"Parlare di Musica è come ballare di architettura" Frank Zappa

05 dic 2015

IL CONCEPT PIÙ IDIOTA DEL METAL: “VITTRA” (NAGFLAR)



Concept più stupidi di questo ve ne saranno senz’altro nel mondo del metal, però quello descritto in “Vittra”, opera prima degli svedesi Naglfar, non scherza affatto quanto ad idiozia.

Insieme ai grandi Dissection (che li precedettero di qualche anno) i Nagflar sono annoverabili fra gli iniziatori di quel caratteristico Swedish Black Metal che si basava sul felice incontro fra black metal (così come veniva forgiato dalla vicina Norvegia) e stilemi dell’heavy metal classico (Iron Maiden in primis). Alla stessa maniera in cui, in campo death, operavano i connazionali At the Gates, Dark Tranquillity ed In Flames, principali esponenti del cosiddetto Gothenburg Sound.

Vittra”, pubblicato nel 1995, è il loro capolavoro insuperato: dopo questo album, la produzione discografica dei Nagflar (tutt’oggi attivi) si assesterà su livelli dignitosi, senza però mai solcare le vette raggiunte con il loro folgorante debutto. Lo screaming carismatico e trascinante di Jens Rìden (oggi sostituito dietro al microfono dal bassista e membro fondatore Kristoffer Olivius) e le melodie coinvolgenti del chitarrista Andreas Nilsson sono sicuramente i punti di forza di una proposta che prevede un sound compatto e dinamico, efficacemente diversificato, caratterizzato da scorrevolezza e riff sempre ispirati riprodotti in felice successione. E poi l’atmosfera da Notte Fatale: giungiamo dunque al concept...

Il tema è anticipato dalla suggestiva copertina: un “notturno boschivo” dove un inquieto spirito femminile si aggira fra i rami fitti di una foresta. Verrebbe pertanto da pensare che i Nostri si siano rifatti al mitico “Bergtatt”, uscito qualche mese prima, ma scorrendo i testi ci renderemo conto che la storia narrata dai Nagflar, seppur sulla stessa falsariga, è sostanzialmente diversa: laddove per gli Ulver lo Spirito della Montagna finiva per prevalere in modo schiacciante sulla povera ragazza dispersa nel boschetto, per gli svedesi, come vedremo, gli esiti dell’avventura nei boschi saranno ben diversi.

“Vittra” ha dei testi che, se letti in modo superficiale (ossia dandogli una scorsa veloce, come feci io al momento della sua uscita), potrebbero sembrare anche entusiasmanti: essi sono infatti pregni di immagini suggestive e simbologie dal portentoso potere evocativo. Tuttavia, ad una lettura più attenta, tanta della magia va a farsi fottere…

La musica epica e battagliera dei Naglfar, infatti, farebbe pensare a chissà quali avventure nei boschi, quando invece, si apprenderà presto che nel corso dei nove brani non succederà un emerito cazzo. La storia è raccontata in prima persona, declinata al tempo presente e si pone alle nostra attenzione come una serie di impressioni sconclusionate. Iniziamo intanto a figurarci la scena: il protagonista, quello che vive gli accadimenti e ce ne fa l’immediata cronaca, non viene descritto nelle sue sembianze, ma tenendo conto che il suo modo di pensare è fortemente radicato nella filosofia black metal, non è scorretto figurarcelo proprio come un blackster, nero vestito e borchiato, con chiodo e capello lungo (il facepainting ce lo possiamo anche risparmiare, visto che i componenti della band non ne facevano uso). Meglio così, del resto, che in pullover ed occhiali da ragioniere...

Costui entra dunque nella foresta, poco prima del tramonto (“As the Twilight Gave Birth to the Night” è il titolo del primo brano), da solo e con la vaga idea di sacrificarsi (???), sedotto dalla luna e da altre amenità. Come partenza direi che non c’è male. Non fa in tempo a mettere i piedi fra i primi cespugli, che in pratica si ritrova già a ballare con streghe e troll (ecco i primi richiami al folclore popolare nordico) e bisogna dire che è a questo punto che si tocca il massimo dell’azione.

Il resto della storia verte su di lui che si aggira come un idiota per la foresta, sostanzialmente non combinando un cazzo ed anelando ad una “fusione” con la foresta stessa, che naturalmente inizia ad assume risvolti seducenti, mescolati naturalmente ad un ricco repertorio di orpelli malefici: venti del Male, luna funerea (la Funeral Moon dei Darkthrone?), la foresta che sussurra il suo nome (un po’ come cantavano un anno prima i Cradle of Filth in “The Forest Whispers My Name”), la volontà, da parte del protagonista, di regnare eternamente sulla foresta (chissà perché poi…). Nel secondo brano, “Enslave the Astral Fortress”, si parla di cieli stellati, aurore boreali e altri luoghi comuni del Nord Europa, ma nella sostanza non accade nulla di significativo.

Terzo pezzo (“Through the Midnight Spheres”) e il tizio è ancora lì che cavalca i freddi venti del nord, guidato dall’occhio del lupo ed accompagnato dal gracchiare dei corvi. E’ tutto un turbinio di spiriti che danzano intorno a lui (egli stesso danza e la scena non è delle più gradevoli: non si capisce lo stile, ma un blackster che piroetta in una foresta di notte non è bello a vedersi). E passo passo finisce per sentirsi superiore (come succede ai dervisci, che toccano la divinità ballando e volteggiando su loro stessi - ma penso che come interpretazione possa essere tranquillamente esclusa, considerata la non grande simpatia che il black metal nutre spesso per le culture non europee…).

Nella quarta traccia “The Ecplipse of Infernal Storms” (sembra un titolo degli Immortal!) si descrivono scene epiche, tipo lui che si mette in ginocchio, pronuncia il suo nome ad alta voce (immaginatevi la scena su voi stessi: in ginocchio nella frasche a gridare PAOLO ROSSIIIIIIIII), si sottomette alle varie forze della foresta ecc. Cancelli che si spalancano, nuove verità apprese, il tutto narrato in prima persona, cosicché non è ancora dato capire se è il protagonista ad essere un coglione per le foreste che si immagina tutto magari in preda ad un cartone imbevuto di LSD, oppure sta divenendo un semidio per davvero.

Al quinto pezzo, “Emerging from Her Weepings”, apprendiamo che siamo nella tredicesima notte. Ed allora le cose son due: o sono passate tredici notti e questo scemo sono tredici notti che si aggira per la foresta in preda alle più stronze delle visioni, oppure la notte è una e il Nostro si è recato in quei luoghi proprio in occasione della tredicesima notte (conteggio che però non è chiaro rispetto a che cosa). Nel frattempo sembra che abbia trovato la chiave dell'antica fiamma, la foresta inizia ad “infighettarsi”, apparendo sempre più sensuale e malinconica. Egli naturalmente cede al richiamo, strane scopate non si sa bene con chi o con cosa (potrebbe aver ficcato il cazzo in un buco di un albero o per terra, non ci è dato saperlo), ma dev'essere comunque stata un'esperienza elettrizzante: "Il mio sangue nella sua bocca" e dettagli di questo tipo accennano, nemmeno troppo velatamente, a meravigliosi amplessi con la Spiritessa” della Foresta. Il tizio, da parte sua, è infognato totale ed è divenuto il di lei zerbino ("I belong her").

Failing Wings”: l'onnipotenza post-scopata, ore e ore di esaltazione estrema ("The fullmoon I adore, and it's victory, I raise my hand with their blood in me, as blasphemy rains over me") ed è bello notare come la goduria del momento non basti a placare i dispiaceri che affliggono il turbato blackster, che non perde l’occasione di mostrare trionfalmente la sua indole blasfema. Del resto si è appena compiuta la sua Caduta: è il Male, bellezza...

Ma attenzione, nella title-track la Dea della Foresta, riavutasi dalla scopata, accompagna da qualche parte il Nostro, mi pare di capire verso l'Eternità. Nella successiva “Sunless Dawn”, a fianco di branchi di lupi (“riuniti nell’odio”..bah!), il genio si avvia verso la sua “alba senza sole”, prima piangendo, poi ridendo (tutte scene che, se associate alla figura del blackster, cerco di allontanare il più possibile dalla mia immaginazione), mentre la foresta svanisce, lui affoga nei Sogni Eterni e altre bellissime cose. Nell'ultimo episodio (“Exalted Above Thrones”) la Regina della Notte si rivela finalmente nella sua maestosità e, sorpresona!, il protagonista decide di tagliarsi le vene, naturalmente a mezzanotte (è ancora mezzanotteee???), mentre le fiamme più nere ardono e nella morte egli trova eternità ed onnipotenza...esaltato, diviene re, sposo, dello Spirito della Foresta, forse della Morte stessa...

In conclusione possiamo dire che tutto questo è semplicemente…geniale! Ebbene sì, vi ho mentito: il concept di “Vittra” non è idiota affatto. Invece delle solite sgozzate di caproni o calate di eserciti di demoni, i Naglfar ci confezionano un concept spirituale dove a dominare è l'interiorità del protagonista. Nella Notte Fatale, rito di iniziazione o percorso di formazione che sia, egli può vivere la sua esperienza mistica suprema. O, da un’altra prospettiva, egli può essere considerato come un invasato che si aggira per le foreste in preda a visioni di ogni tipo e che alla fine decide di ammazzarsi: posizioni, queste due, che in effetti nella filosofia black metal tendono a coincidere.

In questi nove quadretti confluiscono e convivono così: estasi panica, romanticismo, decadentismo, Eros & Thanatos, attrazione per il Male, culto della Morte, disagio e ribellione giovanili, misantropia, masochismo, feticismo, autolesionismo, nichilismo, satanismo, folclorismo e di traverso anche un po' di fascismo (con tutte quelle fiamme nere…). Come si dice dalle mie parti: a casa tua c'è tuttooo! C'è il salame, c'è il prosciutto, c'è ir budello di tu' maaaa !!!