"Parlare di Musica è come ballare di architettura" Frank Zappa

30 lug 2015

LE DIECI PIU' ATROCI CANZONI D'AMORE METAL - OTTAVA POSIZIONE: "CRY FOREVER" E QUEI PIAGNONI DEI VIRGIN STEELE


In una recente intervista a proposito del loro ultimo lavoro, David De Feis commenta l'evoluzione dei Virgin Steele con il solito argomento “non possiamo rimanere ancorati alle prove del passato” e precisa che i fans non possono aspettarsi sempre un altro “Age of Consent”.

Viene decisamente da sorridere al pensiero che ogni epoca ha i suoi miti: ai tempi in cui fu pubblicato, "Age of Consent" fu quasi stroncato senza appello e criticato come il disco del tradimento commerciale, uno di quegli esperimenti di commercializzazione che mirava a catturare il pubblico dell'hard melodico, sia per le sonorità (tastierose) che per i temi trattati (non mitologia guerriera, ma mitologia da adolescenti in cerca di topa con risultati alterni).


Sul piano lirico "Age of Consent" è un'altalena fra episodi ruggenti ed altri melliflui, o meglio melensi, visto il piglio poco dignitoso risultante da una miscela di autocommiserazione corretta con un dito di onnipotenza frustrata. Il solito paradosso dell'amore metallaro: Lei mi ha lasciato ma andrò a liberarla dal mago cattivo che la tiene prigioniera dell'incantesimo. E che nel frattempo probabilmente la tromba...

Va dato atto che i Virgin Steele tentano di dare una pennellata di erotismo al tutto, con la goffaggine tipica del metallaro medio, che millanta prestazioni da urlo proponendo metafore a base di cavalli che galoppano, fuochi che si levano nell'aria e spade sguainate. Musicalmente parlando il lavoro non è disprezzabile, molto “glassato” a causa delle tastiere a tappeto e di sonorità chitarristiche abbastanza “soffici”. Sui testi invece si tocca un fondo irrecuperabile.

Dovessimo ricostruire una linea narrativa, che probabilmente non c'è, potrebbe essere la seguente (ci riferiamo naturalmente alla tracklist originale, e non a quella della riedizione del 1997): lui conosce una e trombano (chi sia lei è totalmente irrilevante: è una che gliel'ha data e questo basta per innescare l'epica della topa perduta), anche se lui rischia una denuncia per corruzione di minorenne (lei ha diciassette anni, un cuore d'angelo, ma è sufficientemente zoccola, per cui il nostro si sente ampiamente giustificato ad arrembare). Un pezzo intero, che dà il nome al disco, è dedicato al bruciante tema dell'abbassamento del limite per la maggiore età dai diciotto anni ai diciassette: tema per cui -va dato atto- nessun altro gruppo si è speso in maniera così drammatica.

La famiglia di lei non è d'accordo e la banalità del tutto viene gonfiata per ottenere un effetto-ribellione: “E ti dicono che sono uno poco affidabile, che sono un demonio e chi ti farò soffrire, dicono che sei troppo giovane per avere sentimenti e che il mio amore è una menzogna”. Ma anche e soprattutto per arrivare al dunque: “Ma non sanno che stupenda sensazione mi dà averti tra le mie braccia, ti introdurrò ai piaceri proibiti della vita, farò di te una donna, ti farò cavalcare sulle ali della notte, so che è quello che vuoi”.

Naturalmente poi il sogno finisce ("Tragedy") perché lei lo lascia (o come icasticamente suggerito dall'espressione toscana per indicare questa circostanza, "lo càa"). Rimanendo dentro la metafora, l'eroe ferito se ne resta proprio come uno stronzo, senz'arte né parte, collocato dietro a un cespuglio per pura comodità, aggredito dalle mosche, e non si fa una ragione della propria mutata condizione. Si continua a chiedere “Chi ha ucciso il nostro amore?” e si risponde in maniera abbastanza chiara “Quando trombi con lui pensi a me? Mi somiglia, ti fa le cose che ti faccio io? Un bicchiere rotto, una rosa stracciata, il sangue sgorga dal mio animo, tu ferisci, ma non mi uccidi mai”.

A livello testuale stiamo veramente toccando il fondo, sia dal punto di vista letterario che dal punto di vista del messaggio, diseducativo per la gioventù metallara. Già dai tempi di Battisti/Mogol si sapeva che quando la ragazzina diventa donna, sfugge di mano: “Cosa vuol dir “sono una donna ormai”, ma quante braccia ti hanno stretto tu lo sai, per diventar quel che sei.....io non conosco quel sorriso sicuro che hai, non so chi sei, non so più chi sei mi fai paura oramai, purtroppo”. Morale: la generazione dei nostri genitori o nonni, educata da Battisti, era già molto più avanti di noi che stiamo a guardare a questi bamboccioni borchiati.

Migliori i momenti più epici. L'eroe sente ancor ancora viva la passione come un leone in inverno che corre contro il destino ed è ancora costretto e pungolato dalle catene infuocate dell'amore ("Chains of Fire"), buon ossimoro che rende bene la forza e la schiavitù regalata/imposta dalle passioni amorose. In mezzo a questa valle di lacrime il metallaro combattente si concede una parentesi di sofferenza più nobile e versa qualche calda lacrima anche per l'Incendio di Roma, narrato con epico slancio. Alibi penoso: il tutto è solo un delirio escatologico in cui il nostro immagina se stesso morire nell'incendio tra le braccia della compagna incinta, con la consolazione che il loro figlio proseguirà la sua stirpe. DeFeis si (e ci) commuove per tutto il pezzo circa la sorte di Roma che brucia in un grande Incendio (supponiamo quello famoso attribuito volgarmente a Nerone), per poi chiudere invitandoci a “piangere per Pompei” (e la cosa è più che voluta visto che il titolo è "The Burning of Rome" – sottotitolo “Cry for Pompeii”). Una delle più belle canzoni del metal epico rovinata da questo tragico sfondone che confonde i sette colli con il Vesuvio. O forse la frase di chiusura va intesa come “piangiamo per l'Incendio di Roma, e già che ci siamo, a proposito di incendi e simili, toh, ci dispiace anche per Pompei”.

Di ritorno da questa febbre delirante, si piomba presto di nuovo nello sconforto totale e indecoroso ("Cry Forever"). Ed è questa canzone che prendiamo a simbolo dell'intera storia, un fondo toccato ampiamente...

Avrei dovuto imparare a non guardarti negli occhi
perché in questo modo non posso evitare di pensare all'amore che abbiamo condiviso
La tua magia vivrà per sempre, mi hai rapito il cuore
Come potrei dimenticare te, e le nostre trombate
Sembra solo ieri quando ti stringevo tra le braccia, e tu mi sussurravi dolcemente “non ti lascerò mai”

Piangerò per sempre, per i sogni che avevamo
dov'è finito il nostro amore, mi pensi qualche volta ?
Piangerò per sempre, per i sogni che non avremo mai più
Mi hai fatto innamorare, e poi mi hai voltato le spalle

Ricordo che eravamo stesi uno accanto all'altro
Il tuo cuore batteva piano, dolcemente insieme al mio
La tua faccia come quella di un angelo, che mi sorrideva
La smania e la passione, il nostro amore non aveva freni
Ora il ticchettio dell'orologio rimbomba in questa stanza vuota
Le immagini mi perseguitano come una candela nel buio
Ti ho sognata ieri, e l'immagine era così chiara
di me e te insieme, senza dolore lacrime o bugie
Mi sono svegliato stamattina, e ti avevo ancora in testa
Avrei giurato che tu fossi con me, ero ancora indietro nel tempo
Immagini di questa notte, non riesco a sopportare la luce del giorno
Ho bisogno di qualcuno che stia al mio fianco, che non mi abbandoni mai

L'unica dignità di testi come questo, come già dicevamo per le altre canzoni, è il fatto che riproducono fedelmente un fenomeno tipico della psicologia amorosa maschile, e cioè l'incapacità di andare oltre. Per capire meglio ricordiamo ancora un famoso testo di Mogol, quello di “Mi ritorni in mente”, che diceva: “Mi ritorni in mente, bella come sei, forse ancor di più”. Anche lì si parlava di una che se n'era andata con un altro e che nei sogni del protagonista diventava, non potendo esserlo nella realtà (in cui era una troia), un angelo caduto in volo: più bella nell'immaginazione che nella realtà, cosicché l'amore rimaneva vivo nonostante i fatti. Non potendo eliminare l'immagina della persona amata, perché questo significherebbe rinunciare all'amore perduto, l'innamorato tradito o abbandonato finisce per angelicare una che l'ha già incornato. Una variante degenerata del dolce stil novo, in cui la donna angelicata era perlomeno quella sognata, ma ancora non posseduta, e che si poteva almeno supporre “onesta”.

Il delirio termina come al solito con la prospettiva impossibile dei due che vivranno in eterno giovani e forti ("We Are Immortal"), a dispetto di una realtà che si è definita diversi brani prima come un due di picche secco e indiscutibile. A costo di improbabili deliri, se l'amore è finito non si va avanti e la fine non è accettabile. E per ora, all'ottava posizione, questo è assodato.


A cura del Dottore

(vedi classifica)