"Parlare di Musica è come ballare di architettura" Frank Zappa

15 mar 2016

I MIGLIORI "BRANI LUNGHI" DEL METAL: VINCITORI E VINTI (parte seconda)



I MIGLIORI DIECI BRANI “LUNGHI” DEL METAL 
CONCLUSIONI E CLASSIFICA FINALE!


L’impresa è giunta a compimento! Dopo esserci tolti gli ultimi sassolini dalle scarpe (si veda la prima parte), ecco finalmente i dieci titoli (più uno) che vanno a comporre la nostra classifica dedicata ai migliori brani lunghi del metal. Una selezione inevitabilmente non esaustiva che cerca di racchiudere con equilibrio (sia a livello di generi e sottogeneri contemplati, che di ripartizione temporale lungo le decadi passate in rassegna) il meglio del metal visto dal punto di vista del “brano lungo”.

Suite articolate in sezioni, jam basate sull’improvvisazione, crescendo post-rock, epiche cavalcate, barocchismi prog-metal, iniezioni di orchestra e sinfonismi assortiti, il minimalismo dell’ambient, ma soprattutto la famigerata classica canzone dal ritornello anthemico infarcita ed allungata all’eccesso: il metal (tecnico o meno tecnico che sia) ha spesso ambito a costruire composizioni di elevato minutaggio, a volte sbagliando di brutto, altre rasentando il miracolo. 

Ecco dunque i nostri vincitori!

(Fuori concorso) “2112 (Rush, 1976) – 20:34
Li abbiamo voluti mantenere come antipasto, giusto perché le loro sonorità sono ancora troppo radicate nel background culturale del rock degli anni settanta per essere definite metal tout court. E tuttavia dovevamo per forza portarli in fondo, i Rush, perché la loro celebre suite a sfondo fantascientifico è l'antesignana di tante altre suite partorite in seno all’heavy metal negli anni e nelle decadi a seguire. Ma non solo: “2112” rimane di per sé un ottimo brano, sospeso fra energico heavy rock ed arditezze prog, capace di mettere in mostra sia la preparazione tecnica dei tre canadesi, che la loro bravura nell’integrare i diversi tasselli: tasselli che vanno a comporre un concept distopico degno di Aldous Huxley. Seminali!

10°) “At War With Satan” (Venom, 1983) – 19:57
Li abbiamo spregiati ed offesi, abbiamo riso di loro, gli abbiamo sbeffeggiati, ma alla fine ce l'hanno fatta, in culo a tutto e tutti! Cronos, Mantas, Abaddon non sanno chiaramente suonare una mazza, né sembrano possedere una visione chiara di come organizzare un componimento che sappia deviare dai binari del brano breve e veloce. Ma sono scaltri i Venom ed hanno spregiudicatezza da vendere. E così (non si capisce come, forse proprio grazie alla loro superficialità ed alla loro irresponsabilità!) riescono nell’impresa impossibile di mettere in fila venti minuti incredibili fra heavy classico, punk e rozzo proto-black metal! Eroici!

9°) “Black No. 1 (Type O Negative, 1993) – 11:14
Prima che ci sputiate, lasciateci spiegare! Ok, nemmeno i quattro di Brooklyn si possono definire dei virtuosi. I loro brani non portano chissà quale complessità: sono monotoni, ripetitivi, puerili, fatti di suoni lenti, slabbrati, un discorso evidentemente trascinato per le lunghe. Eppure i Type O Negative ci sanno fare: comunicano con l’ascoltatore, calamitano la sua attenzione strizzando l’occhio, fra movenze sensuali e trivialità assortite, all’universo dark. Prendete, fra le tante, “Black No 1”: un giro di basso degno dei Nirvana, incedere cadenzato, il fascinoso lamento baritonale del carismatico Peter Steele, che per l’occasione estrae dal cilindro un ritornello irresistibile che si stampa subito in testa e che non stanca praticamente mai. E la lunghezza del brano non grava sulle nostre palle. Irresistibili paraculi!  

8°) “Pelagial” (The Ocean, 2013) – 53:13
E' vero, avevamo deciso di non contemplare i cosiddetti album-brani (ossia quei concept-album che vengono fatti passare per una composizione unica), eppure, ascoltando e riascoltando “Pelagial” si è in noi fatta strada la convinzione che quest’opera di oltre cinquanta minuti un senso unitario ce lo abbia, eccome. Cristallina descrizione di una graduale discesa negli abissi dell’oceano e della coscienza umana, “Pelagial” è un viaggio fisico e metafisico al tempo stesso, e ci rapisce nel suo sviluppo travolgente, dai toni intimistici da semi-ballad dell’inizio, al doom asfissiante del possente finale, passando da progressioni post-metal e finezze progressive. Immensi!

7°) “The Drapery Fall” (Opeth, 2003) – 10:53
Ma se si parla di prog, non potevamo non considerare gli Opeth, “la band del brano lungo” per eccellenza. Si è visto come, nel caso degli svedesi, gli esempi da pescare siano innumerevoli: la nostra scelta, infine, è caduta su un brano della maturità in cui si sposano in modo sublime le efferatezze del death alle eleganti movenze del rock progressivo degli anni settanta. Il tutto condito dalla bellissima voce di Mikael Akerfeldt, diviso fra incantevoli vocalità pulite ed ottenebranti growl. Un esercizio di bravura che sa mettere insieme partiture intricate e gusto melodico, senza perdere di vista le emozioni. Unici!

6°) “We, The Gods” (Anathema, 1995) – 9:59
Beh, qui c'è da fare un discorso a parte. “Fra la politica e l'amore ho scelto l'amore”: così più o meno tuonava nel 2008 Clemente Mastella, ministro della giustizia (mentre faceva cadere il secondo governo Prodi, nda), nella strenue difesa della moglie inquisita. Alla stessa maniera, con altri intenti, noi oggi gridiamo: “Fra la burocrazia e l'arte scegliamo l'arte”. Se inizialmente avevamo deciso di escludere dai giochi “We, The Gods” solo per la sua durata (un secondo in meno rispetto ai fatidici dieci minuti che abbiamo adottato come durata minima per considerare i partecipanti a questo concorso), adesso intendiamo non solo ripescarla, ma anche innalzarla al cielo verso l’Olimpo dei momenti più emozionanti del metal tutto. Siamo dei fottuti sentimentali, lo sappiamo, e proprio non ce l'abbiamo fatta ad escludere questo splendido esemplare di gothic-doom: un crescendo di un’intensità unica, illuminato in tutta la sua durata da una sognante psichedelia degna dei Pink Floyd più visionari. Il canto spossato di Darren White, i suoi struggenti versi poetici sono il perfetto contraltare ai sublimi intrecci delle chitarre dei fratelli Cavanagh ed al basso cavalcante di Duncan Patterson. Da brividi.

5°) “Blood Fire Death” (Bathory, 1988) – 10:28
Accediamo alla top ten ed i duri entrano in gioco: Quorton è un eroe della musica estrema e la sua propensione al brano lungo non è stata un'eccezione nel suo modus operandi, ma una necessità dettata dalla volontà di coniugare epicità ed atmosfera come nessuno prima aveva saputo fare. Sarà grezzo, approssimativo e stonato come una campana, ma ha un cuore grande quanto il mondo intero, Quorton: un cuore che sentiamo pulsare in tutte le manifestazioni della sua arte. Ne abbiamo citate diverse, di queste manifestazioni, spingendoci persino alle più mature estrinsecazioni viking (“One Rode to Asa Bay” e “Twilight of the Gods”), ma alla fine a spuntarla sono i dieci coinvolgenti minuti di “Blood Fire Death”, belligerante manifesto di un Nord che non china la testa innanzi alle istanze conquistatrici del Cristianesimo: arpeggi di chitarra acustica, possenti riff, ritmiche marziali, una voce sgolata che si dona al mondo fino all’ultimo centimetro di corda vocale! Il black metal prima del black metal: un gigante.

4°) “Det Som En Gang Var” (Burzum, 1994) – 14:21
Poniamo a malincuore il “buon” Varg Vikernes al quarto posto, perché per noi lui era il vero vincitore morale. Poeta mistico, musicista ispirato, mai nessuno come lui nel metal è riuscito a dare così tanto con un così esiguo impiego di energie. I suoi brani sono minimali e si limitano ad alternare tre o quattro temi, ma con che risultati! “Det Som En Gang Var“, capolavoro espressionista di un cantautorato elettrificato che solo per convenzione definiamo ancora black metal, è uno dei momenti più alti mai manifestati nel Reame del Metallo quanto a capacità di descrivere sensazioni ed evocare immagini, paesaggi dell'anima. Un enigma.

3°) “A Change of Seasons” (Dream Theater, 1995) – 23:06
Poniamo invece con fatica Petrucci & Co. al terzo posto, perché la loro leziosità non ci è mai andate a genio. Ma è necessario dare a Cesare quel che è di Cesare e i cinque bostoniani in questa suite fanno davvero miracoli, consegnandoci un prog-metal all'apice della sua complessità esecutiva. Il tasso tecnico sfoggiato dai cinque è forse il più alto mai registrato negli ambienti metal, ma la faccenda qui non si circoscrive al virtuosismo dei musicisti, in quanto le sette sezioni del brano si integrano alla perfezione, fra melodia e funambolismi, il tutto mosso da grande ispirazione e riverniciato con l’argento vivo che i ragazzi si portavano addosso. Ogni cosa è veramente al suo posto e se lungaggini del Teatro dei Sogni non ci hanno mai fatto impazzire, dei ventitre minuti di “A Change of Seasons” non ne va sprecato nemmeno uno. Nel loro campo, insuperabili.

2°) “Keeper of the Seven Keys” (Helloween, 1988) – 13:38
Lo abbiamo detto più volte e siamo consapevoli di essere divenuti noiosi, per questo ve lo diciamo per l'ultima volta e in modo breve e coinciso: “Keeper of the Seven Keys” è secondo noi un brano perfetto. E non solo per l’universo power. Le Zucche di Amburgo a questo giro non sbagliano davvero un colpo: tredici minuti portati avanti con equilibrio, classe, gusto melodico e grazia compositiva. E con un ritornello epocale da tramandare ai posteri. Perfetti.

1°) “Rime of the Ancient Mariner” (Iron Maiden, 1984) – 13:36
Come già sostenuto a suo tempo, a noi di Metal Mirror la perfezione non basta, per questo abbiamo voluto incoronare vincitrice “Rime of the Ancient Mariner”, esempio di pura e concentrata genialità metallica. Non sono probabilmente la miglior heavy metal band della storia, ma gli Iron Maiden scrivono con questo loro colossale brano un pezzo importante della nostra storia. E nessuno lo potrà negare. “Rime of the Ancient Mariner”, scaturita dalla penna ispirata di Steve Harris, è heavy metal allo stato puro: imprevedibile, coinvolgente, emozionante, essa fotografa un ensemble al top della forma fisica e dell’affiatamento. Epicità, atmosfera, ma soprattutto coglioni, grandi coglioni, enormi coglioni al servizio di una cavalcata che nel metal non ha eguali. Ritmiche in continuo mutamento, riff rocciosi, un intermezzo atmosferico che ha fatto epoca ed una ripartenza di quelle che non si dimenticano. Con un Bruce Dickinson integerrimo e il poema di Coleridge ad aggiungere gloria alla gloria. Insuperabili.

E con questo è davvero tutto, cari lettori: termina qui la nostra rassegna, nella consapevolezza che noi, che l'abbiamo scritta, ci siamo enormemente arricchiti; e nella speranza che voi, che l'avete letta, vi siate arricchiti almeno quanto noi.