico (aaahh…infinita forza! infinita visione!).

No, quello che voglio raccontare in poche righe è di come i Cult of Luna siano riusciti ad accostare, e a fondere in un tutto organico, elementi che tra di loro sembrerebbero totalmente inconciliabili.
Anima e fisico, dicevo. Si, perché dentro le strutture aperte e malleabili della magnifica scrittura di cui è composto l’album, io ci ritrovo ogni cosa: innanzitutto una grande “fisicità”, appunto, data dalle suddette urla selvagge del singer, e da una distorta stratificazione elettrica che genera un wall of sound imponente e che incute una sensazione di soggezione spaventosa e al contempo affascinante
Un qualcosa che però, più che colpirti con violenza, ti avvolge come se avesse dei tentacoli, delle spire che con il loro movimento ti ammaliano e ti fanno cadere in una sorta di trance (aaahh…infinita forza! infinita visione!).
E questo grazie all’utilizzo, continuativo, di cambi di ritmo e di umori. Le bordate delle tre chitarre (si, in questo caso davvero le tre chitarre si sentono e servono alla resa complessiva…ogni riferimento agli Iron è puramente casuale) si alternano a parti rilassate, ad arpeggi a metà tra l’onirico e l’ambient. L’ascoltatore ha tempo così per respirare, riprendersi, lasciarsi cullare prima che venga investito da una nuova scarica metallica.
Ed è in questi frangenti che mi sono arrivati i "bagliori" di cui al titolo del post. Una sorta di spaventose epifanie. Perchè sembra quasi che nelle parti più potenti la band squarci un velo, quello della realtà quotidiana, per disvelare la vera natura delle cose. E, al vederla, non si può che urlare tutta la propria angoscia e la propria impotenza (e qui la funzione di Rydberg è decisiva).

Abbiamo sì la possibilità di distogliere lo sguardo, e non fissare l’abisso: la musica, nelle sue parti calme, ce lo consente; ma in sottofondo continuiamo a sentire, seppur in sordina, il singer che sembra, come noi, avere l’animo dilaniato e impotente.

Forse è anche la cover del platter ad avermi indotto questi pensieri: quell’occhio così penetrante (consapevole?) da cui scaturiscono lampi magnetici…sembra quasi che riesca ad arrivare, appunto, alla Verità. Ma, al contempo, non possiamo non notare che è racchiuso in una gabbia, fatta di robusti pilastri metallici, e che paiono non avere un inizio e, verso il basso, neppure una fine. Una prigione infinita, dunque.

Fisicità e spiritualità, violenza e dolcezza, rabbia e compassione, distruzione e ricostruzione. In “The Beyond” troviamo tutto questo. In un modo che solo il linguaggio metal in generale, e probabilmente il post-hardcore in particolare, può veicolare (aaahh…infinita forza! infinita visione!).

E alla fine del viaggio si è esausti, provati, svuotati; e, ad ascoltare l’ultimo brano del disco, “Further”, sembrano esserlo anche gli stessi CoL (le lacrime mi scendono nell’ascoltare, dopo un’ora e un quarto di musica, quel fraseggio di chitarra che si alterna ad accordi dilatati, pesanti e stanchi).

Esausti e svuotati, dicevo. Ma anche maledettamente più ricchi e consapevoli. Di cosa? Non saprei. Di un qualcosa di bello, questo è sicuro. E che sicuramente varia da persona a persona. Sono sensazioni troppo soggettive per assolutizzarle.

Non posso che chiudere con le stesse parole e gli stessi concetti che mi hanno fatto incuriosire e spinto a conoscere ciò che non conoscevo, citando ancora Mementomori:
I Neurosis accostarono l’inaccostabile, resero spirituale un genere fisico come l’hardcore, fecero diventare primitivo un genere avveniristico come l’industrial, e lo fecero con i tamburi, con monumentali e solenni accordi di chitarra distorta […], smaterializzando i suoni fino all’ambient…

Sostituite "Neurosis" con "Cult of Luna" e…buona scoperta a tutti coloro che ancora non li conoscono.
Io vado a tuffarmi in “Salvation”, il loro disco successivo.

Mi sento più leggero, adesso…aaahhh…INFINITA FORZA...INFINITA VISIONE…