"Parlare di Musica è come ballare di architettura" Frank Zappa

3 mar 2020

2015 - 2020: CINQUE ANNI DI METAL, CINQUE ANNI DI METAL MIRROR


Cinque anni sono un lasso di tempo strano. 

In cinque anni un neonato, che sa appena piangere e cagare, diventa una persona, un essere autonomo che cammina, parla, desidera ed agisce di conseguenza, un’entità sociale con una personalità strutturata in grado di relazionarsi consapevolmente con gli altri e pronto ad affrontare quel livello di maggiore complessità che introdurrà a breve la scuola elementare. 

Cinque anni, tuttavia, non sono neanche la metà del tempo che ci vuole ai Tool per fare un nuovo album... 

Più o meno cinque anni fa ultimavo il mio primo post su questo blog, ricordo ancora le sensazioni: aggiungevo e toglievo virgole, ponderavo i contenuti, levigavo le forme, contenevo i voli pindarici per non risultare incomprensibile o varcare la soglia dell’impazienza. 

Oggi invece me ne sbatto, per risparmiare tempo faccio l’esperimento di dettare questo post al mio telefono. Mentre parlo al mio dispositivo con voce artificialmente rallentata come se fossi a registrare un intro per un album dei Nightwish o degli Ayreon, mi guardo intorno e, pensandomi un idiota, mi rendo invece conto di essere perfettamente in linea con un mondo di follia fatto di altre persone che parlano ai loro cellulari, o hanno lo sguardo incastonato nel piccolo schermo ove passano le immagini dell’ultima serie di Netflix, isolati dagli auricolari che non hanno neppure più i fili. Sembra di essere nel futuro, in quei romanzi o in quei film di fantascienza che ritraevano inquietanti società distopiche. 

L’avanzare dei sovranismi, la Brexit, Trump e il trumpismo, il movimento #Me-Too, il terrorismo islamico, le stragi dei suprematisti bianchi, l’Amazzonia che va a fuoco, l’Australia che brucia anch'essa, Greta Thunberg e i cambiamenti climatici, e adesso anche il Coronavirus, con selfie, Tinder, hip-hop, trap e twerking a fare da sfondo. Ne sono successe di cose in cinque anni. 

Eppure in questo ultimo lustro il metal sembra essere rimasto a guardare impassibile, auto-riciclandosi senza nemmeno troppa convinzione. Tanti, tanti album, ogni volta o un po’ meglio o un po’ peggio della volta prima. Quasi mai niente di sensazionale. 

Se il primo post di Metal Mirror si affacciava sul web il 3 marzo 2015, pochi giorni dopo sarebbe uscito l’ennesimo album degli Enslaved, cosa che di per sé non farebbe molta notizia, se non fosse per il fatto che gli album degli Enslavad, con il senno di poi, sarebbero stati considerati fra i migliori del metal nel decennio. Ed è tutto dire. 

Post-hardcore e post-metal erano ormai neve sciolta al sole, il prog, da parte sua, avanzava nei cuori di tutti noi: Steven Wilson retrocedeva agli anni ottanta, i Dream Theater andavano sul sicuro con un album così lungo che dobbiamo ancora finire di ascoltare. Michael Akerfeldt ha semplicemente rotto i coglioni, e meno male che ci sono gli Haken e i Leprous. Devin Townsend, da parte sua, continua ad estrarre conigli clamorosi dal suo cilindro. 

Nel frattempo si festeggia il ventennale di questo disco epocale e il trentennale di quell’altro ancora più seminale, si va allo stadio a vedere per l’ultima volta i nostri beniamini nel loro tour di addio, con la certezza che li rivedremo l’anno dopo per il successivo tour d’addio. 

Meno male che i Vektor riesumano il thrash (nel 2016?!?), gli Ulver firmano il loro gioiello pop, gli Schammasch (e chi sono?) dal nulla ti sfornavano un triplo della madonna e ad un certo punto pure i Ruins of Beverast (chiii?) ti fanno inarcare il sopracciglio, l’avresti mai detto nella vita? 

Il metal-core ha francamente rotto il cazzo, Tizio è morto, Caio si è suicidato, Sempronio ha quel malanno. Ci prova Zeal and Ardor a tirarci su il morale portando l’elitario metallo nero a sudare con altri neri nei campi di cotone del Mississippi. Nel metal, del resto, è successo tutto e il contrario di tutto, tanto che pure questi coupe de theatre lasciano indifferenti. 

Cercammo così emozioni nell’universo femminile di Chelsea Wolfe (l’oscura), Anna Von Hausswolff (la geniale), Lingua Ignota (la brutale), ma nemmeno il tempo di esultare che capimmo che quello non era nemmeno metal. Problemi con il metal? Si, per questo finiamo per preferire i Rammstein ai Manowar. Quanto agli Slipknot, continuiamo a considerarli giovani, ma a guardare bene non lo sono poi così tanto. 

Uscirono dalle loro cripte, come un’orda di zombi, band ed artisti, anche solo per un tour auto-celebrativo. E gli stadi si riempono per System of a Down, Rage Against the Machine, Guns ‘n’ Roses. A proposito, che ci fa Axl Rose che canta con gli AC/DC su una sedia a rotelle? 

Tornano finalmente i Tool dopo tredici anni di latitanza, deludendo e non deludendo al tempo stesso. E poi il disco con l’orchestra dei Blind Guardian, che fanno un album metal senza metal, cosa di per sé strana, se ci pensate, ma nessuno se ne accorge: si ingoia, si ringrazia e si corre al prossimo effimero evento. 

Bollettino di guerra: non ci sono più Lemmy, Nick Menza, Martin Ain, Vinnie Paul, Malcolm Young, Warrel Dane, Chris Cornell e altri ancora. Glenn Timpton ha il Parkison e, notizia dell’ultima ora, anche Ozzy ce l’ha. 

In tutto questo non si capisce bene se Metal Mirror sia stato un oscuro frutto di questi tempi oscuri, oppure qualcosa di antitetico ad essi, incarnando il paradosso di essere un blog metal in costante fuga dal metal: in fuga dal presente, con le retrospettive dedicate ai vecchi gruppi; in fuga dall’Occidente, con le rassegne sul metal africano ed asiatico; in fuga dalla musica stessa, sempre più dentro le disamine dei testi e dei presunti significati dietro di essi. 

In fuga dai lettori, forse. Quando vedo la pagina grigia del nostro blog con il quadro di Escher mi intenerisco e penso: zero appeal. Chi ci legge in questi tempi frenetici dominati dalle foto su Instagram, dalle frecciatine di Twitter, dalle opinione da bar su Facebook? 

Fossi là fuori, chissà se mi leggerei, ma siccome sono qua dentro, porto rispetto, anzi vado orgoglioso per tutti coloro che se ne fregano di quei famosi quindici minuti di fama di Andy Warhol. Rispetto e onore per l’auto-referenzialità in un mondo in cui tutto è connesso o pretende di esserlo. 

Noi siamo qui, gli altri non so...