"Parlare di Musica è come ballare di architettura" Frank Zappa

01 ott 2015

LA CLASSIFICA DEI MIGLIORI "BRANI LUNGHI" DEL METAL: ANTEPRIMA


A volte la lunghezza conta. Idioti doppi sensi a parte, con la presente rassegna intenderemo guardare il metal da un’altra prospettiva ancora: quella delle composizioni di estesa durata, che certo non scarseggiano nel vasto Reame del Metallo.


Premessa fondamentale. Senza dover risalire al neolitico, ci accontenteremo in questa sede di affermare che il rock (nella sua accezione più ampia) può essere visto come quella variante della popular music che vede il suo format ideale nello schema strofa-ritornello che band come Beatles e Rolling Stones (tanto per fare i nomi più stronzi) resero funzionale e celebre nel corso degli anni sessanta: a queste condizioni, il rock era una faccenda che poteva tranquillamente concludersi nell’arco di tre/quattro minuti. Da qui il pregiudizio che il rock fosse un genere musicale “facile”, semplice ed esclusivamente per adolescenti.

Fu il movimento del progressive, sul finire degli anni sessanta, a “nobilitare” il rock rivestendolo di una complessità che era propria della musica classica, del jazz e dell’avanguardia. L’ambizione era di superare gli angusti confini del formato canzone, non tanto andando a bissare le improvvisazioni-fiume del jazz (comunque non escluse a priori), quanto costruendo suite sul modello di certi schemi adottati nella musica classica. In musica la suite (in francese: successione) è un insieme di brani per uno strumento solista, un complesso da camera o un’orchestra, concepiti per essere eseguiti in sequenza. Nel rock, in termini profani, la suite è una composizione che trascende il formato canzone per ampliarsi e svilupparsi in una forma più estesa e complessa: questo modus componendi et operandi è tipico del rock progressivo. Fra le suite più celebri annoveriamo senz’altro “Lizard” dei King Crimson (durata: 23:15), “Tarkus” degli Emerson, Lake & Palmer (20:42) e “A Plague of Lighthouse Keepers” dei Van Der Graaf Generator (23:04). La suite non era comunque l’unico modo per “evadere” dalle angustie del pezzo mordi-e-fuggi. Il prog, più in generale, era libertà compositiva ed esibizionismo esecutivo. E l’elevato tasso tecnico dei musicisti rendeva letteralmente possibile l’impossibile. Doveroso citare, a tal riguardo, altri illustri esempi come “The Musical Box” dei Genesis (10:27), “Close to the Edge” degli Yes (18:43), “Nine Feet Underground” dei Caravan (22:43) e “Moon in June” dei Soft Machine (19:08).

Ma il “brano lungo” non è stato appannaggio del solo universo prog. I Jethro Tull, pur non ascrivibili al progressive in senso stretto, annoverano nella propria discografia ben due album costituiti da un’unica composizione: “Thick as a Brick” (divisa in due parti di 22:45 e 21:05) e “A Passion Play” (idem, 21:36 e 23:31). Vi è poi lo strano caso dei Pink Floyd, campioni indiscussi in materia, tanto che essi seppero scrivere ben due diverse tipologie di “brano lungo”. Ad inizio carriera, in veste di paladini del rock psichedelico, componevano brani come “Interstellar Overdrive” (9:41) e “A Saucerful of Secrets” (11:57): strabilianti viaggi allucinogeni figli dell’improvvisazione e dell'assunzione di droghe. A tal riguardo è importante precisare che il rock psichelico in generale vedeva nel brano di estesa durata il veicolo per dare sfogo alle proprie visioni. Chiedetelo ai Grateful Dead di Jerry Garcia (sostenitori della jam infinita) o ai Doors, che vale la pena nominare almeno per l’immensa “The End” (11:40), incredibile flusso di coscienza animato dal soliloquio sciamanico di Jim Morrison. E visto che si parla di sciamani, è impossibile non citare anche l'imprescindibile Jimi Hendrix di “Voodo Chile”, che in quei quindici minuti di cose ce ne ha insegnate. Tornando ai nostri Pink Floyd, superata la fase psichedelica, essi seppero cimentarsi, con risultati veramente egregi, in suite progressive vere e proprie, come “Atom Heart Mother” (23:45), “Echoes” (23:31) e le due macro-sezioni di “Shine on You Crazy Diamond” (rispettivamente 13:34 e 12:31).

Prima di procedere oltre, riteniamo opportuno accennare ad un ulteriore filone: dalle intuizioni delle band prog germogliò in terra tedesca una schiera di formazioni che sarebbero poi state etichettate come kraut-rock (Can, Faust, Neu!, Amon Duul II ecc.): le loro audaci sperimentazioni avrebbero dato il là ai pionieri dell’elettronica (Kraftwerk) e della musica cosmica (Tangerine Dream, Ash Ra Tempel, Klaus Schulze, Popol Vuh ecc.). Per tutti questi ambiti la “composizione lunga” sarebbe stata la dimensione ideale per esprimere il proprio potenziale artistico. Ma alla base delle gesta dei crucchi del kraut-rock vi era forse la band più seminale di tutti i tempi, che nemmeno noi gretti e puzzolenti metallari ci possiamo esimere dal citare: i Velvet Underground. Se mi chiedete che genere suonassero i newyorkesi, non vi saprei rispondere: quello che potrei dirvi è che tutto, più o meno, viene dai Velvet Underground e dai loro primi due album. Quanto al tema di cui stiamo dibattendo, essi si resero responsabili di uno degli esperimenti più stupefacenti della storia del rock: parliamo di quella “Sister Ray” che con i suoi oltre diciassette minuti di jam selvaggia, mise insieme rock, avanguardia, psichedelia, noise, punk (peraltro ancora da inventare…).

Anche l’hard-rock, che i suoi buoni musicisti ce li aveva, vanta egregi esempi di brani di notevole lunghezza. Potremmo limitarci a citare una “Stairway to Heaven”, che, nei suoi otto minuti, introduce già tutti i topoi dell’hard-rock che verrà: dall’evocativa ballata acustica all'adrenalinica parte finale, passando dallo strepitoso assolo di Page. Ma vi sono altri “grandi” brani disseminati nella discografia dei Led Zeppelin: dall'immortale “Kashmir” (8:31), trasportata da uno dei riff più noti di sempre, all’epica (proto-metal!) “Achilles Last Stand” (10:25). Non erano da meno i “rivali” Deep Purple, che con la mitica “Child in Time” (10:14), fra meditazioni di organo, impetuosi crescendo, acuti strappa-tonsille ed un assolo da infarto, toccavano una delle più alte vette del rock tutto. A voler completare l’intero quadrilatero del rock duro, possiamo citare anche gli Uriah Heep di “Salisbury” (16:20) e i Black Sabbath di “Megalomania” (9:40), anche se riteniamo che Ozzy & company il meglio l’abbiano detto altrove.

Bene: se ci siamo dimenticati di qualcuno non rompete i coglioni, è impossibile citare tutti. Quello che ci premeva sottolineare è l’idea che vi siano tre macro-tipologie di “brano lungo”: la suite (che si sviluppa come sequenza di movimenti), la “canzone estesa” (che, a scapito della lunghezza e delle diverse aggiunte, mantiene lo schema strofa/ritornello) e la jam (che procede come flusso e che può essere intesa sia nell’ottica psichedelica che in quella avanguardistica). Le già citate “Tarkus”, “Child in Time” e “Sister Ray” ne sono gli esemplari più rappresentativi. Quando il metal deciderà di “allungarsi”, adotterà di volta in volta uno di questi tre modelli.

Eccoci dunque al metal. Al momento della sua genesi, uno dei tratti distintivi era sicuramente la violenza. Violenza che spesso veniva a coincidere con una durata dei brani mediamente breve. Il concetto diviene chiaro se guardiamo allo sviluppo, agli inizi degli anni ottanta, del filone thrash metal, che proprio dalla velocità del punk e dell’hardcore traeva ispirazione. Basti aver presente che un album seminale come “Reign in Blood” ha una durata complessiva di ventotto minuti: tolte “Angel of Death”, “Post Mortem” e “Raining Blood”, i brani rimanenti non raggiungono il traguardo del terzo minuto, con il record negativo di “Necrophobic” che si ferma al minuto e quarantotto secondi. Quello degli Slayer è solo un esempio per esplicare il fatto che per essere più violenti c’era da lavorare per riduzione, eliminare non solo la melodia, ma anche i fronzoli e dunque dover necessariamente operare in “spazi stretti”. Almeno agli inizi funzionava così: era una questione di differenziazione e di formazione dell’identità.

Ma il metal, annoverando dentro di sé tutto e il contrario di tutto, ha dimostrato (come avevano già dimostrato gli avi Led Zeppelin e Deep Purple) che si può essere pesanti ed anche “lunghi”. Il metal contempla una serie sconfinata di suite o di composizioni di durata estesissima. Come fare per individuarne solo dieci?

Intanto decidiamo quand’è che un brano si può definire lungo. Se, personalmente parlando, ho sempre considerato come “lungo” ogni brano che varcasse la soglia dei sette minuti, troppi sarebbero stati i pezzi che avremmo dovuto contemplare nella nostra rassegna se questo fosse il metro. Per circoscrivere il campo d’azione, abbiamo dunque adottato una metodologia secondo la quale è un brano lungo un brano di almeno dieci minuti. Ebbene, molte sono le ottime composizioni che sono state tagliate fuori secondo questa logica e che ci vediamo costretti a sacrificare. Basti citare “Chance” dei Savatage (7:48) e “Master of Puppets” dei Metallica (8:35), entrambe ottimi esempi di come nel metal si possa brillantemente andare oltre il classico brano da quattro minuti. Del resto, procedere in una giungla fitta significa anche farsi avanti a colpi di machete.

A questa regola, ne abbiamo aggiunta un'altra, ossia la decisione di escludere quelle composizioni che sono state concepite come un album intero. Tre in particolare sono gli esempi che potremmo elencare: “Crimson” degli Edge of Sanity, “A Pleasant Shade of Gray” dei Fates Warning e “Catch Thirtythree” dei Meshuggah. E’ nostra opinione infatti che sia arduo continuare a definire come “unica composizione” malloppi di quaranta/cinquanta minuti suddivisi in sezioni che il più delle volte potrebbero essere considerate singole canzoni. C’è una teoria in sociologia che spiega che più individui insieme costituiscono un gruppo, ma se il numero degli individui cresce, da un certo punto in poi il gruppo smette di esistere in quanto tale, tendendo a sfaldarsi in più sotto-gruppi. Riteniamo che la medesima dinamica valga anche nel nostro caso. Perché se “A Pleasant Shade of Gray” è “un brano”, io ho inventato il drone-ambient.

Posti arbitrariamente questi limiti, la nostra attività di selezione si è rivelata comunque un massacro. Pesca e ripesca, scegli e scarta, smonta e ricomponi, nella nostra analisi non siamo riusciti a limitarci a solo dieci brani per tutto l’universo metal: troppo vasto quell’universo e troppi i candidati validi che rischiavano di essere fatti fuori per colpa di un’impressione fugace e momentanea. Da qui la decisione di rimandare quelle scelta e di schierare due squadre: dieci brani appartenenti alla galassia del metal classico e dieci provenienti da quella del metal estremo. Perché questa suddivisione? Perché un brano “lungo” in un album può avere due significati. Può essere il brano “straordinario” fra gli altri ordinari: ed è questa la visione del metal classico. Oppure, se si pensa a generi come il doom o il black metal o il post-metal (dove la dilatazione, la dispersione, il crescendo, l’adozione di suoni liquidi e slabbrati spalmati su non-strutture che potrebbero non avere mai fine, è il modus operandi standard), il brano lungo può costituire la normalità: ma c’è brano lungo e brano lungo, e noi andremo a selezionare quelli a nostro giudizio più significativi. Poiché i due approcci son diversi, non possono metodologicamente coesistere. Due classifiche, dunque, venti brani in tutto: un bacino dal quale, dopo tutte le nostre riflessioni, andremo ad attingere, in sede di conclusioni, per ricavare i dieci titoli migliori.

Ma prima di procedere con la nostra impresa, diviene doveroso spendere almeno due parole su un brano in particolare che è l’antesignano di tutte le suite partorite dall’heavy metal. Attenzione però, siamo ancora nel 1976 e la band non suona metal in senso stretto. Stiamo per parlare dei…


METAL CLASSICO

METAL ESTREMO