"Parlare di Musica è come ballare di architettura" Frank Zappa

07 mar 2016

THE OCEAN: "PELAGIAL"



I MIGLIORI DIECI BRANI “LUNGHI” DEL METAL
APPENDICE III: “PELAGIAL” (THE OCEAN)

Se ogni regola è fatta per essere infranta, contravveniamo volentieri ai nostri dettami secondo i quali, ai fini della selezione dei migliori “brani lunghi” del metal, ci eravamo imposti di non considerare gli album composti da un solo brano, o meglio, gli album che vengono fatti passare per un solo brano.


Con ben in mente quella legge sociologica per cui “se più individui si riuniscono, fanno un gruppo, ma se il numero degli individui cresce, da un certo punto in poi l’agglomerato tenderà a dividersi in più sotto-gruppi”, avevamo deciso di escludere dalla nostra trattazione quella strana tendenza a realizzare l’album-brano. Per noi il “brano lungo” (sia esso una suite, una jam o semplicemente una canzone “infarcita e tirata per le lunghe”) deve mantenere una sua identità, una sua ragione d’essere in quanto entità autonoma e coerente con se stessa. Cosa che non si può certo dire di un “A Pleasant Shade of Gray” dei Fates Warning o di un “The Incident” dei Porcupine Tree, in cui le varie “sezioni” hanno proprio le fattezze di singole canzoni (con tanto di ritornello e sviluppo autonomo), legate da un concept narrativo e da due o tre temi ripetuti qua e là per conferire un senso unitario al tutto.  

Però c’è sempre un’eccezione che conferma la regola. Poiché non ce la sentivamo di lasciarci alle spalle quella galassia di band ambiziose che hanno tentato l’impresa dell’album composto da un unico brano, ci siamo chiesti se per caso vi fosse un’opera che fosse in grado di collocarsi un attimo prima di quel fatidico “momento di rottura” in cui l’impianto sonoro inizia a scricchiolare e a scomporsi in episodi isolati, perdendo così di identità. Gli Edge of Sanity di “Crimson” potevano essere il nostro caso, ma se certo quell’album non si può definire un insieme di brani, c’è comunque da dire che esso soffre di una eccessiva frammentarietà: si ha l’impressione che la prodigiosa band capitanata da Dan Swano sia in grado di legare fra loro i pezzi solo fino ad un certo punto, ma che di tanto in tanto abbia bisogno di fermarsi e di ripartire. Sarà un’esigenza fisiologica, ma si perde quella scorrevolezza e quel senso unitario che pretenderemmo da un’opera che ambisce ad essere un’entità sonora unica. Sul fronte opposto troviamo i Meshuggah di “CatchThrtythree”, coerenti fino alla nausea: la loro operazione è inevitabilmente un qualcosa di compatto, ma le forzature sono troppe e il tutto finisce per suonare come un esperimento fine a se stesso, peccando la band di quella autoreferenzialità che va a minare lo spontaneo svolgimento che un brano ha nella sua parabola di vita.

L’equilibrio fra questi due opposti lo troviamo così in una band assai giovane, espressione dell’ultima generazione di formazioni appartenenti al filone post-metal: gli Ocean dell'instancabile Robin Staps. “Pelagial”, con i suoi cinquantatre minuti e tredici secondi di durata, può essere infatti considerato ancora come un unico brano.

Anno 2013: per ogni band dedita al metallo “pensante”, giunge prima o poi il fatidico momento del concept. Per una band fuori dal comune come gli Ocean, per i quali il concept è la regola e non l’eccezione, l’asticella dell’ambizione si alza ulteriormente: giunti al sesto full-lenght, dopo una serie di lavori oscillanti fra il buono e l’ottimo, fra cui gli ultimi due superlativi album cugini Heliocentric” e “Anthropocentric” (parti speculari del medesimo concept - appunto!), il fisiologico obiettivo sfidante a cui mirare rimaneva l’album-suite. “Pelagial”, è vero, si divide in undici sezioni, ma solo per la comodità dell’ascoltatore, che magari può interrompere e riprendere l’ascolto con maggiore leggerezza: quelle sezioni, prese singolarmente, hanno infatti davvero poco senso, perché l’album brilla di una coesione e di un equilibrio fra le sue parti che ha del miracoloso.

Com’è che i tedeschi sono riusciti nell’impresa laddove gli altri (anche i più grandi) hanno fallito? Aiuta senz’altro l’elevata preparazione tecnica, presente un po’ in tutti i reparti, ma forse il segreto sta nelle vicissitudini che hanno caratterizzato la realizzazione di “Pelagial”. L’album era stato infatti concepito inizialmente come strumentale (salvo un paio di pezzi, che originariamente dovevano ospitare la voce), scelta dettata anche dai problemi alle corde vocali denunciati dal cantante (ormai in pianta stabile nel collettivo) Loic Rossetti. La band si è quindi dedicata con maggiore dedizione e rigore nella definizione di una composizione che fosse dotata di senso anche senza la componente vocale: uno sforzo, sia sul fronte della scrittura che su quello degli arrangiamenti, che ha giovato sicuramente in termini di omogeneità e scorrevolezza.

A registrazioni terminate, tuttavia, Rossetti si dichiarerà in grado di prestare la sua ugola alla causa. E meno male che si è optato per questa soluzione, perché altrimenti non staremmo qui a parlarne: ascoltando la versione strumentale (che è stata inclusa come bonus disc nella confezione del cd), ci rendiamo conto quanto essa, nonostante tutte le accortezze adottate dalla band, soffra ancora di quella “sindrome della frammentarietà” che abbiamo riscontrato altrove. E’ la versatile voce di Rossetti che ci mette una pezza sopra, attirando continuamente l’attenzione dell’ascoltatore e sviandola dai certi passaggi più anonimi: un po’ come uno specchietto per le allodole, quella voce ci distrae e ci fa percepire il tutto come un coinvolgente e continuo flusso sonoro. Sarà forse stato un caso fortuito, ma probabilmente il segreto di “Pelagial” sta proprio in questa doppia fase: rigorosa preparazione prima, opera di “riverniciatura/copertura” dopo. E il giochetto funziona!

Aiuta anche il carattere “graduale” del concept (impostazione non nuova nella storia della band, che adottò un approccio simile in “Precambrian”): in “Pelagial” non si racconta una storia (con le sue vicende, i suoi alti e bassi, i suoi colpi di scena). In esso si intende piuttosto descrivere le diverse fasi che caratterizzano la progressiva discesa nelle profondità dell’oceano (vero punto di approdo artistico, in tutti i sensi, per una band che si chiama appunto Oceano). Processo di progressiva immersione che non si risolve in una mera questione di pascal. Da un punto di vista “superficiale”, infatti, l’idea sarebbe quella di descrivere le sensazioni di pressione crescente che si vivono scendendo dalla superficie alle profondità più insondabili della massa acquea. E la musica dovrebbe in tal senso procedere di pari passo, in modo liquido (appunto), dall’elegante piano jazzato dell'incipit (spruzzi e lazzi di una schiumosa superficie appena increspata) all’opprimente ed asfissiante doom (abissale, potremmo dire!) che si impone nella parte conclusiva dell’opera.

Fuor di metafora (quella “marina”, intendo) il viaggio assume valenze psicologiche e persino esistenziali. Non a caso il concepimento dell’album trae ispirazione dal film “Stalker” del cineasta russo Andrej Tarkovskij, fantascientifico per modo di dire, che narra dell'estenuante ricerca della “Zona”, la stanza dove possono avverarsi, al di fuori di ogni legge della fisica, i sogni e i desideri più intimi. Solo per motivi legati ai diritti d’autore, le frasi tratte dai dialoghi del film non sono divenute i testi che sarebbero stati enunciati da una voce fuori campo (idea originaria di Staps) da incuneare lungo il multi-stratificato blocco strumentale che compone il corpus dell’album.

Gli Ocean, musicalmente parlando, sono sicuramente la punta di diamante del metallo odierno: a metà strada fra Isis, Cult of Luna, Opeth e gli indispensabili Tool, riescono a coniugare melodia, tecnica, potenza ed intelligenza per quanto ciò sia possibile fare con chitarre, basso e batteria (e con qualche sporadico intervento di tastiera e di un set di archi). Se il filone di appartenenza è sempre quello del post-hardcore/post-metal, c’è da dire che le antiche scorie di caos hardcoreggiante, sopravviventi nella sola voce “strillata” di Rossetti (quando strilla ovviamente, perché in verità non sono poche le parti pulite), sono un lontano ricordo. Di post qua rimane solo l’idea del crescendo melodico mutuato dal post-rock, per il resto gli Ocean suonano a tutti gli effetti progressivi, avvicinandosi a tratti al prog metal, portandosi ulteriormente avanti lungo quel tracciato che, originato dai Neurosis, si era “ripulito” con gli Isis, di cui gli Ocean sono indubbiamente discepoli.

Il risultato? Forse un metal fighetto, con in prima fila un Rossetti che a tratti sembra un adolescente ben dotato alle prese con la giuria di un qualsiasi talent show; forse un metal fighetto, si diceva, ma sicuramente un metal maturo, tagliato e confezionato talmente bene che proprio non ce la fai a recriminargli nulla. Non gli recrimini nulla perché gli Ocean vogliono bene a chi li ascolta. Se è vero che tutto si basa sull’idea che la musica (coerentemente con il concept) si appesantisca mentre l’ascolto procede, c’è da dire che gli Ocean non sono “meccanici” come i Meshuggah, che tracciano una premessa e procedono lineari, in modo logico, fino alle estreme conseguenze, a costo di sacrificare completamente il lato comunicativo della loro musica (cosa che fanno sistematicamente).

Gli Ocean, di contro, sono fin troppo indulgenti con il loro ascoltatore: tengono una direzione precisa, concedendosi però quelle piccole incoerenze che sono il sale dell’atto artistico che è finalizzato al benessere di chi ne fruisce. Per intenderci, essi partono sì leggeri ed arrivano sì pesanti, ma nel bel mezzo del tragitto fanno in modo che capiti un po’ di tutto, con parziali (ma necessari) passi indietro. Del resto è naturale che la discesa negli abissi non sia cosa facile per chi l’affronta e che la pressione della massa acquea tenda continuamente a sospingere verso l’alto il corpo che ostinatamente intenda scendere nella direzione opposta. E così il sound si appesantisce gradualmente, ma conservando un moto oscillatorio, fatto di spinte in avanti (a tratti divenendo quasi death metal, con tanto di blast-beat) e rispettivi rinculi (retrocedendo persino alla ballata che rasenta i neo-melodici napoletani). Ed è un bene, perché altrimenti l’ascolto sì che sarebbe stato pesante (in tutti i sensi)!

Belle melodie, continui cambi di ambientazione e profusione di tecnicismi a gogò (in particolare sul fronte delle ritmiche e degli intrecci di chitarre), il tutto ammaestrato con un discreta capacità di sintetizzare la soluzione giusta e renderla nel modo più funzionale possibile, esaltandola nel giusto contesto, con le giuste attese.

Se poi tutto questo sia o no un solo brano, spetta alla sensibilità del singolo a deciderlo: di sicuro gli Ocean ci vanno molto vicini…